Visualizzazione post con etichetta latinoamericana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta latinoamericana. Mostra tutti i post

giovedì 9 luglio 2015

copa america: prima volta per il cile su un'argentina di perdenti

Di Diego Del Pozzo

Qualche giorno di mare, senza essere connesso, mi ha impedito di pubblicare prima le mie brevi note sulla finale della Copa America 2015, che sabato scorso ha visto il Cile padrone di casa conquistare il prestigioso trofeo per la prima volta nella storia, ma soprattutto ha fatto segnare un'ulteriore - l'ennesima - pagina nera nella parabola di una generazione di calciatori argentini fortissimi, ma che rischiano seriamente di essere ricordati negli annali come "magnifici perdenti", a partire da Leo Messi, ancora una volta deludente in una finale con la maglia dell'Albiceleste e lontano parente di quello straripante che si può abitualmente ammirare nel Barcellona.
Higuaìn tira alle stelle il suo rigore e il Cile vince la Copa America
Finale spettacolare e intensissima nel primo tempo, quella tra Cile e Argentina, con pressing feroce da parte dei giocatori della Roja e con gli argentini a ribattere colpo su colpo (in senso tecnico, ma anche fisico). Il match, poi, diventa più controllato ma sempre combattuto nella sua seconda metà, quindi teso e bloccato nei tempi supplementari. Alla fine, il tabellone indica lo 0-0, ma ai calci di rigori i padroni di casa superano l'Albiceleste, addirittura con un largo 4-1, suggellato dalla trasformazione decisiva di Alexis Sanchez. Così, con grande fatica ma tutto sommato con merito, il Cile compie la missione attesa da un intero popolo e porta a casa la prima Copa America della sua storia, nel tripudio di uno stadio nazionale di Santiago davvero strapieno.
L'Albiceleste da parte sua, invece, perde l'ennesima occasione di vincere un trofeo importante, con una generazione di giocatori fortissimi, ma che - come ho scritto in apertura - rischiano seriamente di essere ricordati come perdenti. Emblema di tutto ciò può essere considerato un centravanti molto dotato come Gonzalo Higuaìn, ancora una volta nervosissimo sul dischetto del rigore. Tra i tiratori argentini che falliscono il proprio calcio da fermo, infatti, spicca proprio l'attaccante del Napoli, giunto al non invidiabile record stagionale di 5 errori su 8 rigori calciati. Il Pipita resta certamente un grande attaccante, ma a questo punto, in vista della nuova stagione, spero che il nuovo tecnico partenopeo Maurizio Sarri abbia il coraggio di affidare a qualcun altro i tiri dal dischetto. Magari, a un freddo specialista come Gabbiadini. E non mi pare che in una simile scelta vi possa essere nulla di male...
Ovviamente, in conclusione, chi tifa Napoli non può che fare i complimenti alla Roja del capocannoniere Edu Vargas (a pari merito col peruviano Guerrero), allenata con mano sicura e idee chiare da un tecnico bravo e preparato come Jorge Sampaoli. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

mercoledì 1 luglio 2015

copa america: gran gol anche per il "pipita" nel 6-1 albiceleste

Gran bel gol (da vero centravanti) per il "Pipita" Gonzalo Higuaìn, nel 6-1 dell'Argentina sul Paraguay. Per l'attaccante del Napoli è la seconda rete in questa Copa America 2015, nonostante i pochi minuti giocati.

copa america: la finale è cile - argentina


copa america: l'argentina gioca a tennis col paraguay e va in finale

Di Diego Del Pozzo

Nella seconda semifinale della Copa America 2015, l'Argentina distrugge con un tennistico 6-1 un Paraguay grintoso e mai domo, ma sfortunatissimo e troppo inferiore rispetto ai più blasonati avversari. Così, dopo essersi sbloccata una volta per tutte nel penultimo atto del torneo, la corazzata albiceleste del "Tata" Martino raggiunge il Cile in quella che era la finale più pronosticata alla vigilia del torneo (si gioca sabato alle ore 22 italiane, con diretta in chiaro su GazzettaTv, canale 59 del digitale terrestre).
La nazionale guaranì allenata da Ramòn Diaz inizia il match senza timori reverenziali, arrivando per prima al tiro e tenendo in ansia gli argentini con ripartenze manovrate veloci e precise. In un quarto d'ora, però, la partita viene indirizzata in maniera quasi definitiva: al 15esimo, infatti, Rojo porta in vantaggio l'Albiceleste; al 26esimo, la stellina paraguayana Derlis Gonzalez deve uscire per un guaio muscolare; un minuto dopo, Javier Pastore raddoppia su assist fantastico di Messi; alla mezz'ora, infine, anche il capitano e centravanti del Paraguay, Roque Santa Cruz, lascia il campo per infortunio. Dopo una simile sequenza negativa, squadre ben più forti di quella allenata da Diaz abbandonerebbero ogni speranza. Ma l'orgoglio dell'Albirroja produce i memorabili dieci minuti finali del primo tempo, nei quali il neoentrato Lucas Barrios dimezza lo svantaggio, l'altro subentrato Bobadilla sfiora un clamoroso 2-2, ma soprattutto l'Argentina pare un pugile alle corde, provvidenzialmente salvato dal "gong" che sancisce l'intervallo.
Che cosa il "Tata" abbia detto ai suoi uomini negli spogliatoi resterà, probabilmente, un mistero. Fatto sta che, all'uscita dagli spogliatoi Messi e compagni mostrano gli occhi della tigre e in appena otto minuti chiudono definitivamente il match, grazie a due bei gol di Angel Di Maria, che conclude altrettante bellissime manovre in velocità argentine. Da questo momento in poi, non c'è più storia: i vicecampioni del mondo divertono e si divertono e producono spettacolo e azioni da gol a ripetizione, con i loro tanti solisti che intrecciano i propri talenti quasi come in una virtuosistica jam session jazzistica. Al centro della manovra c'è proprio Leo Messi, più arretrato rispetto a come gioca nel Barcellona, ma motivato e sempre pronto a servire palloni d'oro ai compagni di reparto: pur non segnando, dunque, il capitano argentino imprime il proprio marchio sul match, entrando ancora nel quinto gol di Aguero e servendo un assist da terra all'appena entrato Gonzalo Higuaìn per la bella rete (da grande centravanti) che fissa il punteggio sul definitivo 6-1.
Il Paraguay non esce umiliato dal terreno dello stadio "Ester Roa" di Concepciòn, nonostante il pesante passivo, perché lotta e gioca fino alla fine e, in ogni caso, può recriminare per i decisivi infortuni dei suoi due uomini più importanti già nella prima mezz'ora di gara. Quando l'Argentina può distendersi in velocità e dare libero sfogo alla fantasia e alla tecnica sopraffina dei suoi tanti solisti, però, diventa inarrestabile e difficile da battere per chiunque (ricordo che la finale mondiale persa con la Germania la giocò senza Di Maria): i tagli, gli intrecci, gli scambi tra Messi, Pastore (gran partita anche la sua), Di Maria e Aguero (o Higuaìn, o Tevez), con Mascherano e Biglia padroni del centrocampo e Rojo e Zabaleta a spingere con regolarità sulle due fasce sono armi letali e, al tempo stesso, autentici inni agli dei del calcio.
Contro il Cile a trazione offensiva di Jorge Sampaoli (altro tecnico argentino, come Martino, Diaz e Gareca: i quattro semifinalisti) potrebbe venir fuori una finale memorabile, a base di tecnica e spettacolo, con la speranza che l'enorme rivalità tra i due Paesi e la tensione che accompagna sempre l'atto conclusivo di un torneo così importante non freni Roja e Albiceleste. In caso di vittoria, per il Cile sarebbe una prima volta, per l'Argentina il ritorno al successo dopo ben 22 anni. E Leo Messi finora ha segnato un solo gol e su calcio di rigore: tutto lascia intendere che quella di sabato sera potrebbe essere la sua partita. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 30 giugno 2015

copa america: il cile va in finale, ma gli applausi vanno al perù

Di Diego Del Pozzo

Un grandissimo Perù riesce a creare enormi difficoltà ai padroni di casa del Cile nella prima semifinale di Copa America 2015, in un "Classico del Pacifico" molto bello, intenso, spettacolare, pieno di emozioni ed episodi da raccontare.
L'esultanza finale di Edu Vargas e Claudio Bravo
I peruviani, ottimamente messi in campo dal "Tigre" Gareca, partono col piede premuto sull'acceleratore e colpiscono un palo dopo pochi minuti con un bel colpo di testa di Jefferson Farfan, facendo capire subito a Jorge Sampaoli e ai suoi uomini che la serata sarà piuttosto complicata. A facilitarla un po', però, dopo una ventina di minuti di ottimo Perù, ci pensa l'arbitro venezuelano Argote, che rifila al leader difensivo della Blanquirroja, Zambrano (molto ingenuo nell'occasione), due ammonizioni in pochi minuti (la prima molto fiscale) mandandolo sotto la doccia già al 21esimo. Gareca reagisce sostituendo l'esterno tutto corsa e velocità Cueva col difensore Ramos, spostando in fascia Farfan e allestendo un 4-4-1 molto elastico ed equilibrato.
Il Cile prende inevitabilmente campo, anche se gli avversari sono abili a rovesciare il fronte con ripartenze veloci e ficcanti, che possono contare su un Paolo Guerrero in serata di grazia (da pivot tiene occupata da solo l'intera retroguardia cilena) e sulle grandi prestazioni in fascia degli interessantissimi Advincula (finora, nettamente il miglior terzino destro del torneo) e Carrillo. Nella Roja, però, cresce col passare dei minuti il "Mago" Valdivia, che dispensa assist in serie ai compagni d'attacco e li mette due-tre volte in condizione di segnare. Il vantaggio cileno, comunque, arriva di lì a poco, grazie a un tocco sotto misura di Edu Vargas (in leggero e quasi impercettibile fuorigioco) dopo un tiro a rientrare di Sanchez e un velo/liscio di Aranguiz.
Edu Vargas, man of the match
La ripresa si apre con la doppia sostituzione di Sampaoli, che evidentemente non è soddisfatto di quanto visto nei primi 45 minuti e cambia la fascia difensiva sinistra e il cervello di centrocampo, con Mena e Pizarro al posto di Albornoz e Dìaz. Il Perù, in ogni caso, non si scompone e continua a seguire il suo piano tattico, come se nulla fosse. Anzi, tra le due squadre quella in superiorità numerica sembra la Blanquirroja, che controlla agevolmente gli attacchi lenti dei padroni di casa, riparte con tecnica e velocità e arriva al meritato pareggio con una bellissima azione di contropiede conclusa da un calibratissimo cross di Advincula (spettacolare il suo secondo tempo) deviato in spaccata da uno spaesato Medel alle spalle di Claudio Bravo.
E ci vuole un'autentica prodezza di Edu Vargas, meno di cinque minuti dopo, per riportare il Cile in vantaggio: su una palla recuperata dai compagni a tre quarti campo, l'attaccante ancora di proprietà del Napoli non ci pensa due volte e, dai venticinque metri, lascia partire un siluro di destro che s'insacca violento e preciso nel sette opposto. Poco prima, allo stesso Vargas - migliore in campo, non soltanto per la doppietta, ma per la precisione e la continuità dei movimenti offensivi e per una serie di giocate di elevata qualità - era stato annullato un altro gol bellissimo, per un fuorigioco inesistente. I peruviani provano a reagire, ma la prolungata inferiorità numerica e l'intensità messa in campo fino a quel momento si fanno sentire nelle gambe, lasciando i giocatori di Gareca stremati  nei 20 minuti finali (addirittura, Carrillo - che non s'è fermato per un solo secondo - esce per crampi).
Al fischio finale, c'è spazio per un po' di polemiche per un possibile rigore non fischiato su Guerrero (ma, a mio avviso, non c'era) e per i tanti applausi da tributare a un Perù che esce a testa altissima e promette un grande futuro, ma anche a un Cile che ottiene l'obiettivo minimo della vigilia: la finale, che mancava da ben 28 anni. Adesso, ai padroni di casa non resta che aspettare la vincente dell'altra semifinale tra Argentina e Paraguay, in programma stanotte, come al solito con diretta italiana all'una e mezza su GazzettaTv, alla quale va fatto un applauso convinto per l'ottima copertura televisiva di un torneo affascinante come pochi altri al mondo. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 29 giugno 2015

copa america: i quarti di finale e l'eliminazione-shock del brasile

Di Diego Del Pozzo

Dopo un primo turno a gironi tutto nel segno dei padroni di casa del Cile, la Copa America 2015 ha celebrato in questi giorni i quarti di finale, con l'eliminazione-shock del Brasile da parte del Paraguay della giovane stella Derlis Gonzalez e le qualificazioni piuttosto scontate della Roja, del Perù e dell'Argentina.
Derlis Gonzalez decisivo in Brasile - Paraguay 4-5 d. c. r.
Cile - Uruguay 1-0
Nel primo match, la Roja se l'è vista con i campioni uscenti uruguayani, sempre ostici da affrontare in confronti senza domani. In realtà, lo spauracchio celeste non s'è mai dimostrato tale, continuando a pagare oltre il lecito la pur determinante assenza di Luis Suarez per la nota squalifica post-morso-mondiale.
La descrizione perfetta per rendere l'idea di come l'Uruguay abbia deciso di affrontare il Cile allo stadio Nacional di Santiago l'ho sentita durante la telecronaca, inviata tramite Twitter da un telespettatore alla redazione di GazzettaTv: "L'Atletico Madrid del Cholo rispetto all'Uruguay di Tabarez gioca il calcio totale". E, in effetti, è proprio così, perché "El Maestro" ha puntato su 11 uomini dietro la linea della palla, su un atletismo esasperato, sulla "garra" oltre i limiti dell'intimidazione fisica, su una feroce rabbia agonistica e sul continuo ricorso a tanti trucchetti tipici dell'anti-calcio. Da parte sua, il Cile ha dominato la partita ma, per lunghi tratti, s'è fatto bloccare nella palude uruguayana, concedendo addirittura agli avversari anche due-tre insidiose palle-gol nel secondo tempo.
Alla fine, però, seppur con l'Uruguay ridotto in 9 per le espulsioni di Cavani e Fucile (oltre che di Tabarez), è stato giusto che in semifinale ci sia andata la Roja, protesa verso la vittoria per tutto il match. In tal senso, il gol di Isla (migliore in campo) per il decisivo 1-0 a una decina di minuti dalla fine è stato un premio meritato. 
Bolivia - Perù 1-3
Nel secondo quarto di finale, quindi, il Perù ha schiantato la Bolivia ben più di quanto dica il 3-1 finale, grazie a una tripletta di un inarrestabile Paolo Guerrero, "El Barbaro", appena mitigata a pochi minuti dal 90esimo da un rigore trasformato per la Verde da Marcelo Moreno.
S'è mostrato troppo più forte, per la malcapitata Bolivia, questo Perù ottimamente messo in campo dal "Tigre" Gareca (che belli i soprannomi nel calcio sudamericano!), abile e pragmatico nel puntare sulla buona tecnica dei suoi, sulle loro veloci ripartenze e su un notevole atletismo diffuso.
Tra le individualità peruviane, oltre al match-winner Guerrero, mi hanno colpito ancora una volta il poderoso terzino destro Advincula (che io comprerei subito) e l'esperto centrale difensivo Zambrano.
E, in semifinale, i padroni di casa del Cile faranno bene a tenere gli occhi aperti, perché con questo Perù c'è poco da scherzare. 
Argentina - Colombia 5-4 dopo i calci di rigore (0-0)
Dall'altra parte del tabellone dei quarti di finale, invece, tutto sembrava apparecchiato per arrivare a una semifinale "nobile" tra Argentina e Brasile. Ma gli enormi limiti tecnico-tattici e caratteriali dei verdeoro, ulteriormente ingigantiti dall'assenza per squalifica della stella Neymar, hanno avuto la meglio anche sulla volontà degli organizzatori.
La notte prima di Brasile-Paragyuay, però, aveva fatto il suo dovere l'Argentina del "Tata" Martino, qualificatasi alle spese della Colombia in quello che sulla carta era certamente il match clou dei quarti. La corazzata albiceleste, però, aveva comunque dovuto ricorrere ai calci di rigore (in Copa non si giocano i supplementari), dopo che le alchimie tattiche e la difesa a oltranza dei Cafetèros - che tiravano per la prima e unica volta nello specchio della porta addirittura al 67esimo minuto! - e almeno tre fantastiche parate del loro portiere Ospina (più due legni e tante altre occasioni sprecate) avevano impedito che si concretizzasse una superiorità tecnica piuttosto evidente degli argentini.
A tenere in gioco i colombiani, a mio avviso, hanno contribuito anche le cervellotiche scelte di Martino, che ha tenuto in campo oltre il lecito un Aguero evidentemente fuori partita e continua a ignorare il bisogno che la sua squadra ha di un centravanti come Higuaìn, di maggior peso fisico-atletico e, al tempo stesso, ideale per dialogare nello stretto con Leo Messi. Comunque, l'Argentina a tratti ha dato spettacolo e qualora dovesse realmente sbloccarsi in fase realizzativa potrebbe vincere a man bassa la Copa. Ai rigori, un errore del neointerista Murillo e la decisiva trasformazione di Tevez hanno fatto la differenza.  
Brasile - Paraguay 4-5 dopo i calci di rigore (1-1)
Infine, il Paraguay ottimamente allenato da Ramòn Diaz ha superato, con grande merito, il più blasonato Brasile, vincendo soltanto dopo i calci di rigore ma dopo aver dimostrato la propria superiorità già durante i 90 minuti.
La nazionale biancorossa non s'è scomposta, infatti, nemmeno di fronte al vantaggio brasiliano siglato da Robinho e ha continuato a giocare secondo il suo piano tattico, lineare ma efficace, contenendo gli avversari con una certa tranquillità e attaccandoli con costanti e pericolosissime ripartenze. Così, il pareggio giunto nel finale su un giusto calcio di rigore - assegnato per l'ennesimo, assurdo fallo di mano in area di un Thiago Silva in evidente fase calante della carriera; e trasformato con grande freddezza dalla stellina Derlis Gonzalez - è sembrato l'esito quasi logico di quanto si era visto fino a quel momento sul terreno di gioco.
Un Brasile costruito dallo spaesato Dunga con un onesto mestierante tra i pali (Jefferson), un centrocampo a due incapace di costruire gioco, un trio di pallidi trequartisti alle spalle di un centravanti inesistente non poteva, onestamente, puntare a niente di più, soprattutto nel momento che lo ha visto privo del suo unico calciatore di livello mondiale (Neymar). Il Paraguay, invece, ha dimostrato ancora una volta di non mollare mai - già nel match d'esordio aveva rimontato un doppio svantaggio alla corazzata Argentina - ma, soprattutto, ha messo in evidenza un gioco collaudato e con una sua logica, un grande ordine tattico (Diaz si conferma allenatore di rango) e alcuni uomini di notevole interesse, a partire dagli sguscianti e tecnici esterni offensivi Derlis Gonzalez (21 anni, del Basilea, tra le stelle del torneo) ed Edgar Benitez.
In semifinale, dunque, anche l'Argentina - come il Cile contro il Perù, dall'altra parte del tabellone - dovrà affrontare l'impegno col giusto spirito e con grande serietà, perché questa Copa America 2015 ha già dimostrato che le sorprese sono sempre dietro l'angolo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

giovedì 18 giugno 2015

copa america: continua il "mistero zuñiga"

Di Diego Del Pozzo

Per un tifoso del Napoli, assistere alle partite della Colombia in Coppa America è un'esperienza "ai confini della realtà". Si rischia di venire colpiti molto positivamente, infatti, dalle ottime prestazioni di un laterale destro di livello mondiale, fortissimo in fase di copertura e di spinta, tonico atleticamente (!!!), esperto, grintoso, puntuale nelle chiusure difensive e nei cross, persino carismatico quando si tratta di andare a separare compagni e avversari durante una rissa o di dare indicazioni al resto della squadra in un momento di particolare sofferenza.
Il problema è che questo giocatore si chiama Juan Camilo Zuñiga ed è sotto contratto proprio per il Napoli, dove è il più pagato dell'intera rosa dopo Gonzalo Higuaìn. Anzi, il problema vero è che questo giocatore, in pratica, non gioca una partita intera nel Napoli da due anni, mentre nel frattempo ha disputato da titolare inamovibile della sua Nazionale un ottimo Mondiale l'anno scorso e sta giocando con eccellenti risultati in questi giorni in Coppa America.
Qualcuno, per favore, può aiutarmi a venire a capo di questo mistero degno dei migliori episodi della serie tv "Ai confini della realtà"?
Ps: Per la cronaca, stanotte la Colombia ha battuto 1-0 il Brasile e Zuñiga ha concluso il match con la fascia di capitano al braccio. 
 © RIPRODUZIONE RISERVATA

sabato 16 marzo 2013

al cervantes di napoli un workshop fotografico sulle tracce di maradona

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 16 marzo 2013)

Se il calcio è la religione laica del terzo millennio, Diego Armando Maradona può essere considerato il suo dio: d’altra parte, a Buenos Aires esiste persino una chiesa maradoniana. Ma è soprattutto a Napoli, più che altrove, che le tracce del passaggio del “pibe de oro” – sette intensissimi anni tra il 1984 e il 1991 – sono ancora ben visibili e continuano a marchiare a fuoco l’animo stesso della città, come dimostrato anche dal ribollente affetto tributatogli durante la recente visita-lampo dopo anni di assenza.
Da queste suggestioni tra sacro e profano, calcio e antropologia, mito e identità culturali glocal è partito alla fine dello scorso anno il fotografo argentino César Lucadamo per mettere in piedi un progetto di ricerca artistica che rintracciasse e rielaborasse i segni della presenza di Maradona nelle tre città-simbolo della sua vita e della sua carriera sportiva: Buenos Aires, Barcellona, Napoli. La prima tappa, a dicembre scorso, è stata proprio all’ombra del Vesuvio, dove Lucadamo ha già realizzato numerosi scatti, destinati a confluire in un percorso più articolato che, grazie al supporto dell’Instituto Cervantes partenopeo, avrà il suo momento culminante in un workshop di fotografia – le cui iscrizioni si sono aperte la settimana scorsa – in programma dal 2 al 5 maggio e intitolato “Sulle orme di Maradona a Napoli”.
Assieme al fotografo argentino, residente da 25 anni a Barcellona, sarà in città anche il filosofo Daniel Gamper, docente presso la Universidad autónoma de Barcelona e nipote di Joan Gamper, il mitico fondatore del Barça. A lui e a Marco Ottaiano saranno affidati i momenti teorici del workshop (tra football, opera d’arte e creazione letteraria), mentre Lucadamo guiderà gli iscritti tra le strade di Napoli “per provare a raccontare per immagini – anticipa il fotografo – il rapporto, ancora oggi fortissimo, fra la città e il campione argentino: un legame che si manifesta non soltanto nella passione sportiva ma anche e soprattutto nella vita quotidiana e persino nel sentimento religioso del popolo napoletano”. A workshop ultimato, una selezione dei migliori scatti diventerà materiale di una mostra fotografica al Cervantes.
Ma perché Maradona? “Perché – spiega César Lucadamo – è il personaggio “bigger than life” per eccellenza della nostra epoca: campione straordinario ma anche leader populista autoproclamato, idolo globale ipermediatico e simbolo vivente del riscatto dalla povertà, persona contraddittoria dall’ego smisurato ma anche talento unico e inimitabile della storia del calcio, santo ed eroe e al tempo stesso dannato e ribelle. E l’indagine fotografica sui mille volti di Maradona e su ciò che ha lasciato nei luoghi e nelle persone della sua vita mi ha portato inevitabilmente a Napoli”. Dove Lucadamo ha deciso di iniziare il suo percorso. “Mi sembrava appropriato, perché è qui – prosegue – che Maradona ha il radicamento più profondo, ancora oggi a più di vent’anni di distanza da quando giocava nel Napoli. In Argentina, infatti, è amato e odiato, idolatrato come calciatore ma anche discusso per gli errori commessi. A Barcellona, poi, la cultura borghese catalana lo ha respinto come un corpo estraneo. Soltanto Napoli, invece, ha saputo immedesimarsi in lui e nella sua voglia di rivalsa verso i potenti di turno, simboleggiati da rivali calcistiche settentrionali come Juventus o Milan. A Napoli, più che altrove, Maradona si è fatto dio e simbolo, fino a fondersi con l’architettura stessa della città, come ancora dimostrano i murales presenti su molti muri del centro e della periferia”.
Prima di affermarsi come fotografo, César Lucadamo è stato a sua volta calciatore professionista in Argentina, vestendo per due stagioni, 1983 e 1984, la gloriosa “camiseta” del Velez Sarsfield di Buenos Aires. “Ero un’ala sinistra agile e scattante. Poi, purtroppo, un brutto infortunio al ginocchio mi ha fatto smettere quasi subito. Non ho incontrato Maradona in campo, perché al tempo dei miei due anni nel campionato argentino lui si era trasferito al Barcellona. Però, ne ero letteralmente innamorato mentre ero nelle giovanili e lui infiammava le folle con le maglie dell’Argentinos Juniors e del Boca”. Probabilmente, è da allora che Lucadamo insegue il fantasma del campione che seppe farsi più napoletano dei napoletani.

il papa che ama il calcio: così jorge divenne tifoso del san lorenzo

Di Martin Mazur
(La Gazzetta dello Sport - 15 marzo 2013)

BUENOS AIRES - Dopo la sorpresa e l'emozione immensa, gli argentini escono di casa ed esultano nelle strade. Il Papa è argentino. La Cattedrale sulla Plaza de Mayo di Buenos Aires si riempie in pochi minuti. Suonano i clacson a Rosario e Tucuman. Nel centro di Cordoba si mescolano bandiere argentine e vaticane. A La Plata i bambini cantano davanti al Duomo: «Francisco Primero, te ama el mundo entero». La Villa 31, il quartiere strapovero vicino al lusso di Recoleta e Puerto Madero, piange davanti alla tv. Il Papa percorreva spesso quelle strade di fango e miseria. Parlava con i bambini e esultava ai loro gol nei potreros, i campetti di calcio. Ammiratore del bel gioco, ai colleghi spagnoli dichiarava la sua ammirazione per il Barcellona. Ma la sua grande passione, vissuta in termini moderati ma senza interruzioni, è sempre stata il San Lorenzo.
Corvi e santi, cuervos y santos: ecco i due soprannomi del San Lorenzo, la squadra fondata dal prete Lorenzo Massa per allontanare dalla strada i bimbi poveri. Il rossoblù della maglia è un omaggio a Maria Ausiliatrice. Almagro, Boedo e Flores sono i quartieri vicini dove si sviluppa il tango, la vera identità portegna. È lì che nasce Jorge Mario Bergoglio. I suoi genitori si erano conosciuti in chiesa. Entrambi tifavano per il San Lorenzo, il club del barrio. La scelta di una squadra, momento chiave nella vita di ogni ragazzo di Buenos Aires, per lui sarebbe diventata semplicissima. Nel club giocava a pallacanestro il papà che lo portava allo stadio - il Vecchio Gasometro - a godere con la squadra campione d'Argentina nel 1946. Ma il suo attacco favorito, che fino a poco tempo fa ancora recitava a memoria, è quello del '54: Berni, Col, Benavídez, Sanfilippo e Seoane. Lo racconta il giornalista che gli ha regalato il libro con la storia del San Lorenzo, Walter Nieto. «Eravamo andati a trovare un arcivescovo e io mi vergognavo del nostro regalo banale. Ma lui invece lo prese con affetto e parlò come un tifoso qualsiasi». Francesco finì l'incontro con una battuta: «Lo leggerò con tanta attenzione, sarà quasi come una seconda Bibbia».
Nel 2008, Bergoglio ha officiato la messa per i cent'anni del club. Ed è stato lui a benedire la nuova cappella del campo sportivo, pagata da Viggo Mortensen, il tifoso del San Lorenzo più famoso fino a mercoledì. In quella cappella ha cresimato due ragazzi che oggi fanno parte della rosa, Jonathan Pacheco e Angel Correa. Papa Francesco è tesserato del San Lorenzo da marzo 2008. Mercoledì, mentre il gabbiano si posava sul comignolo, al lotto argentino è uscito il numero 8235. La tessera di Bergoglio porta il numero 88235 (nella foto). È stato l'ultimo grande segno divino. Quattro mesi fa, Buenos Aires ha approvato la restituzione al club del terreno su cui sorgeva il Vecchio Gasometro. Lì verrà costruito il futuro stadio, con i soldi dei tifosi. Sarà il primo vero stadio del popolo. E secondo le voci, ora verrà chiamato Jorge Bergoglio.

lunedì 5 dicembre 2011

addio a socrates: l'omaggio di uno scrittore calciofilo

Di Marco Ciriello
(Il Mattino - 5 dicembre 2011)

Era uno strano tipo di calciatore. Aveva la faccia da Cristo allegro del sud, i ricci, la barba nera e folta, era alto (1,93 con un 37 di piede), predicava Gramsci, giocava a calcio in modo elegante e sorrideva triste: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira (57 anni). Morto ieri a San Paolo, per una infezione intestinale che si era andata ad aggiungere a un quadro clinico disastrato, conseguenza dell'abuso di alcol. Era uno splendido perdente, capitano di un Brasile meraviglioso (con Junior, Serginho, Zico, Eder, Falcao, Cerezo) che non riuscì a vincere i due mondiali che doveva avere in tasca (1982-1986).
"Sócrates Souza, pediatra", diceva la targhetta di lato all’entrata di casa sua. Sì, perché lui era anche dottore, anzi lo era prima di essere calciatore, poi cantante, pittore, commentatore sportivo per giornali e tv. Ma la passione era la medicina non era mai venuta meno: "Il calcio si esaurisce presto - diceva -, la medicina resta e serve di più". Era il riassunto di un'epoca e di un pallone che non c'è più. Socrates non correva, pensava. Non crossava, la dava di tacco. Se dribblava era per tirare in porta e segnare, non per superare l'avversario. Si muoveva a testa alta, con uno stile da aristocratico. Mai stato veloce, agile sì. Aveva lunghe gambe e un tocco leggero. Era una gazzella marxista, un po' intellettuale e molto cazzaro. Non aveva la disperazione di Garrincha anche se poi li ha fregati entrambi l'alcol, ma gli è mancata la determinazione che calciatori molto meno bravi di lui hanno avuto, vincendo il mondiale.
Il suo gol all'Urss, a Spagna ’82, è indimenticabile: un dribbling, una finta che apre la difesa e tiro da fuori area che si infila nell'angolo alto. Braccia alzate dentro maglia gialla e verde. Anche quello che fece a Zoff non era male, gliela mise tra lui e il palo, con una potenza e una velocità che tradirono per un attimo il suo animo: ai mondiali succede (segnò molto per un centrocampista: 76 gol in 157 partite ufficiali con le squadre di club, 22 reti in 60 partite con la maglia del Brasile). C’era in lui e nel suo gioco una sorta di ricorso alla semplicità, all’utilità della squadra, che poi erano anche i principi della democrazia corinthiana, un esperimento che Socrates si inventò durante gli anni della dittatura brasiliana. Applicare il socialismo in campo e nella vita della squadra, in attesa di estenderlo al Paese, usare le maglie e i corpi dei giocatori per inviare messaggi di democrazia. "I calciatori sono artisti e quindi hanno molto potere nelle loro teste", diceva fiducioso, poi ha cambiato idea vedendo il nuovo calcio.
Per lui, il pallone era la continuazione non solo dei giochi ma anche dei libri di infanzia e giovinezza. Ammirava i filosofi greci - "Una degna professione" - e raccontava a tutti che stava finalmente scrivendo un romanzo, sui mondiali in Brasile del 2014 con l’Argentina che vinceva. Chissà se era una storia come la canzone Notte speciale per un disco rimasto inedito, che parlava di un uomo che aspetta la donna che ama e per non fare figuracce si mette a pulire la casa prima dell’appuntamento, "soprattutto la cucina, mi piacciono le metafore". Però in Italia disse chiaro e tondo che un anno, alla Fiorentina, poteva bastare, se ne tornò in Brasile. Il campionato italiano richiedeva sacrifici che non poteva accettare. Ribadendo il suo diritto di fumare, bere e giocare un calcio diverso. La sua vita è stata una corrida lenta, allegra e senza cadute, peccato sia arrivato in fretta alla fine.

martedì 2 agosto 2011

ronaldinho diventa un cartone animato per i più piccini

Di Diego Del Pozzo

Per consolare i calciofili che, durante l’estate, sono costretti a fare a meno della loro mania preferita (anche se quest’anno la Coppa America è stata un buon surrogato…) voglio parlare di una nuova e già attesissima serie a cartoni animati che ha proprio il calcio come argomento e uno tra i campioni più amati dai tifosi di tutto il mondo come protagonista. La serie in questione s’intitola Ronaldinho Gaucho’s Team e il titolo fa capire già di chi si sta parlando.
Ronaldinho Gaucho’s Team è stata presentata in anteprima mondiale nell’ambito di Cartoons on the Bay, il festival dell’animazione televisiva che s’è tenuto nel mese di aprile in Liguria, tra Rapallo, Santa Margherita Ligure e Portofino. La storia di questo originale progetto d’animazione inizia qualche anno fa, quando il celebre Ronaldinho - Pallone d’Oro nel 2009 ai tempi del Barcellona, passato anche per il Milan con alterne fortune e attualmente in rosa nel Flamengo di Rio de Janeiro - incontra Mauricio De Sousa, autentico guru del fumetto e dell’animazione carioca, con più di mezzo secolo di carriera sulle spalle e una produzione densissima che lo fa considerare dagli appassionati una sorta di Walt Disney brasiliano (tra l’altro, De Sousa è stato premiato proprio a Cartoons on the Bay con un Pulcinella Award alla carriera). Dall’incontro tra due brasiliani tanto famosi, idoli dei fans nei rispettivi settori di appartenenza, nasce un fumetto vendutissimo nel quale il calciatore originario di Porto Alegre racconta un po’ tutta la sua vita, con particolare attenzione agli anni difficili dell’infanzia, caratterizzati dalla perdita del papà a soli quattro anni e da una smisurata passione per il calcio, abbinata alla voglia di diventare un campione. De Sousa disegna un piccolo Ronaldinho simpatico, allegro, curioso, già con i suoi tipici dentoni; e lo circonda di una vivace e variopinta banda di amici. Attraverso le spiritose avventure di questo gruppo di ragazzini, l’autore - d’accordo col Ronaldinho in carne e ossa - fa passare il messaggio legato all’etica più autentica dello sport: una morale fondata anzitutto sull’amicizia e, soprattutto, sui valori della sana competizione, nella quale l’avversario è un amico da affrontare e superare lealmente e mai un nemico.
Il successo della serie è clamoroso, tanto che nel giro di qualche anno il Brasile è letteralmente invaso da strisce giornaliere e domenicali serializzate sui principali quotidiani, da una rivista mensile, da una collana di volumi a fumetti e di manuali, tra i quali un vendutissimo manuale calcistico per i più piccini. Il passo successivo, dunque, è quasi automatico e si concretizza quando Mauricio De Sousa entra in contatto con Giovanni Giuliano, un giovane imprenditore campano che lavora come amministratore delegato presso la GIG Italia, casa di produzione romana specializzata in prodotti per bambini e ragazzi. E’ così che, grazie a questo fruttuoso incontro tra Brasile e Italia, il fumetto si trasforma in cartone animato. La prima serie, composta da cinquantadue episodi di undici minuti ciascuno, è ancora in corso di realizzazione e sarà terminata entro dicembre. Dopo il grande interesse suscitato con l’anteprima a Cartoons on the Bay, però, ha già trovato numerosi acquirenti in Europa e in Sudamerica, mentre in Italia sarà trasmessa dalla Rai a partire dall’inizio del prossimo anno, sul canale per bambini Rai Yo Yo.
Protagonista del cartoon, come già quello del fumetto, non è il campione affermato e vincente, ma il bimbo ingenuo e sognatore, che fa già il fenomeno con la palla al piede e sogna di diventare un grande calciatore. Accanto a Ronaldinho, nel suo Gaucho’s Team, ci sono anche altri personaggi divertenti, ispirati ai familiari e agli amici di gioventù dell’asso brasiliano: il piccolo Diego (nome onnipresente quando si parla di calcio e Sudamerica), i fratellini Asis e Daisy, la mamma Miguelina, i cagnolini Champ e Fireball. Come già il fumetto di riferimento, anche la serie animata è rivolta principalmente a un pubblico di bambini che stanno per passare nella fascia dell’adolescenza e, dunque, approfondisce valori come la solidarietà e l’amicizia, veicolandoli attraverso una sana e, in questo caso, divertente competizione sportiva.
Certo, a questo punto siamo davvero tutti curiosi di capire se Ronaldinho potrà ripercorrere sul piccolo schermo le orme di due miti del calcio a cartoni animati come Holly e Benji…

lunedì 25 luglio 2011

uruguay: si rinnova il "miracolo" nel paese del "dio calcio"

Il paese del calcio: in Uruguay si respira futbol dalla mattina alla sera. Basta andare a Montevideo, e sarà inevitabile notare che da una spiaggia all'altra è un'interminabile serie di partite, roba da far invidia a Copacabana e Ipanema. Che poi i brasiliani si considerino superiori è un altro discorso, teorico per chi è innamorato dei colori della Celeste, che non si sente affatto inferiore alla Selecao e all'Argentina.
Se il Brasile è l'unica nazionale ad aver vinto cinque titoli mondiali, l'Uruguay esibisce orgoglioso la sua maglia con quattro stelle nello stemma, come l'Italia. Nell'albo d'oro della Coppa Rimet, diventata poi Fifa World Cup, i celesti sono presenti solo nel 1930, finale vinta in casa a spese dei "cugini" argentini, e nel 1950, con la "tragedia" del match perso al Maracanà dal Brasile che a Rio provocò un'ondata di suicidi e la perenne messa al bando del portiere Barbosa. Ma in realtà gli uruguayani sostengono che hanno valore di titolo mondiale anche le due Olimpiadi vinte nel 1924 e nel 1928 quando la Coppa del Mondo ancora non esisteva e ai Giochi si presentava il meglio, o quasi, del pianeta calcistico. E' una teoria che non tutti condividono, ma è un fatto che la Fifa non abbia mai imposto all'Uruguay di togliere dalle sue maglie due delle quattro stelle.
Dopo aver ricordato che l'Uruguay va forte anche a livello di nazionali giovanili, visto che l'Under 17 si è appena piazzata seconda nel Mondiale di categoria, battuta in finale 2-0 dal Messico padrone di casa, ci sono anche i numeri a far capire la grandezza del fenomeno uruguayano e quale sia il paese dove il dio pallone regna come sovrano assoluto, e di cui i vari Andrade, Schiaffino, Ghiggia, Varela, Pedro Rocha, Mazurkiewicz, Forlan e Suarez sono stati e sono ancora i "grandi sacerdoti". In Uruguay la federcalcio locale (Auf) ha oltre 110mila tesserati. Se si considera che il numero degli abitanti di tutta la nazione è 3.431.000, vuol dire che circa il 3% dell'intera popolazione è tesserata per un club calcistico. E questo spiega molto. Nella Primera Division locale ci sono 16 squadre, che impiegano in tutto 453 calciatori professionisti per un valore complessivo di mercato stimato dagli esperti in 107 milioni di euro, ovvero l'importo dei soli ingaggi della rosa del Real Madrid. Negli ultimi dieci anni l'Uruguay, pur così piccolo, ha esportato calciatori in tutto il mondo, dall'Argentina all'Italia, dall'Iraq alla Romania. Dal 2001 a oggi se ne sono andati all'estero in 1.414, 111 (più 14 allenatori) nel solo 2010. E' il numero più basso della decade e forse sembrano pochi rispetto ai 1.674 "esportati", sempre nel 2010, dal Brasile. Ma va tenuto conto che la popolazione del paese che ospiterà i prossimi Mondiali è di 60 volte superiore a quella uruguayana, quindi "ai punti" vince comunque la Celeste.
Quello dell'Uruguay è ancora un calcio alla "pane e frittata", in cui, come raccontò l'ex laziale e interista Ruben Sosa, ci sono calciatori della massima serie che vanno ad allenarsi con i mezzi pubblici. Ora, come ha scritto O Globo, ''abituato a emozionarsi per le glorie del passato, può farlo con il presente''. A spese del Paraguay travolto in finale, ma anche del Brasile e dell'Argentina, loro sì grandi decadute.
Fonte: Ansa.

copa america: è l'uruguay la regina del subcontinente

Di Adriano Seu
(Gazzetta.it - 24 luglio 2011)

Nessuna sorpresa nell'atto finale della Coppa America "mas loca" della storia, che incorona l'Uruguay per la quindicesima volta (primato assoluto). Una volta tanto, rispettati i pronostici della vigilia, con la Celeste che si è meritatamente imposta sul Paraguay per 3-0. Decisivi i due bomber di Tabarez, Suarez e Forlan, che chiudono i giochi già nel primo tempo con un gol a testa. Nella ripresa arriva il secondo gol del centravanti dell'Atletico Madrid per la festa celeste.
L'Uruguay parte con il piede sull'acceleratore, puntando deciso alla porta difesa da Villar, mentre l'Albirroja aspetta chiusa nella propria metà campo attuando il più classico dei contropiedi. A testimoniare la grande pressione iniziale della celeste i tre calci d'angolo nei primi cinque minuti, con il brivido di un rigore reclamato da Lugano, sul cui colpo di testa ravvicinato interviene Ortigoza con un tocco di mano. Ma la superiorità della squadra di Tabarez è così netta che il gol non tarda ad arrivare, ancora una volta grazie al goleador della Celeste, Luis Suarez, che dopo essersi ritrovato la palla tra i piedi in seguito a un rimpallo fortunoso, dribbla in area il diretto marcatore e trafigge Villar con un rasoterra deviato sul palo lontano (11'). L'immediata rezione paraguaiana è affidata ad Haedo Valdez, pronto a raccogliere un lungo lancio in profondità, ma il tocco al volo in acrobazia termina di poco alto (16'). Dopo aver fatto breccia nelle strette maglie della difesa albirroja, la Celeste diminuisce la pressione e la squadra di Martino riesce ad affacciarsi nella metà campo avversaria, ma quando l'Uruguay decide di affondare sono dolori e la difesa paraguaiana fa fatica a tenere a bada la coppia Suarez -Forlan. Prima di andare al riposo è proprio il centravanti dell'Atletico Madrid a far nuovamente esplodere di gioia i circa 20mila tifosi uruguaiani presenti sugli spalti del Monumental con una botta secca di sinistro appena dentro l'area che lascia Villar immobile (41'). La Celeste crea altre tre buone occasioni da rete, prima con Suarez (35') e subito dopo con Forlan (37') e Maxi Pereira (39') ma le conclusioni sono imprecise.
Al rientro in campo si presenta un Uruguay meno arrembante, e il Paraguay prova timidamente a imbastire qualche azione offensiva, esponendosi inevitabilmente alle ripartenze avversarie. Il primo pericolo è per la porta difesa da Villar, ma Suarez sbaglia l'ultimo assist per Forlan piazzato a centro area (50'). Poco dopo il Paraguay riesce quasi a ridurre le distanze con un tiro di Haedo Valdez dal limite dell'area che scavalca Muslera e si stampa sulla traversa (53'). Albirroja nuovamente pericolosa pochi minuti dopo, con un tiro di Riveros bloccato a terra da Muslera (62'). Prima di giungere a metà ripresa il "Maestro" Tabarez dà spazio anche a Cavani, che dimostra subito di essere perfettamente recuperato dall'infortunio al ginocchio. La squadra di Martino non si arrende e prova a premere in cerca del gol che potrebbe riaprire i giochi, ma non riesce ad andare oltre una sterile supremazia territoriale, con Muslera che non corre eccessivi pericoli. Chi non può concedersi distrazioni è invece il portiere paraguaiano, chiamato a un nuovo intervento miracoloso su tocco ravvicinato di Eguren servito da Cavani (73'). A meno di un quarto d'ora dal termine Martino si gioca la carta Barrios, ma contro questo Uruguay non c'è nulla da fare, e a festeggiare (meritatamente) sono gli uomini del "Maestro" Tabarez, che chiudono in bellezza con il secondo sigillo personale di Forlan, che chiude l'incontro sul 3-0 e regala all'Uruguay un trofeo che mancava dal 1995. Questa Coppa America ha ribadito il responso degli ultimi Mondiali: la regina del Sud America è la Celeste.
L'appuntamento adesso è per il 2015 in Brasile, dove dovrebbe svolgersi la 44° edizione del torneo, ma c'è la possibilità che la federazione brasiliana ceda il passo a quella cilena visto che nel Paese del jogo bonito si disputeranno i Mondiali un anno prima e le Olimpiadi nel 2016. La prossima edizione, inoltre, potrebbe cambiare formula, con la partecipazione di 16 squadre al posto delle 10 attuali, e in questo caso si aggiungerebbero 6 nazionali appartenenti alla Concacaf secondo un meccanismo di qualificazione ancora da stabilire.

URUGUAY-PARAGUAY 3-0
(Primo tempo 2-0)

MARCATORI: Suarez (U) al 11' pt, Forlan (U) al 41' pt e al 43' st.
URUGUAY (4-4-2): Muslera; M. Pereira, Lugano, Coates, Cáceres; González, Pérez (dal 24' st Eguren), Arévalo Rios, Á. Pereira (dal 18' st. Cavani); Forlán, Suárez. All. Tabarez
PARAGUAY (4-4-2): Villar; Verón, Da Silva, Marecos, Piris (dal 19' st Perez); Ortigoza, Riveros, Caceres, Vera (dal 19' st Estigarribia); Valdez, Zeballos (dal 32' st. Barrios). All. Martino
ARBITRO: Salvio Spinola Fagundes Filho (Brasile)
NOTE: Spettatori 70 mila (circa). Ammoniti M. Caceres (U), Perez (U), A. Pereira (U), Coates (U), V. Caceres (P), Vera (P). Espulsi. Tiri in porta 7-2. Tiri fuori 4-2. Calci d'angolo 9-1. Fuorigioco 0-2. Recuperi 2' pt, 2' st.

martedì 12 luglio 2011

argentina: ecco i calendari dei tornei di apertura e clausura

Per la prima volta nella storia, il torneo che prenderà il via il prossimo 7 agosto non vedrà in Primera Division una delle grandi d'Argentina: il River Plate. Fra le venti squadre che daranno vita alle 19 giornate dell'Apertura, con conclusione prevista per il 18 dicembre, ci saranno infatti le neopromosse Atletico de Rafaela (alla seconda apparizione in Primera Division), Union Santa Fè (veterana del torneo), San Martin San Juan e Belgrano, mentre scendono di categoria il Quilmes, l'Huracan, il Gimnasia La Plata e appunto los millionarios.
Già alla prima giornata dell'Apertura si trovano scontri interessanti come Godoy Cruz - Velez Sarsfield, vale a dire la terza contro la prima dell'ultimo Clausura, con i padroni di casa tra le rivelazioni dell'ultima stagione condita anche da una buona partecipazione alla Coppa Libertadores. Altro match subito interessante è quello che mette di fronte l'Olimpo di Bahia Blanca, reduce da un ottimo semestre, a un Boca Juniors privo dell'idolo dei tifosi Martin Palermo (ritiratosi) ma in netta ripresa dopo un avvio stentato.
Ultima giornata del torneo Apertura con possibili incontri decisivi: il Velez riceve, infatti, il Racing Avellaneda di Simeone, possibile candidata al titolo se corregge la tradizionale discontinuità, mentre un'altra gara interessante potrebbe essere Argentinos Juniors - Olimpo. Avvio impegnativo per i campioni del Velez, con tre trasferte su campi difficili come Godoy Cruz (alla prima), Arsenal (terza) e Olimpo (quinta) nelle prime giornate. Gli incontri con le altre big sono previsti nella parte finale del torneo, con Velez - San Lorenzo all'ottava e il Boca alla quattordicesima. Proprio il Boca Juniors ha un calendario agevolato dal fatto di affrontare tutte le neopromosse alla Bombonera. In mancanza del superclasico, poi, spiccano le gare con le altre grandi d'Argentina: alla quarta contro il San Lorenzo, la settimana dopo in casa dell'Independiente e all'ultima contro l'All Boys.
Il calendario del Clausura, invece, prevede le giornate disposte nello stesso ordine con gare invertite, ma le date saranno rese note soltanto a inizio 2012.

mercoledì 29 giugno 2011

argentina: river, il peggio deve ancora arrivare...

Di Valerio Clari
(Gazzetta.it - 28 giugno 2011)

Il peggio, forse, deve ancora venire. Il River Plate, dopo la storica caduta in serie B, continua a vivere i giorni più difficili della sua ultracentenaria storia. Dopo i disastri sportivi, ora c'è da affrontare quelli economici, risultato di quasi un decennio di gestione del club per lo meno discutibile. Il grande imputato per la situazione attuale, che vede la società più vincente d'Argentina sull'orlo del fallimento è José Maria Aguilar, l'ex presidente. Ma anche l'attuale, Daniel Passarella, è decisamente contestato ("Ma non me ne vado, dovranno portarmi via da cadavere" ha dichiarato ieri).
In soccorso di Passarella arriva l'intervento di Diego Armando Maradona: primo tifoso del Boca Juniors, arci-rivale del River, il Pibe de Oro si è comunque mosso in prima persona per denunciare il malgoverno del River e della federazione, anche per ricambiare il gesto di Passarella che lo aveva appoggiato nella sua battaglia contro i vertici federali. Ha quindi presentato presso la magistratura un esposto per amministrazione fraudolenta contro ex dirigenti del club e contro il presidente della Federcalcio argentina (AFA), Julio Grondona. Attraverso il suo avvocato, Maradona ha fatto pervenire la denuncia "per atti illeciti commessi dalla dirigenza del River Plate con la complicità, in accordo o per omissione, della federcalcio argentina". Tali illeciti - afferma Maradona - "avrebbero portato all'attuale situazione di indebitamento del club e alla crisi calcistica sfociata nella recente e drammatica retrocessione. Di fronte a tale situazione risulta imprescindibile l'intervento della giustizia".
In attesa di un eventuale intervento della magistratura, resta da gestire l'emergenza: ieri sono arrivate puntuali le dimissioni del tecnico JJ Lopez, che con ogni probabilità tornerà a gestire le giovanili. Al suo posto è stato subito indicato come tecnico Matias Almeyda, 37 anni e simbolo di questa squadra. Tornato a giocare da un paio d'anni rientrando dal ritiro, Almeyda è tornato subito idolo dei tifosi per volontà e orgoglio "riverista", mostrato anche polemicamente nel derby perso col Boca. Problema panchina risolto praticamente a costo zero, ma forse era il problema minore. Il club ora deve fare cassa con alcune cessioni, prima che parte dei giocatori chiedano la rescissione per mancati pagamenti. Gli stipendi infatti sono indietro di parecchi mesi. Erik Lamela è il tesoretto da vendere sul mercato, il primo a partire dovrebbe essere uno fra Roberto Pereyra o Facundo Affranchino (4 milioni di dollari), mentre Carrizo, Ferrero, Arano, Caruso, Pavone e Ballón se ne andranno a fine contratto. Maidana e Roman potrebbero finire altrove perché il River li ha comprati, ma è in tremendo ritardo con i pagamenti per i cartellini, Funes Mori avrebbe già chiesto di avere il suo gratis. Insomma, Il "Millo" potrebbe trovarsi a giocare la B Nacional con i ragazzi delle giovanili, sempre che riesca a puntellare le finanze, su cui incombono anche multe e lavori dopo i disordini del Monumental. Il peggio, forse, deve ancora venire.

lunedì 27 giugno 2011

argentina: il dramma del river, prima retrocessione in 110 anni

Di Adriano Seu
(Gazzetta.it - 26 giugno 2011)

L'incubo si è materializzato e per i tifosi del River da pochi minuti la serie B non è più un semplice fantasma, ma una cruda realtà con cui dover fare i conti. Il pareggio del Monumental contro il Belgrano non è infatti stato sufficiente a ribaltare le sorti di uno spareggio per la verità già compromesso all'andata dal 2-0 incassato a Cordoba. Niente da fare per Lamela e compagni nonostante la spinta e il tifo sfrenato dei quasi 70mila sugli spalti del Monumental.
Il River parte subito all'attacco, con Pavone e Caruso supportati alle spalle da Lamela, e i primi 45 minuti sono a senso unico. Le occasioni per i padroni di casa arrivano numerose, anche se raramente si tratta di opportunità cristalline. Dopo il grande spavento per un gol degli ospiti annullato per sospetto fuorigioco, il River passa in vantaggio al 5' con Pavone, abile a piazzare alle spalle di Olave un angolato rasoterra da posizione centrale. Il vantaggio dovrebbe dare ai padroni di casa la spinta necessaria per raggiungere il raddoppio, che significherebbe la permanenza nella massima divisione, ma con il passare dei minuti il pallone diventa sempre più pesante e ingestibile. A metà del primo tempo, il Monumental grida allo scandalo per un netto rigore su Caruso non concesso dall'arbitro Pezzotta, e negli ultimi 10 minuti prima dell'intervallo Pavone e Caruso sprecano tre opportunità sparando alto da buona posizione.
Al ritorno in campo per i secondi 45 minuti tutti si aspettano l'arrembaggio dei padroni di casa ma, dopo una clamorosa opportunità da gol fallita dagli ospiti, è Farré a far sprofondare il popolo millonario nella disperazione: scontro a centro area tra Ferrero e Manuel Diaz, e il giocatore del Belgrano si avventa sul rimpallo per trafiggere Carrizo in tutta libertà da posizione ravvicinata. Alla metà della ripresa Pavone ha la possibilità di riportare avanti il River e riaccendere le speranze con un calcio di rigore, ma spara sul portiere e per la gente sugli spalti scende la notte.
Il River (che nella sua storia ha conquistato 33 titoli nazionali, una Intercontinentale e 2 Libertadores) avrebbe bisogno di segnare altri due gol, ma il pareggio del Belgrano è una batosta a cui è impossibile reagire.
E nel frattempo esplodono la rabbia e le lacrime dei tifosi. Mentre fuori dallo stadio scoppiano incidenti tra ultrà e polizia, i giocatori si radunano a centrocampo abbandonandosi alla disperazione. Nessuno sembra capacitarsi dell'accaduto, e c'è spazio solo per le lacrime e la disperazione, mentre fuori dalla mura dello stadio esplode la guerriglia, con venticinque feriti (bilancio che rischia di esere provvisorio) e assalti ai mezzi delle emittenti televisive. Alcuni gruppi di ultrà hanno costruito barricate intorno all'impianto per rendere impossibile l'uscita dallo stadio dei giocatori. Il clima è da guerriglia, la polizia è in difficoltà. I feriti a decine tra gli agenti e gli ultrà.

giovedì 23 giugno 2011

libertadores 2011: il santos torna sul tetto del sudamerica

Di Luca Calamai
(Gazzetta.it - 23 giugno 2011)

È la notte del Santos. La squadra di Ramalho conquista la Coppa Libertadores battendo per 2-1 il Penarol. Era dal 1963 che la società cara a Pelè non conquistava questo prestigioso trofeo. Una vita. Il calcio brasiliano si aspettava un acuto da Neymar (qui nella foto), l'ultimo fenomeno. E il ragazzino terribile non ha tradito le attese sbloccando il risultato in avvio di ripresa con un diagonale da dentro l'area di rigore. Neymar, classe '92, ha ribadito una volta di più di essere un vero fuoriclasse. Non deve sorprendere che il Real sia pronto a sborsare una montagna di soldi per portarlo al Bernabeu.
Il raddoppio arriva al 24' grazie a una discesa travolgente di Danilo conclusa con un tocco che lascia immobile il portiere uruguaiano Sosa. Partita chiusa? No. Il Santos sbaglia un paio di facili contropiedi e gli avversari tornano in gara con una rete di Estoyanoff favorita da una deviazione di Durval. Il finale è un assalto all'arma bianca degli ospiti che ci provano con un paio di conclusioni di Martinuccio. Al fischio finale dell'arbitro argentino Pezzotta si scatena una furibonda rissa in campo. Protagonisti i giocatori e alcuni tifosi. La polizia impiega alcuni minuti per riportare la situazione sotto controllo.
Nel Santos molto positiva la prova di Ganso che tornava in campo dopo più di un mese di assenza a causa di un infortunio muscolare. Il talento brasiliano, nel mirino del Milan, ha dimostrato di avere qualità e grande senso del gioco. I dirigenti rossoneri faranno bene a non perderlo di vista. A centrocampo preziosa anche la prova di Arouca, altro elemento corteggiato dal mercato italiano e autore dell'assist che ha propiziato il gol di Neymar. Alla fine grande festa del popolo del Santos. Con il mitico Pelè presente alla premiazione.
Pelè ha avuto parole di elogio per l'ottimo gioco mostrato dal gioiello Neymar. Tuttavia ha voluto tenere a distanza ogni paragone e ha voluto mandare un messaggio al fuoriclasse argentino Leo Messi. "Neymar è un giocatore di grande talento. Nel primo tempo non ha fatto bene, perché la difesa del Penarol è molto forte. Ora speriamo che nel Brasile possa fare buone prestazioni, quello che non accade a Messi, perché gioca bene nel Barcellona ma in nazionale non fa bene". A una domanda precisa se Neymar potrà arrivare ai livelli di Pelè, l'ex campione brasiliano ha risposto seccamente: "Per riuscirci dovrà fare più di 1282 gol...".

martedì 17 maggio 2011

un bell'articolo sul "dribbling post mortem" di garrincha

Di Piero Mei
(Il Messaggero - 16 maggio 2011)

"Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l'andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all'allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno...". Così parlò Nilton Santos, uno dei più grandi terzini di tutti i tempi, quando in un provino gli misero di fronte Garrincha diciannovenne, che beveva da 15 anni e fumava da 10, aveva una gamba più corta dell’altra di 6 centimetri, un ginocchio piegato all'interno e l'altro all'esterno e lo sguardo strabico. Da piccolissimo andava a caccia di una specie di passerotti e, siccome non correva ma saltellava come quelli, la sorella Rosa lo ribattezzò Garrincha, appunto quell'uccellino. Il nomignolo gli sarebbe rimasto per sempre.
Garrincha dribblò tutto nella sua vita: ogni avversario, anche una squadra tutta di fila, e ogni regola. Fu due volte campione del mondo con il Brasile a cavallo del 1960, lui che era diventato professionista al prezzo di 27 dollari. Faceva impazzire i tifosi e le donne: ha avuto 14 figli da varie compagne. Quando tornò campione del mondo da Svezia '58 pagò al bar che frequentava tutti i debiti dei suoi tantissimi compagni di bevute. Alla fine dribblò anche se stesso, morendo a 49 anni, vivendo gli ultimi tempi da barbone. Sulla sua tomba è scritto: fu la gioia del popolo.
Ma anche da morto non vuole arrendersi: come non bastava nessun difensore a metterlo giù, che anzi erano quelli a finire spesso con il sedere per terra, non sono bastati 250 chili di esplosivo a far cadere la tribuna che gli è stata dedicata nello stadio di Brasilia che stanno ricostruendo per i mondiali del 2014. S'è sentito un gran botto, ma, irridente come il campione che le ha dato il nome, la tribuna è rimasta su. Garrincha è sempre grande.

domenica 5 dicembre 2010

brasileirao 2010: fluminense campione 26 anni dopo

Di Diego Del Pozzo

E dunque Muricy Ramalho ce l'ha fatta di nuovo. Il più europeo dei tecnici brasiliani, infatti, ha portato il Fluminense alla conquista del secondo Brasileirao della sua storia (dopo quello del 1984), confermando le doti che lo avevano visto già trionfare per tre volte sulla panchina del San Paolo. Dunque, il passaggio dal futebol paulista a quello carioca è stato assorbito senza traumi, a conferma del valore assoluto di un allenatore che oggi guiderebbe senz'altro la Nazionale brasiliana al posto di Mano Menezes, se soltanto i dirigenti del club di Rio de Janeiro gli avessero dato il permesso di accettare la proposta della Federcalcio verdeoro (ma, alla fine, hanno avuto ragione loro a trattenerlo...). Dunque, al Corinthians di Ronaldo non è riuscita la miracolosa rimonta, fermatasi sull'1-1 in trasferta col retrocesso Goiás, anche se pure una vittoria del Timao sarebbe stata inutile a causa del successo casalingo odierno del Tricolor, 1-0 sul Guaranì con rete decisiva dell'attaccante Emerson (naturalizzato del Qatar). A completare il trionfo della squadra di Ramalho, arriva anche la nomina del trequartista Darìo Conca (nella foto) a miglior giocatore del Brasileirao 2010: 27 anni, mai convocato nella Selecciòn Albiceleste, Conca ha giocato tutte e 38 le partite del torneo, segnando nove reti ma, soprattutto, tenendo in piedi la squadra nei momenti di difficoltà, grazie alla sua tecnica spesso abbinata a una grande rapidità nelle giocate decisive. Ha marchiato a fuoco la stagione dei neo-campioni, insomma, più lui che i pubblicizzatissimi "europei di ritorno" Deco, Belletti, Fred, comunque importanti per il carisma e l'esperienza con i quali hanno aiutato i compagni a trasformare la salvezza in extremis della scorsa stagione - dove, però, Fred c'era già - nel trionfo di questo 2010.
Dietro al Fluminense, primo con 71 punti, si classifica sul filo di lana il Cruzeiro (69), che supera il Corinthians (68) grazie al 2-1 casalingo sul Palmeiras. Alle spalle delle prime tre (qualificate per la Copa Libertadores 2011 assieme al Santos vincitore della coppa del Brasile e all'Internacional, campione in carica del massimo torneo continentale) si posiziona, quindi, il Gremio (63) allenato da Renato Gaucho, l'ex attaccante romanista subentrato a metà stagione e responsabile della decisa sterzata della squadra di Porto Alegre, che alla fine può vantare il miglior attacco del torneo e il capocannoniere (Jonas, 23 reti). Per qualificarsi alla prossima Libertadores, però, gli uomini di Renato devono sperare che l'appena retrocesso Goiás non conquisti mercoledì la Copa Sudamericana contro gli argentini dell'Independiente, altrimenti toglierà proprio al Gremio il posto utile. A proposito di retrocessioni, infine, fanno compagnia ai verdi della Goiania anche Vitória Bahia, Guaranì e Gremio Prudente. Nella massima serie, invece, salgono Coritiba, Figueirense, Bahia e América Mineiro.

martedì 15 dicembre 2009

argentina: banfield campione dopo 113 anni

Di Diego Del Pozzo

Ci sono voluti ben 113 anni - tanti ne sono passati da quando, nel 1896, un gruppo di immigrati dal Regno Unito lo fondò - ma, alla fine, il Banfield (club tra i più antichi del Paese) è riuscito a conquistare il suo primo, storico titolo di campione d'Argentina.
E la vittoria dei biancoverdi dei sobborghi meridionali di Buenos Aires sarà ricordata, certamente, come una tra le più clamorose e inattese dell'intera storia del campionato, dato che alla vigilia di questo Apertura 2009 l'obiettivo realistico del Taladro (significa "Trapano" ed è il soprannome del club) era di totalizzare più punti possibile in modo da posizionarsi al meglio nella tabella triennale con la quale, in Argentina, vengono decise le retrocessioni nella serie cadetta. Invece, gli uomini guidati magistralmente dal sottovalutato tecnico Julio Cesar Falcioni hanno saputo strabiliare tutti, grazie a una solidità e a una continuità che non hanno trovato apprezzabili riscontri nella concorrenza: 41 punti finali, accumulati grazie a 12 vittorie, 5 pareggi e sole 2 sconfitte. Tra queste c'è anche quella dell'ultima giornata alla Bombonera contro il Boca Juniors, un 2-0 con doppietta di Martin Palermo, ininfluente grazie alla contemporanea battuta d'arresto della principale contendente per il titolo, il Newell's Old Boys allenato da Nestor Sensini (battuto 2-0 dal San Lorenzo e finito a due punti dai campioni).
La formula che ha permesso al Banfield di vincere questo Apertura, comunque abbastanza deludente sul piano tecnico, è stata molto semplice: un 4-4-2 estremamente organizzato e basato soprattutto su una fase difensiva di grande solidità; in avanti, poi, sono bastati i gol del centravanti uruguayano Santiago Silva, discreto giocatore ma nulla più, laureatosi capocannoniere con 14 reti in 19 partite. Il torneo si è deciso alla terzultima giornata, quando il Newell's Old Boys di Sensini è stato battuto clamorosamente in casa dall'Arsenal Sarandì, facendosi così superare dai biancoverdi senza più riuscire, poi, a rimontarli.
I rosarini, comunque, ci riproveranno certamente durante il prossimo torneo Clausura, per il quale, però, i tifosi argentini (e non solo) si aspettano, innanzitutto, la rinascita delle due tradizionali grandi d'Argentina, Boca Juniors e River Plate, mai in corsa durante il semestre appena concluso, che le ha viste accumulare soltanto delusioni su delusioni.