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giovedì 2 luglio 2015

napoli: la mia analisi "a freddo" della stagione 2014-2015

Di Diego Del Pozzo

Per analizzare la stagione 2014-2015 del Napoli di Rafa Benitez mi sono preso molto tempo, in modo da poterci riflettere su a mente fredda, anzi freddissima, dopo aver superato l'inevitabile delusione per un finale, in Serie A e in Europa, che onestamente avevo immaginato diverso e che, con un pizzico di fortuna e di concentrazione in più, avrebbe potuto essere davvero diverso, nonostante gli errori commessi dalla società, dall'allenatore (alcuni sono anche suoi), dai giocatori e dall'ambiente (lo "spalla a spalla" più volte invocato da Benitez non s'è mai visto...).
L'Era Benitez
Oggi, il tecnico spagnolo è passato alla guida del Real Madrid (evidentemente non deve essere tanto incapace, come hanno lasciato intendere tanti commentatori superficiali o in malafede, per buona parte della stagione), mentre gli azzurri hanno inaugurato una nuova era, all'insegna del grido "Io sono un autarchico", con l'ingaggio di Maurizio Sarri alla guida tecnica, l'acquisto di Mirko Valdifiori in cabina di regia a centrocampo e il ritorno di Pepe Reina in porta, in attesa di altri colpi di mercato (soprattutto in difesa e a metà campo) che sembrano dietro l'angolo. E, dunque, mi pare proprio questo il momento più adatto per provare a ragionare senza pregiudizi ed eccessiva emotività su ciò che è davvero stato il Napoli beniteziano nel corso della stagione calcistica appena conclusa.
Innanzitutto, mi tolgo subito il sassolino (o sassolone) dalla scarpa e ricordo come, sia in semifinale di Coppa Italia che in semifinale di Europa League, il Napoli sia stato eliminato per un soffio, a causa di una serie di gol palesemente irregolari convalidati agli avversari: quello decisivo alla Lazio nel ritorno della coppa nazionale al San Paolo; ed entrambi quelli del Dnipro, sia all'andata che al ritorno delle semifinali europee, con menzione particolare per quello vergognoso nel match del San Paolo, destinato a restare nella storia delle sviste calcistiche. Senza voler pensare alla malafede ma con arbitri un po' più attenti, dunque, il Napoli avrebbe potuto tranquillamente raggiungere le finali di Coppa Italia - ma, diciamoci la verità, allo stadio olimpico di Roma, contro la Juventus, questo non lo voleva proprio nessuno, dopo gli scontri sanguinosi (e l'omicidio del povero Ciro Esposito) di 12 mesi prima - ed Europa League (che, se vinta, avrebbe qualificato ai gironi di Champions League), dopo aver già conquistato a fine dicembre la Supercoppa italiana battendo proprio i quattro volte campioni d'Italia dopo i calci di rigore. Per inciso, da due anni a questa parte, il Napoli di Benitez è l'unica altra squadra italiana che ha saputo vincere qualche titolo, oltre ai cannibali bianconeri (Coppa Italia 2013-2014 e Supercoppa italiana 2014-2015; tutto il resto lo ha vinto la sola Juve!).
Il quinto posto finale in Serie A, con gli azzurri superati sul filo di lana anche dalla Fiorentina, va certamente considerato deludente rispetto a quelle che erano le aspettative della vigilia, gonfiate però a dismisura dall'improvvida uscita presidenziale di agosto 2014, quando in pieno ritiro un Aurelio De Laurentiis particolarmente su di giri urlò in pubblico, dal palco di un teatro strapieno di tifosi e giornalisti, di voler vincere subito lo scudetto, senza poi però dar seguito alle sue parole con un calciomercato estivo all'altezza. La botta decisiva, quindi, arrivò già a inizio stagione, con la dolorosa eliminazione nel preliminare di Champions League da parte dei baschi dell'Athletic Bilbao e la conseguente depressione di tutto l'ambiente. Ho già scritto altre volte su quel match e, dunque, ne faccio a meno in questa sede. Ma mi permetto di ricordare soltanto come, ad agosto 2014, il Napoli fosse tra le squadre internazionali con più calciatori reduci dalle fatiche dei Mondiali brasiliani, mentre i baschi fossero tra i pochi team europei senza alcun uomo presente in Brasile: l'ideale per preparare quel doppio confronto con grande cura per l'intera estate. E, in ogni caso, l'andata al San Paolo sarebbe potuta e forse dovuta terminare almeno 4-1, con un po' più di precisione in zona gol da parte degli attaccanti azzurri.
Esultanza di gruppo dopo un gol
Ecco, proprio la scarsa precisione in attacco è stata una costante dell'annata del Napoli, con tante occasioni da rete costruite in ogni partita, ma poche (in proporzione) concretizzate per imprecisione, fretta, sfortuna, indecisioni, scarsa lucidità, comunque errori individuali, in particolar modo da parte di un Callejòn molto meno redditizio e troppo spesso svagato rispetto alla sua fantastica prima stagione italiana. Alla fine del campionato, secondo i dati Opta (l'azienda leader mondiale nella raccolta ed elaborazione dei dati sportivi in tempo reale), il Napoli è stata la prima squadra di Serie A per numero di tiri effettuati: addirittura 623, con ben 235 nello specchio della porta avversaria. Questo dato ha portato i partenopei al quarto posto assoluto in Europa (con riferimento ai cinque maggiori campionati continentali: Spagna, Inghilterra, Germania, Italia e Francia) proprio per quel che concerne il numero di tiri effettuati nella porta avversaria. Purtroppo, però, la media di realizzazione non è stata altrettanto buona, in relazione alla mole di gioco prodotta. E questo è stato oggettivamente un problema serio.
Da allenatore intelligente, esperto e preparato, infatti, Rafa Benitez aveva costruito la squadra per massimizzare i propri punti di forza (l'attacco) e rendere meno dannosi i punti deboli (il centrocampo e la difesa). Altro inciso necessario: all'estero, Benitez è considerato un tecnico molto attento all'equilibrio tattico e alla fase difensiva. In Italia, non ha certo cambiato il suo approccio al calcio, trasformandosi in novello Zeman, ma avendo una squadra fortissima in attacco ha capito che sarebbe stato più redditizio, per ottenere risultati concreti non soltanto per dare spettacolo, provare a segnare un gol in più degli avversari piuttosto che subirne uno in meno. Purtroppo, però, non aveva fatto i conti con i numerosissimi errori dei suoi attaccanti in fase di conclusione (volendo tacere dei calci di rigore falliti: addirittura 5 su 8, con 4 dal solo Higuaìn!). In ogni caso, nell'intero campionato il Napoli ha segnato 70 gol (terzo attacco dopo Juventus con 72 e Lazio con 71) e ne ha subìti 54 (appena la dodicesima difesa). Il saldo attivo di +16, nei piani del tecnico spagnolo, avrebbe dovuto essere decisamente più positivo. I principali marcatori azzurri sono stati Higuaìn con 18 gol (e 4 rigori sbagliati + una rete regolare non assegnata per palese errore arbitrale), Gabbiadini con 15 (7 nella Sampdoria e 8 nel Napoli, senza tirare rigori), Callejòn con 11, Hamsik con 7, Mertens e Zapata con 6 a testa. Per quanto costruito (e sprecato), a mio avviso al Napoli mancano realisticamente almeno 7-8 gol di Higuaìn, 4-5 di Callejòn e un paio di Mertens. E già finalizzando meglio l'enorme mole di gioco prodotta, la stagione azzurra avrebbe potuto essere diversa.
L'urlo di capitan Hamsik nella magica notte di Wolfsburg
Anche secondo Panini Digital, la società che si occupa dei rilevamenti ufficiali per la Lega Serie A, la fase offensiva del Napoli è stata di tutto rispetto, con la squadra azzurra prima in campionato per tiri totali (15.7 a partita), tiri nello specchio (6.7 a partita: 254 totali; con Higuaìn migliore di tutti a quota 55), calci d'angolo (6.6 per gara) e indice di pericolosità (59.6%. L'indice di pericolosità è un dato composito, in scala da 0 a 100, che misura la produzione offensiva di una squadra, considerando le seguenti variabili: capacità di mantenere il possesso palla, capacità di verticalizzare, capacità di giungere al tiro, capacità di creare occasioni da rete). Aggiungo anche che negli assist, Marek Hamsik è stato quinto assoluto con 60 in 35 partite, Dries Mertens settimo con 55 in 31 (primo assoluto è stato il neoacquisto Valdifiori con 72 in 36); ma lo stesso Hamsik è stato primo (a pari merito) negli assist vincenti: ben 10 (con 44 nelle ultime cinque stagioni: il migliore di tutti). Il problema è che, in proporzione a tutto ciò, il Napoli non è risultato primo anche nella media-gol, che è stata di 1.8 gol a partita.
Dunque, ricapitoliamo: gioco offensivo che è scorso fluido, con tanti assist e tanti tiri pericolosi verso e nella porta avversaria, ma poca precisione da parte dei finalizzatori. Il problema è stato l'impostazione della fase offensiva o il livello e/o la concentrazione e/o la condizione degli uomini a disposizione?
Sotto la lente degli osservatori più superficiali, però, durante l'intera gestione di Rafa Benitez è sempre finita più la difesa che l'attacco. Ma anche qui i numeri raccontano una realtà un po' diversa. Sempre in base ai dati Opta e Panini Digital, infatti, il Napoli è risultato essere la seconda miglior squadra della Serie A per tiri concessi agli avversari, con 381. Davanti agli azzurri c'è stata soltanto la Lazio, con 366. Questo dato, però, è in netto contrasto con quello relativo al numero di gol subìti dai partenopei, ben 54, cioè due in più dell'Empoli e più del doppio rispetto alla Juventus. Dunque, i numeri parlano di pochi tiri in porta concessi agli avversari, ma di troppi gol subìti in proporzione. E anche qui diventa forte il sospetto che a incidere siano stati più gli errori individuali piuttosto che l'impostazione della fase difensiva. A rafforzare questa impressione c'è un altro dato molto interessante e significativo, rilevato da Panini Digital: tra i portieri che hanno giocato almeno 20 partite, infatti, Rafael è stato il peggiore in assoluto per numero di parate effettuate (appena 46 in 23 presenze), mentre se si scorre la graduatoria includendo anche i portieri che ne hanno disputate almeno 15 il peggiore è risultato Andujar, con 28 parate in 15 partite. Per comprendere meglio di che cosa sto parlando, faccio notare come in testa a questa classifica vi sia Sportiello (Atalanta) con 143 parate in 37 partite (Sepe, che dall'Empoli è appena tornato al Napoli, ne ha 92 in 31), mentre tra i top club - che di solito subiscono meno tiri in porta, rispetto alle squadre cosiddette provinciali - Handanovic (Inter) ne ha 98 in 37, Diego Lopez (Milan) 93 in 28, Neto (Fiorentina) 82 in 29, De Sanctis (Roma) 81 in 35, Marchetti (Lazio) 66 in 30, Buffon (Juventus) 63 in 33. Tra l'altro, venendo ai difensori, i tanto criticati centrali azzurri non è che se la siano cavata malissimo, almeno secondo i dati di Panini Digital: infatti, Raul Albiòl è stato secondo assoluto nelle palle recuperate, con 762 in 35 partite (dietro Rugani dell'Empoli, primo con 853 in 38), mentre Koulibaly ne ha riconquistate 552 in sole 27 gare.
Il gol-capolavoro di Higuaìn contro la Roma
Dunque, ricapitoliamo anche in questo caso: pochi tiri subìti, cioè poche occasioni da gol concesse agli avversari, ma pochissime parate dei propri portieri e tante reti al passivo. Il problema, anche qui, è stato l'impostazione della fase difensiva o il livello degli uomini a disposizione in alcuni ruoli-chiave come, per esempio, quello di portiere?
So bene, naturalmente, che i numeri non spiegano tutto, anche se dicono tanto. E so bene di averli utilizzati in maniera anche un po' provocatoria, ma non strumentale. Però, la loro evidenza mi serve per mettere in rilievo quanto strumentali, invece, siano state, lungo l'intera stagione, le critiche nei confronti del sistema di gioco impostato da Rafa Benitez, che con una coppia di centrocampo appena sufficiente (quella che ha giocato di più è stata Gargano - David Lopez, non Mascherano - Fellaini) e col detestato (dalla critica prevenuta e/o superficiale) 4-2-3-1 è riuscito a far scorrere il gioco in maniera fluida, a produrre chiare occasioni da gol in quantità industriale, a schermare adeguatamente la difesa e a far sì che la sua squadra subisse poco da parte degli avversari. Di fronte a tutto ciò, magari, si può capire meglio perché l'allenatore spagnolo - che, ripeto, non è uno sprovveduto ed è uno che ha vinto ovunque sia andato - abbia continuato a insistere sulla sua idea di gioco: perché aveva dalla sua parte il supporto dei numeri e credeva che, prima o poi, i fattori imponderabili - che nel calcio esistono e hanno un peso, ma possono anche essere previsti e limitati - sarebbero girati a favore della sua squadra, cosa che invece, purtroppo, quest'anno non è accaduta quasi mai. Certo, avrebbe potuto aiutare avere a centrocampo Pogba, Pirlo, Marchisio e Vidal; oppure Nainngolan, De Rossi e Pjanic; o ancora Biglia e Parolo, o Borja Valero e Pizarro. Ma l'evidente differenza di qualità tra i centrocampisti del Napoli e quelli delle squadre che lo hanno preceduto in classifica dovrebbe accrescere i meriti dell'allenatore, non diminuirli (per me, anche le mediane di Inter, Milan, Sampdoria e Genoa erano superiori a quella azzurra, ma è un'opinione personale)...
Al Rafa Benitez 2014-2015, però, pur da "rafaelita" convinto, rimprovero alcune cose importanti. Innanzitutto, di essere stato troppo "aziendalista" e signore fino a un certo punto della stagione, per esempio accettando in estate la mancata conferma di Pepe Reina (la cui assenza tra i pali, col senno di poi, s'è rivelata decisiva, anche per le sue doti di leadership) e puntando troppo a lungo sull'acerbo e insicuro Rafael per provare a non bruciare un patrimonio societario. Poi, sempre per non compromettere del tutto i rapporti con De Laurentiis, di aver fatto buon viso a cattivo gioco di fronte a questioni importanti come i tanti centrocampisti di livello internazionale trattati ma mai arrivati (Mascherano, Fellaini, Kramer, Gonalons, Capoué, Sandro, Lucas Leiva, Song e altri ancora), l'assenza di una struttura societaria seria e le troppe promesse mai mantenute (potenziamento del settore giovanile e del centro tecnico prime tra tutte). Di aver gestito male, in una piazza immatura e umorale come Napoli, il suo addio alla società partenopea, credo in qualche modo disorientando anche la squadra. Quindi, nel momento clou della stagione, di aver deciso di affrontare i due match decisivi di Europa League e Serie A, in Ucraina col Dnipro e al San Paolo contro la Juventus, senza schierare dal primo minuto il capitano Marek Hamsik, anima e cuore della squadra, attaccato alla maglia più di un napoletano e, soprattutto, in forma smagliante nel finale di stagione. E non c'è ragione tattica che tenga: i match decisivi una grande squadra li gioca guidata in campo dal suo capitano! Quest'ultimo punto, in particolare, mi ha molto addolorato.
Le lacrime di Insigne dopo il gol al rientro dal lungo infortunio
Certo, il Napoli quest'anno ha peccato in continuità e spesso in grinta e concentrazione, ma con i calciatori a disposizione - soprattutto in determinati ruoli-chiave, come portieri e centrocampisti - più di tanto, probabilmente, nemmeno un tecnico esperto e abile come Benitez avrebbe potuto fare. Però, la mentalità del gruppo e della società è certamente cresciuta, il fatto di giocare ogni tre giorni è diventato un'abitudine e non più un dramma, il Napoli è stato rimesso sulle mappe che contano del calcio italiano ed europeo (attualmente è al 14esimo posto nel ranking ufficiale dell'UEFA). Sotto Benitez, inoltre, Lorenzo Insigne - il cui infortunio per me è stato decisivo, in negativo, per lo sviluppo della stagione azzurra - è diventato un calciatore di livello internazionale, Callejòn e Mertens sono ora tra gli esterni offensivi più richiesti d'Europa, Gargano è migliorato tecnicamente ed è ritornato titolare, Britos ha dimostrato una ormai inattesa affidabilità (soprattutto nella seconda metà di stagione), Gabbiadini è pronto per un ruolo da big, Hamsik ha rafforzato il carattere e prodotto comunque numeri di rilievo (non aveva mai segnato tanto in una sola stagione, né servito così tanti assist), Zapata è diventato uno tra gli attaccanti giovani migliori della Serie A. Avrebbero potuto fare di più, invece, un fuoriclasse assoluto come Higuaìn (però spossato dalle fatiche del Mondiale, come l'Albiòl della prima metà di stagione) e due centrocampisti di buon livello come Jorginho e Inler (più adatti a un centrocampo a tre). Da rivedere Koulibaly e, magari nel ruolo di riserve, David Lopez e il tuttofare De Guzman; mentre sui portieri, entrambi, stenderei semplicemente un velo pietoso: a modo loro, sono stati determinanti.
Ciò che mi dispiace davvero, per coloro che hanno strumentalmente criticato la gestione tecnica beniteziana per tutto l'anno, è che sono riusciti ad avvelenarsi, invece di godersele, anche alcune tra le partite più belle dell'intera storia del Napoli: match-spettacolo probabilmente irripetibili a queste latitudini, come, per esempio, la roboante vittoria esterna a Wolfsburg nell'andata dei quarti di finale di Europa League (1-4!!!), ma anche i successi casalinghi larghi su Roma, Sampdoria, Fiorentina, Verona e persino la vittoriosa finale di Supercoppa contro la Juventus. Auguro a costoro, ma soprattutto a me stesso e a chi ama davvero il Napoli, di rivedere presto una squadra azzurra che vada a imporre il proprio gioco su qualsiasi campo e contro qualsiasi avversario, con un'occupazione costante della metà campo altrui e trame offensive che, a un certo punto dell'esperienza beniteziana, erano invidiate da tutta Europa.
Per concludere, come ho già scritto tempo fa in un'altra sede, paragonerei i due anni di Rafa Benitez sulla panchina del Napoli a ciò che rischia di essere l'Expo per l'Italia: una enorme occasione sprecata. Ma spero davvero che non sia così e che già Sarri possa iniziare a raccogliere i frutti di un lavoro che, lo si vedrà sul medio-lungo periodo, è andato più in profondità di quanto si possa immaginare in questo momento. 

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martedì 2 giugno 2015

napoli: due anni belli ma deleteri?

Di Giuseppe Cascone

"I bilanci si fanno alla fine", abbiamo detto spesso durante questo campionato così stressante. E ora che la stagione del Napoli si è chiusa, provo una veloce analisi, al di là dei numeri che, purtroppo, sono impietosi. Faccio mia la frase di un amico, che ieri mattina mi ha detto: "Sono stati due anni belli ma deleteri". Credo che sia proprio così.
C'è stata, infatti, la grande bellezza del calcio-spettacolo, che in alcune gare ci ha esaltato. Ci sono stati due trofei in due anni (e per noi è grasso che cola). Ma ci sono state anche sconfitte umilianti, occasioni perse, giocatori alla lunga svalutati. E poi l'ambiente... Una stucchevole, noiosa, stupida battaglia ideologica che - oltre a generare antipatie verso il Napoli di Benitez - ha inciso retrospettivamente anche sulla memoria del Napoli di Mazzarri e di Cavani, una delle squadre più formidabili della nostra storia. Una battaglia ideologica senza senso.
Gonzalo Higuaìn dopo aver fallito il rigore decisivo in Napoli-Lazio 2-4
Lasciamo perdere il principale quotidiano della città, oppure commentatori campani di giornali e televisioni nazionali (da Malfitano a Criscitiello, ecc.): è gente che ha attaccato Benitez come faceva con Mazzarri. Ma leggere un sito rafaelita che, ancora ieri, parlava di internazionalizzazione del Napoli e di Napoli è sconfortante. Napoli, infatti, con tutti i suoi problemi profondi e dolorosi, è una capitale europea della cultura, come lo stesso Benitez ha più volte riconosciuto.
Quanto poi al business plan e alla cultura aziendale, se dovessimo valutare solo con questo metro, tra i tre anni di Mazzarri e i due di Benitez, in termini di risultati netti e di profitto, non ci sarebbe confronto. Infine, il calcio internazionale che sempre lo stesso sito rafaelita blandisce come una clava è anche quello nel quale si esonera Ancelotti dopo una Champions League vinta e un secondo posto e nel quale Guardiola è sull'orlo dell'esonero dopo due campionati vinti in due anni e due semifinali di Champions League.
In conclusione: del Napoli di Benitez mi mancheranno tanto la classe, l'eleganza e la capacità di stordire e schiacciare gli avversari in alcune partite (il quarto di finale d'andata di Europa League con il Wolfsburg resterà impresso per sempre nella mente e nel cuore). Quello che mi manca, invece, del Napoli di Mazzarri (che mi è mancato in questi due anni, che mi è mancato domenica sera in occasione di Napoli-Lazio) è ciò che lui chiamava "l'anima", ovvero la capacità di non mollare fino all'ultimo secondo, la personalità di squadra, il sacrificio, l'applicazione feroce.

Sarebbe davvero bello se il futuro allenatore del nostro amato Napoli riuscisse nella sintesi miracolosa tra i due Napoli degli anni '10 del XXI secolo, comunque tra le squadre azzurre migliori di sempre. Adiòs, Rafa. Aspettiamo con fiducia e speranza il tuo successore. Buon viaggio.

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lunedì 1 giugno 2015

napoli: diario personalissimo di quattro mesi vissuti pericolosamente

Di Diego Del Pozzo

Rompo il lungo silenzio del mio blog recuperando i post che ho pubblicato in questo periodo (da metà febbraio a oggi) su Facebook, per assemblare un personalissimo "diario azzurro" di quattro mesi e mezzo vissuti pericolosamente, tra polemiche, illusioni, delusioni, fallimenti, rimpianti.

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14 febbraio (dopo Palermo - Napoli 3-1 e la clamorosa papera di Rafael, che lo farà finire in panchina fino al termine della stagione)
Ci hanno fatto (rosa)neri! Però, certo, avere anche il portiere aiuterebbe...
Credo che nei confronti di Rafael pesi molto l'atteggiamento da maestro di Benitez, che vuole far crescere un giovane del quale, evidentemente, percepisce le potenzialità. E' anche vero, però, che oggi come oggi Andujar offre molte più garanzie e maggiore sicurezza, anche ai compagni. Finora, la stagione del Napoli è paradossale: domina quasi sempre le partite, perché sa che ogni volta che subisce un tiro in porta arriva il gol avversario. Con un portiere tra i pali avrebbe almeno sei-sette punti in più.

24 febbraio (dopo Napoli - Sassuolo 2-0)
Il nostro centravanti di riserva farebbe comodo come titolare a parecchie squadre di Serie A, anche ad alcune di vertice. Per fortuna, però, lo abbiamo noi, inserito all'interno di una rosa che, sotto Benitez, è sempre più ampia e qualitativa.
Ah, a proposito, stasera Duvàn Zapata ha letteralmente travolto il Sassuolo.

2 marzo (dopo Torino - Napoli 1-0)
Il Napoli stasera ha perso perché non ha messo tutto in campo. E contro l'ottimo Torino di questo periodo (12 risultati utili consecutivi, togliendo punti anche a Juventus, Inter e Fiorentina, oltre che agli azzurri) bisognava mettere tutto in campo.
Comunque, riassumendo, primo tempo sotto tono, poi primi 20 minuti della ripresa col Torino schiacciato nella sua metà campo, quindi follia di Koulibaly che regala ai granata il calcio d'angolo decisivo e rovescia l'inerzia del match, infine forcing confuso del Napoli fino al fischio conclusivo. Anche così, il pareggio sarebbe stato comunque meritato.
Il Torino fa quello che doveva fare, chiudendo ogni spazio, tenendo 11 uomini dietro la linea della palla e facendo densità in modo fantastico. Il Napoli poteva fare di più, ma l'errore di Koulibaly cambia il corso del match. Senza quell'episodio, nella mezz'ora finale probabilmente gli uomini di Benitez avrebbero portato il match a casa (con i granata in calo, per ammissione dello stesso Ventura).
Detto ciò, al Torino vengono risparmiate dall'arbitro ben due espulsioni: prima a El Kaddouri e poi a Quagliarella, entrambi già ammoniti e autori di brutti falli meritevoli del secondo giallo. Nel post-partita in tv, Benitez si riferiva soprattutto a questi due episodi, anche se nessun commentatore ha avuto la decenza e l'onestà di farlo notare.
In ogni caso il "Sono stanco!" di Rafa è destinato a fare molto rumore e a lasciare qualche strascico.

mercoledì 11 febbraio 2015

la serie a è sempre più provincia: una mia riflessione "napolista"

Di Diego Del Pozzo
(Il Napolista - 30 gennaio 2015)

La cessione di Cuadrado al Chelsea da parte della Fiorentina rappresenta l'ennesima stridente conferma dell'attuale status della Serie A italiana, che nella considerazione degli addetti ai lavori internazionali è, ormai, al medesimo livello del campionato olandese o di quello belga: tornei buoni per far crescere i giovani talenti e i campioni del domani, in modo da poterli poi acquistare appena questi salgono di livello e, al tempo stesso, aumentano le loro pretese economiche.
In un contesto di questo tipo, temo che la maggior parte degli osservatori italiani e, purtroppo, anche la quasi totalità dell'ambiente napoletano non abbiano dato il giusto peso (che è enorme) all'acquisto di Gonzalo Higuaìn da parte del Napoli, che nell'estate 2013 è riuscito a strapparlo addirittura al Real Madrid, pagandolo ben 40 milioni (senza prestiti o formule astruse) e convincendolo a lasciare un torneo di prima fascia come la Liga per venire a giocare nella derelitta Serie A. Naturalmente, per la riuscita di una simile operazione di mercato è stata fondamentale la presenza di Rafa Benitez sulla panchina azzurra.
Ma, sia come sia, era dai tempi del passaggio di Eto'o (quello vero, non questo del 2015) dal Barcellona all'Inter di Mourinho (peraltro, nell'ambito di uno scambio con Ibrahimovic) che una stella conclamata del calcio internazionale non lasciava un top club straniero per venire a giocare in Italia. Da allora, in Serie A sono arrivati soltanto talenti in rampa di lancio (Pogba, Kovacic, Iturbe, Marquinhos, Morata, ecc.), calciatori di livello medio-alto provenienti da squadre medie (Vidal, Llorente, Medel, Gervinho, Biglia, Djordjevic, Joaquin, ecc.) o stelle stagionate pronte a sparare le ultime cartucce delle loro gloriose carriere (Klose, Essien, Saviola, Evra, Cole, ecc.). Il caso Tevez-Juventus è differente, perché i bianconeri lo hanno preso a condizioni assolutamente di favore mentre era fuori rosa (da mesi) nel Manchester City. E, comunque, in Italia l'Apache ci è giunto da trentenne.
L'acquisto di Gonzalo Higuaìn da parte del Napoli, dunque, costituisce assolutamente un unicum per una squadra di Serie A di questi anni. E già soltanto per una simile operazione di mercato, capace di sprovincializzare l'asfittico panorama calcistico italiano, il Napoli meriterebbe una considerazione maggiore da parte degli addetti ai lavori.

venerdì 30 gennaio 2015

incubo 2 (cit.)

Di Diego Del Pozzo

Stanotte ho sognato che la Juventus aveva battuto il Parma, eliminandolo dalla Coppa Italia, grazie a un gol decisivo in fuorigioco netto segnato a un minuto dal fischio finale. Ho sognato che il guardalinee era in perfetta posizione per segnalare l'off-side, ma preferiva tenere abbassata la bandierina.
Questo si chiama fuorigioco
Per fortuna, però, deve essere stato soltanto un brutto sogno, perché sia ieri sera nei commenti post-partita sulla Rai e su Sky, sia stamattina in tutti i notiziari specializzati (per esempio, in quello di Sky Sport 24), di questo netto fuorigioco non vi era traccia.
Evidentemente, ieri sera ho mangiato un po' pesante e devo aver avuto una cattiva digestione. ‪#‎Cipuòstare‬.
Ps: D'altra parte, quando una grande squadra ottiene una vittoria grazie (anche) a qualche svista arbitrale (ma c'è svista e svista...), i solerti e imparziali commentatori televisivi italiani imbastiscono veri e propri processi sommari in diretta, come fatto pochi giorni fa con Rafa Benitez dopo le vittorie del Napoli con l'Udinese e col Genoa. Dunque, deve essere stato davvero soltanto un brutto sogno... Meno male... Mi sarebbe dispiaciuto per il povero e indifeso Parma, se fosse stato utilizzato come vittima predestinata...
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domenica 23 novembre 2014

serie a: napoli - cagliari 3-3 e occasione sprecata per gli azzurri

Di Diego Del Pozzo

Lo scoppiettante 3-3 casalingo del Napoli contro l'ottimo Cagliari di Zdenek Zeman offre alcune risposte immediate sul presente della squadra di Benitez - comunque al nono risultato utile consecutivo, migliore striscia aperta della Serie A - e sul suo futuro.
Il gol di Higuaìn per il provvisorio 1-0
Innanzitutto, alla prima verifica in tal senso, s'è capito subito che di qui in avanti l'assenza di Lorenzo Insigne peserà tantissimo, non soltanto per la sua classe e per come era riuscito a cogliere (finalmente) l'essenza dei movimenti offensivi chiesti dal tecnico spagnolo, ma per quella specialissima voglia e intensità (di cuore) che l'attaccante infortunatosi a Firenze stava mettendo, da un mese a questa parte, in ogni suo match. Forse qualcuno faceva finta di non accorgersene, ma nelle ultime quattro-cinque partite Insigne aveva acquisito la piacevole abitudine di prendersi letteralmente la squadra sulle spalle, per suonare la carica e aiutarla a superare l'ostacolo di turno (si vedano, in particolare, le vittorie casalinghe contro Verona e Roma, la prima una cosiddetta "piccola", la seconda una "grande", a riprova dell'infondatezza dell'assioma della "squadra grande con le grandi e piccola con le piccole").
La seconda risposta - che, per i suoi esiti dirompenti, forse avrà un po' sorpreso persino lo stesso Benitez - riguarda, invece, uno tra i calciatori più criticati di questi primi mesi di stagione: Raul Albiol. In molti, di fronte a prestazioni spesso non convincenti, chiedevano con insistenza di farlo riposare un po' e lanciare Henrique al centro della difesa. Ebbene, la risposta arrivata oggi dal San Paolo è abbastanza chiara: il brasiliano finora sta giocando poco semplicemente perché non è ancora all'altezza della situazione, forse a causa delle scorie mondiali e della preparazione estiva fatta un po' a pezzetti. E con la sua confusione ha finito per mettere in difficoltà persino il fin qui ottimo Koulibaly, assieme al quale ha contribuito massicciamente ai regali natalizi anticipati fatti agli attaccanti del Cagliari in occasione di tutti e tre i loro gol.
Insomma, con assenze pesanti - e in alcuni casi lunghe - come quelle di Insigne, Zuniga, Mertens, Jorginho (squalificato), la rosa pare un po' striminzita, almeno rispetto a quelle di Juventus e Roma.
Detto ciò, gli uomini di Zeman hanno pienamente meritato il pareggio, lo hanno ottenuto attraverso un calcio d'attacco e, come nel loro stile, privo di calcoli. E il Boemo ha dimostrato che, se la sua squadra deciderà di seguirlo fino in fondo, iniziando a giocare senza timori fin dal fischio d'inizio e non da quando va sotto di due o tre reti, in Sardegna potranno tutti togliersi parecchie soddisfazioni. D'altra parte, ricordo ai criticoni che squadre dal blasone ben superiore a quello del Napoli hanno perso 4-1 in casa contro il Cagliari in forma. Insomma, se questi iniziano a giocare per tutti i 90 minuti ci sarà da divertirsi.
Il Napoli, invece, deve recitare il "mea culpa" per l'occasione sprecata, perché pur giocando con minore intensità rispetto alle ultime prove (la pausa per le Nazionali non ci voleva!) questo match poteva portarlo tranquillamente a casa, nonostante gli orrori dei due centrali difensivi, un Callejon spesso assente dal gioco e un Hamsik ancora alla ricerca del tempo perduto, più largo a sinistra per provare a surrogare l'assente Insigne. Tra le note positive, vanno segnalati un Higuaìn ormai definitivamente recuperato alla causa, un De Guzman molto duttile e sempre più al centro del progetto tecnico, un Gargano tutto grinta e un Maggio di nuovo atleticamente tirato a lucido. Col rientro di Mertens a sinistra, si spera fin dalla prossima partita in casa della Sampdoria, le cose dovrebbero andare un po' meglio. Intanto, lo sguardo arrabbiato di Rafa Benitez nel post-partita - col tecnico che s'è detto "molto infastidito da questo pareggio regalato" - lascia ben sperare per la carica che saprà dare alla squadra in vista dei prossimi match, in Europa League e Serie A.

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domenica 29 giugno 2014

serie a 2013-2014: il bilancio del napoli di rafa benitez

Di Diego Del Pozzo

Mentre i Mondiali brasiliani entrano nel vivo, voglio tornare di qualche settimana indietro nel tempo per archiviare definitivamente la stagione per club 2013-2014 facendo un bilancio, a freddo, dell'annata vissuta dal Napoli di Rafa Benitez, al suo primo anno sulla panchina azzurra.
Ebbene, Benitez - che in risposta ai detrattori, durante i mesi invernali, ripeteva continuamente che "i conti si fanno alla fine" - ha eguagliato il record di punti nella storia del Napoli in Serie A, 78, vincendo però nella stessa stagione la Coppa Italia (e, a tale proposito, quest'anno in Italia hanno vinto un trofeo soltanto Juventus e Napoli: per gli altri, iperpubblicizzata Roma compresa, "zeru tituli") e terminando un complicatissimo girone di Champions League con 4 vittorie su 6 match e 12 punti in classifica, alla pari con le qualificate Borussia Dortmund e Arsenal. Sì, sto parlando proprio di quella stessa Champions League che, secondo il precedente allenatore, portava via tra i 10 e i 15 punti in classifica in campionato. E ha fatto tutto ciò con una squadra quasi totalmente rinnovata e con un nuovo sistema di gioco, grazie al quale il Napoli ha segnato 104 gol in stagione, altro record societario.
L'aspetto divertente è che c'è persino chi ha storto la bocca, di fronte a questi risultati, perché il Napoli sarebbe passato dal secondo posto dello scorso anno al terzo di quest'anno, cosa che, in effetti, lo costringerà a disputare i fastidiosi preliminari della prossima Champions League in pieno agosto (unico inconveniente derivante da questa annata). A parte i distinguo che ho elencato poco più su, però, mi pare piuttosto evidente che, in futuro, sarà difficilissimo se non impossibile rivedere una Juventus da 102 punti, anche perché è una squadra abbastanza vecchia e a fine ciclo; così come sarà altrettanto difficile che una Roma l'anno prossimo impegnata anche in Champions League e, quindi, con due match a settimana da disputare, possa arrivare nuovamente alla soglia-scudetto degli 85 punti. E come sarà complicatissimo rivedere la sequenza di infortuni che, per almeno due-tre mesi, ha costretto gli azzurri a giocare, in pratica, senza terzini di ruolo (Maggio, Mesto, Zuniga fuori quasi in contemporanea).
La differenza sostanziale tra i 78 punti del Napoli di Mazzarri dello scorso campionato, rispetto ai 78 di questo di Benitez, comunque, risiede in un aspetto semplicissimo: con quel secondo posto, quella squadra aveva chiuso un ciclo che, in quattro anni e mezzo, ha prodotto concretamente una Coppa Italia; questa di Benitez è evidentemente a inizio ciclo, ha ampie possibilità di crescita e in soli 9 mesi ha già raggiunto lo stesso risultato della precedente incarnazione, una Coppa Italia. Il precedente trofeo, però, era probabilmente il massimo raggiungibile; questo rappresenta un evidente punto di partenza.
Merita qualche riga a parte l'esperienza del Napoli di Benitez nella Champions League 2013-2014, partendo dai fatti e dai numeri. Per la prima volta nella storia della Champions League una squadra è stata eliminata nella fase a gironi dopo aver totalizzato addirittura 12 punti, nel caso del Napoli frutto di 4 vittorie su 6 match, raccolte in un raggruppamento durissimo, composto dall'Arsenal che all'epoca stava dominando la Premier League (cioè il campionato più bello e competitivo del mondo), dal sempre scoppiettante Borussia Dortmund vicecampione d'Europa 2012-2013 e da un Olympique Marsiglia poi rivelatosi poco competitivo (ha terminato con sole sconfitte) ma, comunque, in partenza dotato di blasone e di solida tradizione internazionale (ha in bacheca anche una Coppa dei Campioni). Ebbene, in un simile girone, il rinnovato Napoli di Rafa Benitez - ripeto: appena all'alba di un nuovo progetto tecnico-tattico, con sei-sette titolari diversi rispetto allo scorso anno e, soprattutto, con un epocale passaggio, dopo anni, dalla linea difensiva a tre a quella a quattro - ha saputo chiudere a pari punti con tedeschi e inglesi ed è stato eliminato soltanto grazie alla classifica avulsa, dopo essere riuscito a vincere tutti e tre i match casalinghi (2-1 al Borussia, 3-2 al Marsiglia e 2-0 all'Arsenal) e quello in Francia (2-1 al Velodrome), perdendo soltanto a Londra e a Dortmund e, in quest'ultimo caso, con parecchie recriminazioni e anche un pizzico di sfortuna (basti pensare al rigore generoso dato ai tedeschi dopo pochi minuti e agli svarioni difensivi di Armero sul 2-0 e, soprattutto, sul decisivo 3-1). Di più, onestamente, non era lecito chiedere, anche perché sarebbe bastato un pareggio in una delle due gare tra Borussia e Arsenal per fare fuori una delle due e far avanzare gli azzurri.
Negli occhi dei tifosi partenopei, ma anche in quelli dei semplici appassionati, c'è ancora la bellissima prova del Napoli al San Paolo contro la forte squadra di Arsène Wenger, ridotta ai minimi termini dalla ferocia di un pressing altissimo e costante, dai continui aiuti degli esterni d'attacco ai due centrocampisti, da una difesa disposta quasi a centrocampo e sempre pronta a rilanciare l'azione con cambi di gioco profondi e precisi, dal movimento continuo e dai tagli e controtagli degli attaccanti, da una ritrovata solidità mentale generale che ha positivamente influito sull'equilibrio complessivo della formazione di un Benitez che, incurante delle critiche di quel periodo, ha preparato e condotto il match a modo suo e, come volevasi dimostrare, nella singola gara ha avuto ragione.
Riallargando la visuale all'intera stagione, il migliore in assoluto tra gli azzurri versione 2013-2014 è stato certamente José Callejon, autore di ben 15 gol in campionato e 20 totali, ma soprattutto inesauribile sulla fascia di competenza e sempre a suo agio di fronte a qualsiasi avversario. Dopo di lui, collocherei Dries Mertens (11 gol in Serie A e 13 totali) e Gonzalo Higuaìn (17 in campionato e 24 totali), entrambi con ulteriori margini di crescita per il prossimo anno. Ciascuno di questi tre campioni, peraltro, s'è distinto anche per aver servito tanti assist decisivi ai compagni. Tra i più positivi, a mio avviso, vanno inseriti anche un Lorenzo Insigne tatticamente miglioratissimo e atleticamente instancabile, un Pepe Reina leader naturale che andrebbe in tutti i modi riconfermato, un Federico Fernandez enormemente cresciuto grazie alla fiducia dell'allenatore. Da recuperare, ma in futuro tornerà certamente al centro del gioco, il capitano Marek Hamsik.

Insomma, dopo una stagione così, il Napoli targato Rafa Benitez per me è destinato senza ombra di dubbio a crescere ulteriormente.
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lunedì 31 marzo 2014

napoli-juventus 2-0: dominati i dominatori!

(Foto di Sergio Siano)

giovedì 31 ottobre 2013

serie a: il napoli ragiona e vince da grande squadra a firenze

Di Diego Del Pozzo

Alcune considerazioni su Fiorentina-Napoli 1-2 di ieri sera:
1) Una volta tanto non si può che essere d'accordo con Massimo Mauro e con quanto detto nel postpartita durante "Sky Calcio Show": Rafa Benitez tiene los cojones esagonales;
2) Il Napoli 2013-2014 ha l'autorevolezza e la capacità di gestione (oltre che la classe) della grande squadra;
3) José Callejon è la sorpresa positiva di questa prima parte di stagione;
4) I meccanismi offensivi del Napoli sono uno spettacolo, arricchito dalla qualità eccelsa dei singoli interpreti;
5) Chi si scandalizza per il secondo rigore non dato alla Fiorentina al 91' pensasse al primo, quello concesso, che 99 volte su 100 non viene assolutamente sanzionato (e, comunque, se sull'azione incriminata Cuadrado fosse caduto normalmente, sul calcetto istintivo di Inler, senza stramazzare al suolo come fulminato, non avrebbe fatto venire voglia all'arbitro di ammonirlo per simulazione);
6) Il tanto discusso Calvarese s'è mostrato semplicemente arbitro inadeguato per un match come Fiorentina-Napoli: ammonizioni inesistenti (Pandev) o ridicole (la prima a Maggio, poi espulso per somma di cartellini gialli), una simulazione di Giuseppe Rossi non fischiata con relativa mancata ammonizione per l'attaccante viola, in generale una scarsa capacità di gestire i rapporti con i giocatori e poca personalità per decidere senza pensare agli errori (tanti) commessi in precedenza;
7) Federico Fernandez è diventato buon titolare nella difesa partenopea;
8) Infine, attenzione: sulla Serie A ha iniziato ad abbattersi il ciclone belga Mertens (maradoniano il suo gol, nella foto).

mercoledì 18 settembre 2013

la costruzione corale del gioco di benitez, secondo bacconi

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 16 settembre 2013)

Il primo posto in classifica a punteggio pieno dopo tre turni di campionato è per ora la vittoria della rifondazione voluta da De Laurentiis e realizzata con precisione chirurgica da Bigon, basata su decisioni razionali, fredde, distaccate da quel contesto umorale e passionale che si vive quotidianamente a Napoli. Mi riferisco in particolare alle scelte degli eredi di Mazzarri (Benitez) e Cavani (Higuain) e cerco di spiegarvi il perché.
L'esultanza di Higuain dopo il suo gol in Napoli-Atalanta 2-0
Rafa Benitez è il prototipo dell'allenatore scientifico, programmatore, metodico. Un personaggio che, senza poter contare su un passato da calciatore, ha saputo vincere in piazze e campionati diversi solo sulla forza della ragione e dello studio. Nessuno dei suoi giocatori (in particolare i nuovi arrivati) ha la presunzione di risolvere le gare da solo, come si vede invece spesso in tante squadre di élite, basta pensare a profili come Ibrahimovic o Balotelli. Al contrario, tutti partecipano umilmente al team building impostato dal mister spagnolo, dove la costruzione del gruppo è alla base del successo e si fonda sulla percezione dei singoli di poter vedere crescere il proprio valore attraverso processi collaborativi e la creazione di un clima di fiducia e di stima tra i compagni. 
La partita con l'Atalanta, pur nella sofferenza di una prestazione penalizzata dall'ampio turn-over predisposto in vista del gravoso impegno di Champions contro il Borussia Dortmund, è servita per consolidare tutto questo. Lo ha ammesso lo stesso Benitez in conferenza stampa: «Abbiamo vinto con giocatori nuovi e adesso tutti i componenti della rosa hanno più fiducia». La necessità di preservare l'integrazione fisica di alcuni giocatori ha permesso il recupero psicologico di altri che in futuro potranno risultare molto utili alla causa come capitan Cannavaro, autore di una buona gara seppur con un paio di leggerezze, Dzemaili, Mesto, Armero, Mertens. Non tutti hanno reso al massimo, ma tutti oggi si sentono più dentro il progetto tecnico.
Proprio un allenatore napoletano verace, Raffaele Di Pasquale, è l'autore di una tesi al corso master di Coverciano dal titolo intrigante: "La pedagogia antiautoritaria e la metodologia operativa nel calcio ad alto livello" (http://www.settoretecnico.figc.it/documenti.aspx?c=49&t=raffaele%20di%20pasquale). Di Pasquale nella sua opera spiega proprio la differenza tra processo e prodotto: «L’alternativa è sempre quella: miro alla consapevolezza dei processi che mi conducono ad un risultato o confido nella buona sorte o nella giocata “magica” del talento?».
Benitez essendo come approccio filosofico costruttivista, punta sul processo per arrivare al prodotto e questo si vede nel modo di stare in campo della squadra, oltre che nelle scelte degli interpreti.
Contro l'Atalanta, che faceva densità bassa e ripartiva con qualità in contropiede, occorreva una gara intelligente, paziente, attenta. La squadra, pur non brillante e senza la qualità garantita dai suoi giocatori più titolati, ha mantenuto la sua identità: ha tenuto a lungo la palla (67% di possesso) anche se a volte con troppa lentezza, ha coinvolto nella costruzione tutti i suoi elementi con una fitta ragnatela di passaggi (92% di riusciti), obbligando quindi tutti a stare con la testa dentro la partita, ha cercato l'ampiezza (27 cross) e non solo la profondità, come invece accade spesso alla squadre italiane. 
L'unico fuoriclasse a cui Benitez non ha saputo rinunciare neanche in questa circostanza è Gonzalo Higuain, migliore in campo per senso tattico, personalità, opportunismo. L'ex madridista è la summa dell'attaccante pensante, ideale per il gioco di Benitez, fosforo e non solo muscoli, capacità decisionali e non solo tecnica sopraffina, lettura degli spazi e dei tempi di gioco e non solo aggressività e generosità. La prima punta nel calcio moderno è quella che ha la maggior libertà di azione. E quella che detta i tempi e induce, di conseguenza, i comportamenti dei compagni di squadra. Ha quindi una grande responsabilità tattica oltre che il peso di dover finalizzare il gioco. L'argentino sente questa responsabilità collettiva e i suoi movimenti non sono mai fini a se stessi ma sempre funzionali a facilitare la collaborazione coi compagni. Come nell'azione del gol che sblocca il risultato. Higuain sceglie inizialmente di venire incontro al portatore di palla, invitando Hamsik ad andare alle sue spalle. Dopo aver scaricato lateralmente si defila un po' a sinistra per liberare il corridoio di passaggio di Insigne per Hamsik stesso. Mentre la palla arriva allo slovacco riparte bruciando Stendardo nello sprint, intuendo il possibile sviluppo dell'azione. Infine, calcia con freddezza sul secondo palo dove Consigli non può arrivare. Movimenti e gesti tecnici semplici ma elaborati da un pensiero sopraffino.

domenica 1 settembre 2013

serie a: chievo-napoli 2-4 e seconda "bestia nera" sbranata dagli azzurri

Di Diego Del Pozzo

Ok, la strada da percorrere sembra essere quella giusta: seconda "bestia nera" sbranata in soli sette giorni, per il nuovo Napoli di Rafa Benitez. La squadra azzurra, infatti, batte anche il Chievo (4-2 in trasferta), dopo la più che convincente vittoria casalinga di domenica scorsa col Bologna (3-0) nella giornata d'esordio della Serie A 2013-2014.
Il primo gol di Hamsik al Chievo
Nonostante una prestazione un po' svagata e/o sottotono da parte di qualcuno (Britos, Reina, Maggio, Behrami), con parecchi errori individuali e alcuni di reparto, soprattutto in fase difensiva, il Napoli espugna il Bentegodi di Verona con la sicurezza e la personalità delle grandi squadre, segnando ben 4 reti e reagendo prontamente al duplice pareggio degli uomini di Sannino. Così, dopo quella andata in scena sette giorni fa contro il Bologna, anche la seconda dimostrazione del debordante arsenale offensivo a disposizione di Benitez appare impressionante, con Higuain che si propone come pericolo costante per le difese avversarie, ma soprattutto sa essere uno spettacolare pivot offensivo capace di guidare i movimenti e gli inserimenti dei tre trequartisti alle sue spalle con rara intelligenza. E proprio i tre uomini alle spalle del centravanti argentino - Callejon, Hamsik e Insigne (ma in panchina ci sono anche Pandev - poi subentrato - e Mertens) - danno vita anche a Verona a un tourbillon stordente, con intrecci continui e scambi di posizione senza pause. Colpiscono, in particolar modo, il dinamismo pazzesco di Callejon e la generosità di un Insigne mai così partecipe anche in fase difensiva. A tutto ciò, naturalmente, va aggiunta la ciliegina sulla torta, cioè un Marek Hamsik letteralmente mostruoso, "tuttocampista" ormai con pochi eguali al mondo, arrivato già a 4 reti in soli due match di campionato e letteralmente esploso nella nuova posizione più avanzata cucitagli addosso da Benitez. Rispetto al passato anche recente, dello slovacco impressiona la personalità da autentico leader e trascinatore, d'altra parte degna del neocapitano della squadra azzurra.
Alla prima pausa per gli impegni delle Nazionali, dunque, il Napoli arriva con 6 punti su 6 in classifica, ben 7 gol fatti, 2 subìti e Hamsik capocannoniere del torneo, in attesa di una ripresa delle ostilità che porterà con sé anche gli attesi impegni di Champions League.
Le parole d'ordine per la nuova stagione degli azzurri sembrano essere "Dinamismo e personalità", accompagnate dal refrain col quale Benitez sta continuando a trasmettere alla squadra i suoi princìpi di gioco: quel "Senza fretta e senza pause" che anche a verona contro il Chievo ha consentito al Napoli di continuare a fare il proprio gioco senza timori, anche dopo l'1-1 e il 2-2 dei veronesi, situazione che - su quello stesso campo - fino all'anno scorso avrebbe, invece, provocato tensioni e nervosismo paralizzanti.
Ed ecco, per concludere, le mie pagelle azzurre di Chievo-Napoli 2-4: Reina 5.5 - Maggio 5.5, Albiol 6, Britos 5, Zuniga 6 - Behrami 5.5 (Dzemaili 6), Inler 6.5 - Callejon 7, Hamsik 8 (Pandev 6), Insigne 7 - Higuain 7.5 (Armero s.v.). All.: Benitez 7.

Ps in chiave Champions: Dando per scontato che col tempo i meccanismi difensivi migliorino, non sarebbe male se da questi ultimi due giorni di calciomercato arrivasse un altro difensore di livello internazionale, perché Walcott (Arsenal), Reus (Borussia Dortmund) e Ayew (Marsiglia) sono più forti del Paloschi che ieri ha messo a ferro e fuoco la difesa azzurra.

venerdì 30 agosto 2013

serie a 2013-2014: napoli-bologna 3-0 nell'analisi tattica di bacconi

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 27 agosto 2013)

Ci sono due aspetti della prestazione del Napoli che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la capacità di liberare e occupare spazi di gioco senza soluzione di continuità, la seconda quella di cercare il recupero immediato una volta persa palla.
Sono due aspetti che hanno lo stesso pre-requisito: il dinamismo. Per poter conquistare campo senza risultare prevedibili (specialmente contro squadre predisposte alla difesa come il Bologna) occorre cambiare spesso posizione e togliere punti di riferimento all'avversario. È una questione di spazi e tempi di gioco. Nel Napoli c'è questa disponibilità a partire dai 4 giocatori d'attacco, quelli che solitamente fanno più fatica a mettersi al servizio degli altri.
Il gol del 3-0 di Marek Hamsik
Tutte le azioni d'attacco che vedremo nei minuti successivi si svolgono su questo canovaccio. Il possesso palla è alimentato da tutti i giocatori, da tutti i reparti, da molti passaggi veloci facilitati dalle tante opzioni di scelta offerte al portatore di palla. Anche l'azione che, dopo circa mezz'ora di dominio tecnico-tattico, porta in vantaggio il Napoli è frutto di questa generosità collettiva. Da quando Zuniga supera la metà campo a quando Callejon si esibisce nel tap-in vincente passano trenta secondi di calcio vero dove la palla viaggia da un azzurro all'altro con naturalezza, con velocità, con intelligenza. Come nell'azione di apertura, anche in questo caso è Pandev col suo sinistro a cambiare gioco verso destra premiando l'allargamento di Hamsik. Nel frattempo Higuain si sposta a destra. Nel buco centrale taglia repentino Callejon, bravo anche a rientrare dal fuorigioco al momento del tiro in porta dello slovacco.
Lo stesso pre-requisito, la disponibilità di corsa, è necessaria nella fase di transizione. Il Bologna non è mai riuscito a ripartire ingabbiato dal pressing immediato dei giocatori azzurri nella zona della palla persa. Duplici gli obiettivi di questo sacrificio iniziale richiesto a tutti i giocatori indistintamente: se possibile recuperare la palla per poi predisporsi al contro-break o, almeno, rallentare l'uscita avversaria e consentire alla squadra di riposizionarsi compatta sotto la linea della palla.
In una gara scintillante dal punto di vista delle soluzioni offensive è più difficile richiamare alla mente le azioni di pressing, ma questa è stata una delle armi essenziali per dare ritmo e continuità al gioco e disorientare l'avversario. È una delle qualità che negli ultimi due anni ha permesso alla Juve di segnare un solco con le inseguitrici.
Il gol del 2-0 è frutto proprio di questo atteggiamento costruito nel ritiro di Dimaro dove certi lavori evidentemente hanno avuto effetti immediati. La dinamica dell'azione ricalca infatti in maniera impressionate un'esercitazione che vidi il giorno che andai a trovare Benitez e il suo staff in Trentino. Si trattava di un lavoro su 2 quadrati dove 4 giocatori dovevano liberarsi con passaggi veloci dal pressing di un avversario e, evitando altri 2 avversari posti a copertura, pescare un compagno posto nell'altro quadrato. Proprio quello che è avvenuto al 46' del primo tempo. Callejon, ripiegato in difesa, recupera la palla. Si crea subito un quadrato coi due mediani e Hamsik che improvvisano un mini torello a un tocco fino al cambio di gioco dello slovacco sull'out opposto per Pandev. Da qui la ripartenza feroce con la combinazione finale Zuniga-Hamsik.
Non possiamo non citare, in questo contesto, la preziosa azione dei due mediani svizzeri, in particolare di Inler. Arrivava da una stagione complicata, tanto da sembrare un giocatore involuto e depresso. La sua prestazione è stata invece ottima. Terzo giocatore del Napoli per palle recuperate (13), primo per passaggi riusciti (68), a ridosso degli attaccanti nello score dei tiri in porta (2). Insomma buona, anzi buonissima la prima. Si attendono conferme nell'immediato futuro.

venerdì 26 luglio 2013

gli allenamenti di benitez al napoli, nell'analisi di bacconi

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 26 luglio 2013)

Arrivo a Dimaro presto e trovo Fabio Pecchia prima dell'allenamento mattutino a bordocampo con le casacche in mano. Con lo staff spagnolo ha legato subito, il suo ruolo sarà importante, è l'anello di congiunzione tra il tecnico e la squadra. Dovrà aiutare Benitez a trasferire al gruppo concetti di gioco nuovi, lontani dalla precedente gestione tecnica. Dice con l'umiltà e la simpatia che lo contraddistingue: «Sono uno studente all'Università del calcio». In effetti c'è molto da imparare vedendo gli allenamenti di Rafa. Le esercitazioni proposte lasciano trapelare gli obiettivi del suo progetto tecnico. Si lavora sulle capacità decisionali dei giocatori. La seduta inizia con un possesso palla a 2 tocchi: controllo orientato e cambio di gioco. Il regime è aerobico. I calciatori corrono come se fossero nei boschi ma facendo muovere anche il cervello e perfezionando i gesti tecnici.
Rafa Benitez al lavoro con la squadra nel ritiro del Napoli
Il secondo lavoro è più analitico. Si tratta di un «4 contro 2». L'attaccante centrale viene incontro al portatore di palla, gioca di sponda e si ripropone per chiudere l'azione. Potrebbe essere un movimento che vedremo fare spesso a Higuain in partita. Ha quelle caratteristiche nel suo Dna. Rispetto a Cavani, dati Uefa alla mano, pur coprendo un minor raggio d'azione, l'ex madridista tocca un maggior numero di palloni e predilige lo scambio in spazi stretti. Infatti oltre la metà dei suoi passaggi sono medio-corti, solo il 7% lunghi (oltre 30 metri). Il confronto con Cavani è pertinente perché le differenze tecniche tra i due attaccanti rispecchiano le diverse richieste che fanno alla loro punta Mazzarri e Benitez. L'uruguagio entrava poco in area di rigore preferendo arrivare da dietro con smarcamenti lunghi negli spazi. Higuain staziona di più spalle alla porta e svaria meno sulle fasce. È più uomo d'area e può così sfruttare con più puntualità i cross degli esterni. Tutto questo non significa che il neo acquisto nel Napoli non corra. Infatti nell'ultima edizione della Champions ha percorso oltre 60 chilometri, 10,83 a gara, leggermente di più rispetto alla media-partita di Cavani nelle 8 partite di Champions della stagione precedente.
Benitez non cerca fenomeni, ma calciatori collaudati e specifici per il suo 4-2-3-1. Secondo questa logica sono stati presi Martens e Callejon che già si muovono a loro agio nelle posizioni di esterni alti. Molto ruoterà però intorno alle capacità dei “vecchi” di assorbire il nuovo approccio mentale richiesto da Benitez. Sempre restando al reparto offensivo mi sono piaciuti molto i movimenti a rientrare di Insigne, da sinistra, e Pandev, da destra. Non sarà facile togliere a loro due il posto. Hamsik dovrà agire invece da trequartista classico e trovare gli spazi per attaccare l'area arrivando a rimorchio di Higuain.
L'allenamento della mattina si chiude con una partitella studiata per sfruttare meglio le zone esterne. Quattro giocatori laterali danno sostegno alla squadra che attacca favorendo lo sviluppo dell'azione in ampiezza. Gli spagnoli li chiamano “comodini” sono dei jolly che servono per aumentare le opzioni di passaggio e direzionare l'attacco. Il concetto base è creare superiorità numerica nella zona della palla.
Nella pausa tra i due allenamenti mi incontro con Benitez e il suo staff a tavola. È un confronto a ruota libera, si parla delle differenze tra il modello gestionale e organizzativo dei club inglesi e di quelli italiani, delle tecnologie utilizzate per la match analysis e della sua utilità nel tempo reale per favorire le decisioni del tecnico, della buona collaborazione iniziata con Gianpaolo Saurini, il tecnico della Primavera che è stato anche lui nei giorni scorsi a rapporto da maestro Rafa. Il punto di partenza è usare lo stesso software per pianificare gli allenamenti, poi si passerà a rendere sempre più coerenti i mezzi di allenamento e il sistema di gioco.
Trovo Benitez molto sereno, pragmatico, razionale. Sa che non sarà facile, è conscio delle difficoltà e dei rischi ma anche della forza delle sue idee. Deve vincere una sfida non banale. Fare una rivoluzione culturale prima che sportiva in poco tempo. Per dirla all'inglese e schematizzando si tratta di passare da una filosofia, quella di Mazzarri, basata su «closed skills», cioè su capacità atletiche e tecniche perfezionate e automatizzate, ad una costruita intorno agli «open skills», cioè su un bagaglio di conoscenze ampio che renda il giocatore in grado di prendere in campo la migliore decisione tra quelle possibili. Gli spagnoli definiscono questa metodologia con l'acronimo PAD che sta per Percezione-Analisi-Decisione. Per questo ogni allenamento deve migliorare la visione di gioco e le capacità anticipatorie.
Anche il menù pomeridiano offre ingredienti in linea con quanto visto la mattina. Si parte con un'esercitazione su un quadrato di 15 metri di lato. Gruppetti di giocatori posizionati sui vertici devono scambiarsi la posizione facendo circolare, con diverse combinazioni, due palloni. L'attenzione è ai tempi delle giocate. Si ruotano due palloni che devono stare sempre sui lati opposti per cui mentre si esegue il passaggio si deve con la coda dell'occhio vedere se c'è sincronia con quello che accade dall'altra parte del quadrato.
Prima di andare a fare un circuit-training in palestra c'è ancora il tempo per un gioco di posizione. Su 2 quadrati di 10 metri di lato si fronteggiano 4 giocatori contro un unico avversario. I due lati sono separati da una striscia di campo presidiata da altri due difensori. I giocatori con la palla devono farla girare fino a trovare l'imbucata per passarla nell'altro quadrato senza farsela intercettare. Anche qui c'è la necessità di muoversi senza palla per aumentare le soluzioni e orientare il corpo per aprirsi l'angolo di gioco. Chi difende non ha come riferimento il singolo avversario ma la copertura della traiettoria di passaggio. I giocatori si divertono, sudano, imparano un nuovo modo di pensare calcio.

lunedì 8 aprile 2013

serie a: napoli-genoa 2-0, con un sontuoso marek hamsik, ormai maestro di calcio...

Di Diego Del Pozzo

Ieri sera, Napoli - Genoa 2-0 (con almeno altre quattro occasioni da gol clamorosamente sciupate dagli azzurri, in particolare con Cavani) ha dato la conferma di quanto gli uomini di Walter Mazzarri si siano definitivamente ripresi dal calo di qualche settimana fa, forti di una condizione atletica ritrovata e di motivazioni tornate a livelli d'inizio stagione.
Nell'ottima prestazione collettiva sfoderata contro la squadra genoana, peraltro molto deludente e fin troppo "molle", spicca tra tutte quella di Marek Hamsik, al quale assegno un bel 7,5 in pagella: dai suoi piedi, infatti, anche ieri sera è fluito calcio in maniera naturale e copiosa come l'acqua che sgorga dalla sorgente. Per l'assoluta sapienza tattica, il notevole dinamismo, i piedi raffinati e la testa da campione è, ormai, tra i primi centrocampisti d'Europa e del mondo. Riesce a "vedere" calcio come pochi altri ed è, probabilmente, l'unico autentico fuoriclasse presente nella rosa del Napoli, che deve tenerselo stretto.
Qui sotto, eccolo - pronto a scattare - ritratto in una bellissima foto di Sergio Siano.

martedì 2 aprile 2013

l'incredibile vittoria di torino e le emozioni senza fine del napoli di mazzarri


Di Giuseppe Cascone

Torino-Napoli (3-5) di sabato sera è stata davvero una partita pazza come poche altre. A dieci minuti dalla fine gli azzurri erano sotto ma, non so perché, ero inspiegabilmente e irrazionalmente fiducioso. Guardavo la concentrazione di Cavani in attesa del calcio piazzato e pensavo: questo la butta dentro. Che partita!
Si aggiunge all'elenco delle indimenticabili gare da brivido del Napoli di Walter Mazzarri.
Il gol del definitivo 3-5 di Cavani
Ancora in preda alle emozioni, vado a memoria:
  • Fiorentina-Napoli 0-1 (Maggio al 90' dopo un rigore sbagliato all'80' da Quagliarella);
  • Napoli-Bologna 3-2 (da 1-2, Quagliarella al 87');
  • Napoli-Milan 2-2 (al 90' 0-2, Denis al 93');
  • Juventus-Napoli 2-3 (la partita!);
  • Napoli-Lecce 1-0 (Cavani al 93', che Natale!);
  • Steaua-Napoli 3-3 (Cavani al 97', da 3-0 sotto);
  • Napoli-Steaua 1-0 (Cavani al 93');
  • Cagliari-Napoli 3-3 (Bogliacino al 96');
  • Sampdoria-Napoli 1-2 (rimonta in 5 minuti dopo svantaggio al 79');
  • Napoli-Palermo 1-0 (Maggio al 94');
  • Cagliari-Napoli 0-1 (Lavezzi al 95)';
  • Napoli-Lazio 4-3 (Cavani all'87' dopo rimonta e contro rimonta);
  • Udinese-Napoli 2-2 (da 2-0 sotto, dopo rigore sbagliato di Cavani al 72');
  • Siena-Napoli 0-2 (bruttissima partita ma fondamentale vittoria con gol di Maggio dello 0-1 all'87': altro buon Natale);
  • Torino-Napoli 3-5 (3-2 all'80', con doppio regalo della difesa e ingenuità di Cavani sul rigore, che avrebbero depresso calciatori normali e non folli come i nostri).
Se aggiungiamo le grandi partite in Champions League, la finale di Coppa Italia vinta con la Juve di Conte (non so se mi spiego...), la vittoria a San Siro 0-3 con l'Inter, le triplette rifilate da Cavani a Juventus, Milan e Roma, penso che il Napoli di questi tre anni abbia regalato ai tifosi emozioni eguagliate soltanto dalla squadra che fu di Maradona. Ma, forse, a parte le irripetibili vittorie, nemmeno con questa densità e frequenza: perché in quella fase eravamo superiori agli altri.
Considerato, infine, che stiamo parlando del Napoli, non di una big del calcio italiano ed europeo (basta confrontare il tetto ingaggi), davvero non capisco, tracciando un bilancio complessivo, come si possa pretendere di più dai calciatori e da Mazzarri. Davvero, non me lo spiego...
Certo, questa squadra non ha vinto lo scudetto (anche se mi tengo stretta la Coppa Italia dell'Olimpico di Roma) ma rimarrà per sempre nel mio cuore. Non avrei mai immaginato che un altro Napoli potesse avvicinarsi a quello del grande Diego.
Per me, per la dose massiccia di adrenalina e di emozioni regalate, il Napoli 2010-2013 ci è riuscito.

martedì 5 marzo 2013

terra mia!!!

La spettacolare scenografia dei tifosi del Napoli allestita prima del match con la Juventus di venerdì scorso: il profilo del Vesuvio in eruzione, accompagnato dalla lapidaria scritta "Terra mia!!!". Ecco la migliore risposta agli odiosi cori razzisti che si sentono con sinistra regolarità in troppi stadi settentrionali, tra i quali quello dei bianconeri.

domenica 17 febbraio 2013

serie a: nel momento decisivo totti c'è, il napoli no...

Di Diego Del Pozzo

Ieri sera, nel vittorioso match casalingo contro la Juventus, Francesco Totti ha risposto alle critiche con la classe assoluta del campione vero (quale indubbiamente è). Con una prestazione da capitano vero (anzi, da bandiera vivente) e con un gol bellissimo ha trascinato la sua Roma oltre il momento difficile che sta(va) vivendo, riproponendola come autentica mina vagante - visto il suo potenziale - per il finale di campionato.
Oggi, invece, il Napoli non ha saputo fare altrettanto, in una gara che - dopo il passo falso romano dei bianconeri di Antonio Conte - andava soltanto vinta. A ritmi piuttosto lenti e con gambe decisamente tremanti, in ben 95 minuti gli uomini di Walter Mazzarri hanno prodotto la miseria di cinque tiri verso la porta della Sampdoria (due dei quali da fuori area). Così, lo 0-0 casalingo è stato un risultato inevitabile e, pur tra mille attenuanti (prime tra tutte, il vergognoso campo di gioco inadatto al calcio e la stanchezza per l'impegno di giovedì sera in Europa League), dice di una squadra non ancora matura per poter puntare al massimo obiettivo.
Mi sembra stupido e persino offensivo, in questa sede, scomodare il Napoli del primo scudetto, ma al fischio finale mi è venuto automatico un pensiero: al di là delle differenze di classe individuale, Maradona, Giordano e Bagni avrebbero affrontato un match di questo tipo con ben altro spirito, rabbia, grinta e killer instinct rispetto a quanto fatto dai timidi e tiepidi Hamsik, Cavani e Inler odierni.
Adesso, effettivamente, si fa molto più dura di quanto avevo pensato prima di oggi pomeriggio. Il Napoli dovrà andare a vincere a Udine (cosa molto complicata) e poi battere la Juve nello scontro diretto. E, anche così, resterà pur sempre un punto dietro ai bianconeri... A fine stagione, questi due punti lasciati oggi pomeriggio sull'indegno campo di patate del San Paolo potrebbero fare la differenza tra un ottimo piazzamento e il coronamento di un sogno. Vedremo...

martedì 8 gennaio 2013

serie a: napoli-roma 4-1 e mazzarri ha la meglio su zeman

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 8 gennaio 2013)

Uno scontro anche filosofico era quello tra Zeman e Mazzarri. Da una parte l'integralismo del boemo, che partendo dal presupposto dell’assoluta validità dei propri principi mira a stabilire la propria egemonia in campo, dall'altro il pragmatismo del tecnico toscano, improntato a una visione realistica e pratica e finalizzato a ottenere risultati concreti. Il verdetto è stato inequivocabile, dando ragione alla duttilità e alla capacità di adattarsi all'avversario del Napoli.
La Roma ha provato a fare la partita creando anche alcune situazioni di pericolo. Ma non ha saputo trovare le contromisure per proteggersi dalle ripartenze micidiali dei partenopei. La squadra giallorossa persa palla sì è spesso allungata con i centrocampisti e la linea difensiva, costretta a scappare all'indietro per rincorrere i tagli di Cavani. Era auspicabile un atteggiamento più prudente di De Rossi davanti alla difesa. Il mediano della Nazionale avrebbe dovuto presidiare meglio il castello difensivo dalle scorribande di Pandev e Hamsik. Da questa lacuna nasce il gol dell'immediato vantaggio, realizzato con irrisoria facilità.
Retropassaggio di Gamberini a De Sanctis, Pjanic in pressing sul portiere, palla lunga a centrocampo impattata da Bradley. Sul controllo di Inler sia la mezzala americana che De Rossi avanzano perdendosi alle spalle proprio Pandev. Elementare il passaggio filtrante di Inler per il macedone. Il Napoli può così attaccare la profondità con la sua arma migliore: la velocità. Castan dopo un attimo di imbarazzo è costretto ad accorciare sul portatore di palla, Cavani decodifica immediatamente la situazione e attacca il corridoio dietro di lui. L'assist è preciso come la conclusione dell'uruguagio che di esterno destro infila Goicoechea.
La partita si è incanalata subito sui binari giusti per il Napoli ma questo non è sufficiente a spiegare il 4 a 1 finale. Per arrivare all'essenza del match dobbiamo tradurre il pragmatismo di Mazzarri in atti concreti. La convinzione del tecnico era che il tridente della Roma andasse frenato creando intorno ai suoi interpreti delle sistematiche superiorità numeriche. Da qui la scelta di «agire» col 4-4-2. In questo modo Totti da una parte e Lamela dall'altra avrebbero trovato oltre all'opposizione del terzino anche quella dell'esterno di parte (Maggio a destra e Hamsik a sinistra). Al centro la coppia Britos-Gamberini si sarebbe presa cura di Destro.
In questo modo Mazzarri ha ottenuto anche un altro risultato. Abbassare il baricentro della squadra, risucchiare i giallorossi nella propria metà campo e favorire le incursioni di Cavani in campo aperto. Un capolavoro tattico esaltato anche da una cattiveria agonistica che traspariva dalle espressioni facciali di De Sanctis, di Maggio, di Cavani, del mister stesso. Volti tirati, mandibole contratte, urla di incitamento o di richiamo, quel mix di tensione, aggressività, timore per l'avversario, voglia di vincere da tirar fuori nei momenti decisivi per dare quel qualcosa in più. Quel qualcosa che è mancato alla banda di Zeman. La Roma non ha retto l'urto emotivo con la partita nell'inizio delle due frazioni di gioco e nel finale. Un fattore mentale che, al contrario, Mazzarri cura molto attraverso la cura maniacale dei dettagli. La concentrazione sul match non arriva per grazia ricevuta ma con la consapevolezza di aver studiato al meglio tutte le specificità della gara e averne metabolizzato le soluzioni.
Ad esempio sono sicuro che la posizione di Hamsik come quarto di sinistra a centrocampo avesse lo scopo, oltre che di raddoppiare su Lamela o coprire l’avanzata di Piris, anche di sfruttare, nelle ripartenze, lo spazio alle spalle di Pjanic. Un esempio? 33' del primo tempo: Pjanic si inserisce ma Gamberini capisce tutto, la palla arriva ad Hamsik che la smista di prima su Pandev. Immediatamente si crea il «2 contro 2» centrale. Il Matador è stoppato da Castan. Zeman avrebbe fatto bene a rinunciare a Lamela, mettere Pjanic attaccante esterno e inserire Florenzi a metà campo sulle tracce di Hamsik. Ma avrebbe tradito il suo integralismo, non sia mai.

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Il sito ufficiale di Adriano Bacconi è www.adrianobacconi.it

giovedì 22 settembre 2011

caos inter: gasperini, ranieri, moratti e... moggi!

Di Diego Del Pozzo

I "senatori" dell'Inter sono riusciti nel loro intento e hanno fatto esonerare Giampiero Gasperini, dopo appena novanta giorni alla guida della squadra nerazzurra. E' ovvio, comunque, che l'allenatore piemontese ci ha messo del suo, con scelte forzate e immotivate (difesa a tre, Sneijder a centrocampo, Pazzini sempre fuori...) che ne hanno ulteriormente compromesso il rapporto con i veri allenatori interisti in campo: Javier Zanetti ed Esteban Cambiasso. Certo, però, nonostante tutto ciò, che vedere scene come quella di martedì sera a Novara, con Cambiasso che impone a Ranocchia di passare alla difesa a quattro "perché lo dico io...", fa davvero pensare male. Inqualificabile, poi, è stato il comportamento della società e, in testa, del presidente Moratti, sempre lontanissimi da un tecnico che, in ogni caso, avevano scelto loro, assieme al suo progetto tecnico-tattico.
Comunque, per rimettere assieme i cocci della gioielleria nerazzurra è stato chiamato il miglior allenatore italiano disponibile su piazza, quel Claudio Ranieri (qui nella foto, mentre dirige il suo primo allenamento ad Appiano Gentile) perfetto per missioni di questo tipo, anche se sarà strano vederlo seduto sulla panchina della squadra che, in questi anni, ha contrastato prima alla guida della Juve e poi con la Roma.
E proprio a proposito del passato juventino di Ranieri, argomento che ha già fatto storcere il naso a troppi puristi interisti, mi piace ridare qui il giusto peso a quel passato. Alla guida di una Juventus mai sentita sua fino in fondo, l'allenatore romano pagò, ancora una volta, il pessimo rapporto con lo storico nemico Luciano Moggi. Se si riflette in maniera obiettiva, infatti, non si può fare a meno di riconoscere come sia stato proprio "Lucky Luciano" - che, all'epoca, negli ambienti juventini interni ed esterni alla società contava ancora molto (Alessio Secco, Tuttosport, i tifosi, Del Piero...) - a contribuire massicciamente al montare di quel clima da "terra bruciata" sviluppatosi innaturalmente attorno a Ranieri, fino al culmine dell'incontro segreto (segreto?) tra Blanc e Lippi e della ridicola e offensiva cacciata a due giornate dalla fine della sua seconda stagione, in favore del lippiano Ciro Ferrara, quando uno dei due match ancora da disputare era nientepopodimenoche "l'amichevole" stagionale col Siena. Insomma, Claudio Ranieri non può essere considerato per nulla "juventino" e, anzi, proprio questa sua scarsa "appartenenza" non gli ha consentito di resistere più a lungo in quell'ambiente a lui abbastanza ostile.
Dunque, anche per questo motivo, oltre che per il 4-3-1-2 che riproporrà immediatamente, per l'Inter attuale rappresenta la migliore scelta possibile...

mercoledì 7 settembre 2011

serie a 2011-2012: ecco il ranking di "calciopassioni"

Di Diego Del Pozzo

Quest'anno, col rischio di espormi a figuracce, ho deciso di lanciarmi anch'io nel tradizionale (e sciocco) giochino dei pronostici d'inizio stagione. D'altra parte, se uno tra i migliori giornalisti sportivi italiani, cioè Roberto Beccantini, non ne azzecca una da diversi anni, quando si lancia nel pronostico d'inizio stagione sul Guerin Sportivo, allora cosa ho da temere io?
Ecco, dunque, quella che secondo me sarà la classifica finale della Serie A 2011-2012, per quelli che sono i valori in campo in questo momento. Naturalmente, clamorosi e imprevedibili infortuni di qualche protagonista, così come eclatanti manovre al mercato di riparazione di gennaio, potrebbero cambiare tutto di qui a qualche mese. Comunque, andiamo a iniziare:
1) Napoli
2) Inter
3) Juventus
4) Milan
5) Lazio
6) Udinese
7) Roma
8) Fiorentina
9) Atalanta
10) Genoa
11) Palermo
12) Parma
13) Cagliari
14) Chievo
15) Novara
16) Catania
17) Cesena
18) Bologna
19) Lecce
20) Siena.