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giovedì 2 luglio 2015

napoli: la mia analisi "a freddo" della stagione 2014-2015

Di Diego Del Pozzo

Per analizzare la stagione 2014-2015 del Napoli di Rafa Benitez mi sono preso molto tempo, in modo da poterci riflettere su a mente fredda, anzi freddissima, dopo aver superato l'inevitabile delusione per un finale, in Serie A e in Europa, che onestamente avevo immaginato diverso e che, con un pizzico di fortuna e di concentrazione in più, avrebbe potuto essere davvero diverso, nonostante gli errori commessi dalla società, dall'allenatore (alcuni sono anche suoi), dai giocatori e dall'ambiente (lo "spalla a spalla" più volte invocato da Benitez non s'è mai visto...).
L'Era Benitez
Oggi, il tecnico spagnolo è passato alla guida del Real Madrid (evidentemente non deve essere tanto incapace, come hanno lasciato intendere tanti commentatori superficiali o in malafede, per buona parte della stagione), mentre gli azzurri hanno inaugurato una nuova era, all'insegna del grido "Io sono un autarchico", con l'ingaggio di Maurizio Sarri alla guida tecnica, l'acquisto di Mirko Valdifiori in cabina di regia a centrocampo e il ritorno di Pepe Reina in porta, in attesa di altri colpi di mercato (soprattutto in difesa e a metà campo) che sembrano dietro l'angolo. E, dunque, mi pare proprio questo il momento più adatto per provare a ragionare senza pregiudizi ed eccessiva emotività su ciò che è davvero stato il Napoli beniteziano nel corso della stagione calcistica appena conclusa.
Innanzitutto, mi tolgo subito il sassolino (o sassolone) dalla scarpa e ricordo come, sia in semifinale di Coppa Italia che in semifinale di Europa League, il Napoli sia stato eliminato per un soffio, a causa di una serie di gol palesemente irregolari convalidati agli avversari: quello decisivo alla Lazio nel ritorno della coppa nazionale al San Paolo; ed entrambi quelli del Dnipro, sia all'andata che al ritorno delle semifinali europee, con menzione particolare per quello vergognoso nel match del San Paolo, destinato a restare nella storia delle sviste calcistiche. Senza voler pensare alla malafede ma con arbitri un po' più attenti, dunque, il Napoli avrebbe potuto tranquillamente raggiungere le finali di Coppa Italia - ma, diciamoci la verità, allo stadio olimpico di Roma, contro la Juventus, questo non lo voleva proprio nessuno, dopo gli scontri sanguinosi (e l'omicidio del povero Ciro Esposito) di 12 mesi prima - ed Europa League (che, se vinta, avrebbe qualificato ai gironi di Champions League), dopo aver già conquistato a fine dicembre la Supercoppa italiana battendo proprio i quattro volte campioni d'Italia dopo i calci di rigore. Per inciso, da due anni a questa parte, il Napoli di Benitez è l'unica altra squadra italiana che ha saputo vincere qualche titolo, oltre ai cannibali bianconeri (Coppa Italia 2013-2014 e Supercoppa italiana 2014-2015; tutto il resto lo ha vinto la sola Juve!).
Il quinto posto finale in Serie A, con gli azzurri superati sul filo di lana anche dalla Fiorentina, va certamente considerato deludente rispetto a quelle che erano le aspettative della vigilia, gonfiate però a dismisura dall'improvvida uscita presidenziale di agosto 2014, quando in pieno ritiro un Aurelio De Laurentiis particolarmente su di giri urlò in pubblico, dal palco di un teatro strapieno di tifosi e giornalisti, di voler vincere subito lo scudetto, senza poi però dar seguito alle sue parole con un calciomercato estivo all'altezza. La botta decisiva, quindi, arrivò già a inizio stagione, con la dolorosa eliminazione nel preliminare di Champions League da parte dei baschi dell'Athletic Bilbao e la conseguente depressione di tutto l'ambiente. Ho già scritto altre volte su quel match e, dunque, ne faccio a meno in questa sede. Ma mi permetto di ricordare soltanto come, ad agosto 2014, il Napoli fosse tra le squadre internazionali con più calciatori reduci dalle fatiche dei Mondiali brasiliani, mentre i baschi fossero tra i pochi team europei senza alcun uomo presente in Brasile: l'ideale per preparare quel doppio confronto con grande cura per l'intera estate. E, in ogni caso, l'andata al San Paolo sarebbe potuta e forse dovuta terminare almeno 4-1, con un po' più di precisione in zona gol da parte degli attaccanti azzurri.
Esultanza di gruppo dopo un gol
Ecco, proprio la scarsa precisione in attacco è stata una costante dell'annata del Napoli, con tante occasioni da rete costruite in ogni partita, ma poche (in proporzione) concretizzate per imprecisione, fretta, sfortuna, indecisioni, scarsa lucidità, comunque errori individuali, in particolar modo da parte di un Callejòn molto meno redditizio e troppo spesso svagato rispetto alla sua fantastica prima stagione italiana. Alla fine del campionato, secondo i dati Opta (l'azienda leader mondiale nella raccolta ed elaborazione dei dati sportivi in tempo reale), il Napoli è stata la prima squadra di Serie A per numero di tiri effettuati: addirittura 623, con ben 235 nello specchio della porta avversaria. Questo dato ha portato i partenopei al quarto posto assoluto in Europa (con riferimento ai cinque maggiori campionati continentali: Spagna, Inghilterra, Germania, Italia e Francia) proprio per quel che concerne il numero di tiri effettuati nella porta avversaria. Purtroppo, però, la media di realizzazione non è stata altrettanto buona, in relazione alla mole di gioco prodotta. E questo è stato oggettivamente un problema serio.
Da allenatore intelligente, esperto e preparato, infatti, Rafa Benitez aveva costruito la squadra per massimizzare i propri punti di forza (l'attacco) e rendere meno dannosi i punti deboli (il centrocampo e la difesa). Altro inciso necessario: all'estero, Benitez è considerato un tecnico molto attento all'equilibrio tattico e alla fase difensiva. In Italia, non ha certo cambiato il suo approccio al calcio, trasformandosi in novello Zeman, ma avendo una squadra fortissima in attacco ha capito che sarebbe stato più redditizio, per ottenere risultati concreti non soltanto per dare spettacolo, provare a segnare un gol in più degli avversari piuttosto che subirne uno in meno. Purtroppo, però, non aveva fatto i conti con i numerosissimi errori dei suoi attaccanti in fase di conclusione (volendo tacere dei calci di rigore falliti: addirittura 5 su 8, con 4 dal solo Higuaìn!). In ogni caso, nell'intero campionato il Napoli ha segnato 70 gol (terzo attacco dopo Juventus con 72 e Lazio con 71) e ne ha subìti 54 (appena la dodicesima difesa). Il saldo attivo di +16, nei piani del tecnico spagnolo, avrebbe dovuto essere decisamente più positivo. I principali marcatori azzurri sono stati Higuaìn con 18 gol (e 4 rigori sbagliati + una rete regolare non assegnata per palese errore arbitrale), Gabbiadini con 15 (7 nella Sampdoria e 8 nel Napoli, senza tirare rigori), Callejòn con 11, Hamsik con 7, Mertens e Zapata con 6 a testa. Per quanto costruito (e sprecato), a mio avviso al Napoli mancano realisticamente almeno 7-8 gol di Higuaìn, 4-5 di Callejòn e un paio di Mertens. E già finalizzando meglio l'enorme mole di gioco prodotta, la stagione azzurra avrebbe potuto essere diversa.
L'urlo di capitan Hamsik nella magica notte di Wolfsburg
Anche secondo Panini Digital, la società che si occupa dei rilevamenti ufficiali per la Lega Serie A, la fase offensiva del Napoli è stata di tutto rispetto, con la squadra azzurra prima in campionato per tiri totali (15.7 a partita), tiri nello specchio (6.7 a partita: 254 totali; con Higuaìn migliore di tutti a quota 55), calci d'angolo (6.6 per gara) e indice di pericolosità (59.6%. L'indice di pericolosità è un dato composito, in scala da 0 a 100, che misura la produzione offensiva di una squadra, considerando le seguenti variabili: capacità di mantenere il possesso palla, capacità di verticalizzare, capacità di giungere al tiro, capacità di creare occasioni da rete). Aggiungo anche che negli assist, Marek Hamsik è stato quinto assoluto con 60 in 35 partite, Dries Mertens settimo con 55 in 31 (primo assoluto è stato il neoacquisto Valdifiori con 72 in 36); ma lo stesso Hamsik è stato primo (a pari merito) negli assist vincenti: ben 10 (con 44 nelle ultime cinque stagioni: il migliore di tutti). Il problema è che, in proporzione a tutto ciò, il Napoli non è risultato primo anche nella media-gol, che è stata di 1.8 gol a partita.
Dunque, ricapitoliamo: gioco offensivo che è scorso fluido, con tanti assist e tanti tiri pericolosi verso e nella porta avversaria, ma poca precisione da parte dei finalizzatori. Il problema è stato l'impostazione della fase offensiva o il livello e/o la concentrazione e/o la condizione degli uomini a disposizione?
Sotto la lente degli osservatori più superficiali, però, durante l'intera gestione di Rafa Benitez è sempre finita più la difesa che l'attacco. Ma anche qui i numeri raccontano una realtà un po' diversa. Sempre in base ai dati Opta e Panini Digital, infatti, il Napoli è risultato essere la seconda miglior squadra della Serie A per tiri concessi agli avversari, con 381. Davanti agli azzurri c'è stata soltanto la Lazio, con 366. Questo dato, però, è in netto contrasto con quello relativo al numero di gol subìti dai partenopei, ben 54, cioè due in più dell'Empoli e più del doppio rispetto alla Juventus. Dunque, i numeri parlano di pochi tiri in porta concessi agli avversari, ma di troppi gol subìti in proporzione. E anche qui diventa forte il sospetto che a incidere siano stati più gli errori individuali piuttosto che l'impostazione della fase difensiva. A rafforzare questa impressione c'è un altro dato molto interessante e significativo, rilevato da Panini Digital: tra i portieri che hanno giocato almeno 20 partite, infatti, Rafael è stato il peggiore in assoluto per numero di parate effettuate (appena 46 in 23 presenze), mentre se si scorre la graduatoria includendo anche i portieri che ne hanno disputate almeno 15 il peggiore è risultato Andujar, con 28 parate in 15 partite. Per comprendere meglio di che cosa sto parlando, faccio notare come in testa a questa classifica vi sia Sportiello (Atalanta) con 143 parate in 37 partite (Sepe, che dall'Empoli è appena tornato al Napoli, ne ha 92 in 31), mentre tra i top club - che di solito subiscono meno tiri in porta, rispetto alle squadre cosiddette provinciali - Handanovic (Inter) ne ha 98 in 37, Diego Lopez (Milan) 93 in 28, Neto (Fiorentina) 82 in 29, De Sanctis (Roma) 81 in 35, Marchetti (Lazio) 66 in 30, Buffon (Juventus) 63 in 33. Tra l'altro, venendo ai difensori, i tanto criticati centrali azzurri non è che se la siano cavata malissimo, almeno secondo i dati di Panini Digital: infatti, Raul Albiòl è stato secondo assoluto nelle palle recuperate, con 762 in 35 partite (dietro Rugani dell'Empoli, primo con 853 in 38), mentre Koulibaly ne ha riconquistate 552 in sole 27 gare.
Il gol-capolavoro di Higuaìn contro la Roma
Dunque, ricapitoliamo anche in questo caso: pochi tiri subìti, cioè poche occasioni da gol concesse agli avversari, ma pochissime parate dei propri portieri e tante reti al passivo. Il problema, anche qui, è stato l'impostazione della fase difensiva o il livello degli uomini a disposizione in alcuni ruoli-chiave come, per esempio, quello di portiere?
So bene, naturalmente, che i numeri non spiegano tutto, anche se dicono tanto. E so bene di averli utilizzati in maniera anche un po' provocatoria, ma non strumentale. Però, la loro evidenza mi serve per mettere in rilievo quanto strumentali, invece, siano state, lungo l'intera stagione, le critiche nei confronti del sistema di gioco impostato da Rafa Benitez, che con una coppia di centrocampo appena sufficiente (quella che ha giocato di più è stata Gargano - David Lopez, non Mascherano - Fellaini) e col detestato (dalla critica prevenuta e/o superficiale) 4-2-3-1 è riuscito a far scorrere il gioco in maniera fluida, a produrre chiare occasioni da gol in quantità industriale, a schermare adeguatamente la difesa e a far sì che la sua squadra subisse poco da parte degli avversari. Di fronte a tutto ciò, magari, si può capire meglio perché l'allenatore spagnolo - che, ripeto, non è uno sprovveduto ed è uno che ha vinto ovunque sia andato - abbia continuato a insistere sulla sua idea di gioco: perché aveva dalla sua parte il supporto dei numeri e credeva che, prima o poi, i fattori imponderabili - che nel calcio esistono e hanno un peso, ma possono anche essere previsti e limitati - sarebbero girati a favore della sua squadra, cosa che invece, purtroppo, quest'anno non è accaduta quasi mai. Certo, avrebbe potuto aiutare avere a centrocampo Pogba, Pirlo, Marchisio e Vidal; oppure Nainngolan, De Rossi e Pjanic; o ancora Biglia e Parolo, o Borja Valero e Pizarro. Ma l'evidente differenza di qualità tra i centrocampisti del Napoli e quelli delle squadre che lo hanno preceduto in classifica dovrebbe accrescere i meriti dell'allenatore, non diminuirli (per me, anche le mediane di Inter, Milan, Sampdoria e Genoa erano superiori a quella azzurra, ma è un'opinione personale)...
Al Rafa Benitez 2014-2015, però, pur da "rafaelita" convinto, rimprovero alcune cose importanti. Innanzitutto, di essere stato troppo "aziendalista" e signore fino a un certo punto della stagione, per esempio accettando in estate la mancata conferma di Pepe Reina (la cui assenza tra i pali, col senno di poi, s'è rivelata decisiva, anche per le sue doti di leadership) e puntando troppo a lungo sull'acerbo e insicuro Rafael per provare a non bruciare un patrimonio societario. Poi, sempre per non compromettere del tutto i rapporti con De Laurentiis, di aver fatto buon viso a cattivo gioco di fronte a questioni importanti come i tanti centrocampisti di livello internazionale trattati ma mai arrivati (Mascherano, Fellaini, Kramer, Gonalons, Capoué, Sandro, Lucas Leiva, Song e altri ancora), l'assenza di una struttura societaria seria e le troppe promesse mai mantenute (potenziamento del settore giovanile e del centro tecnico prime tra tutte). Di aver gestito male, in una piazza immatura e umorale come Napoli, il suo addio alla società partenopea, credo in qualche modo disorientando anche la squadra. Quindi, nel momento clou della stagione, di aver deciso di affrontare i due match decisivi di Europa League e Serie A, in Ucraina col Dnipro e al San Paolo contro la Juventus, senza schierare dal primo minuto il capitano Marek Hamsik, anima e cuore della squadra, attaccato alla maglia più di un napoletano e, soprattutto, in forma smagliante nel finale di stagione. E non c'è ragione tattica che tenga: i match decisivi una grande squadra li gioca guidata in campo dal suo capitano! Quest'ultimo punto, in particolare, mi ha molto addolorato.
Le lacrime di Insigne dopo il gol al rientro dal lungo infortunio
Certo, il Napoli quest'anno ha peccato in continuità e spesso in grinta e concentrazione, ma con i calciatori a disposizione - soprattutto in determinati ruoli-chiave, come portieri e centrocampisti - più di tanto, probabilmente, nemmeno un tecnico esperto e abile come Benitez avrebbe potuto fare. Però, la mentalità del gruppo e della società è certamente cresciuta, il fatto di giocare ogni tre giorni è diventato un'abitudine e non più un dramma, il Napoli è stato rimesso sulle mappe che contano del calcio italiano ed europeo (attualmente è al 14esimo posto nel ranking ufficiale dell'UEFA). Sotto Benitez, inoltre, Lorenzo Insigne - il cui infortunio per me è stato decisivo, in negativo, per lo sviluppo della stagione azzurra - è diventato un calciatore di livello internazionale, Callejòn e Mertens sono ora tra gli esterni offensivi più richiesti d'Europa, Gargano è migliorato tecnicamente ed è ritornato titolare, Britos ha dimostrato una ormai inattesa affidabilità (soprattutto nella seconda metà di stagione), Gabbiadini è pronto per un ruolo da big, Hamsik ha rafforzato il carattere e prodotto comunque numeri di rilievo (non aveva mai segnato tanto in una sola stagione, né servito così tanti assist), Zapata è diventato uno tra gli attaccanti giovani migliori della Serie A. Avrebbero potuto fare di più, invece, un fuoriclasse assoluto come Higuaìn (però spossato dalle fatiche del Mondiale, come l'Albiòl della prima metà di stagione) e due centrocampisti di buon livello come Jorginho e Inler (più adatti a un centrocampo a tre). Da rivedere Koulibaly e, magari nel ruolo di riserve, David Lopez e il tuttofare De Guzman; mentre sui portieri, entrambi, stenderei semplicemente un velo pietoso: a modo loro, sono stati determinanti.
Ciò che mi dispiace davvero, per coloro che hanno strumentalmente criticato la gestione tecnica beniteziana per tutto l'anno, è che sono riusciti ad avvelenarsi, invece di godersele, anche alcune tra le partite più belle dell'intera storia del Napoli: match-spettacolo probabilmente irripetibili a queste latitudini, come, per esempio, la roboante vittoria esterna a Wolfsburg nell'andata dei quarti di finale di Europa League (1-4!!!), ma anche i successi casalinghi larghi su Roma, Sampdoria, Fiorentina, Verona e persino la vittoriosa finale di Supercoppa contro la Juventus. Auguro a costoro, ma soprattutto a me stesso e a chi ama davvero il Napoli, di rivedere presto una squadra azzurra che vada a imporre il proprio gioco su qualsiasi campo e contro qualsiasi avversario, con un'occupazione costante della metà campo altrui e trame offensive che, a un certo punto dell'esperienza beniteziana, erano invidiate da tutta Europa.
Per concludere, come ho già scritto tempo fa in un'altra sede, paragonerei i due anni di Rafa Benitez sulla panchina del Napoli a ciò che rischia di essere l'Expo per l'Italia: una enorme occasione sprecata. Ma spero davvero che non sia così e che già Sarri possa iniziare a raccogliere i frutti di un lavoro che, lo si vedrà sul medio-lungo periodo, è andato più in profondità di quanto si possa immaginare in questo momento. 

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giovedì 12 febbraio 2015

coach "pop", coach rafa e la costruzione di un ambiente vincente

Di Diego Del Pozzo
(Il Napolista - 11 febbraio 2015)

Le mille vittorie in carriera ottenute nella notte italiana di lunedì da Gregg Popovich alla guida dei suoi San Antonio Spurs, l’unica squadra allenata in 19 anni come head coach Nba, sono l’occasione perfetta per qualche riflessione sulle caratteristiche necessarie per la costruzione di un team e di un ambiente vincenti.
Gregg Popovich
Innanzitutto, va ricordato che da lunedì notte l’uomo chiamato “Pop” – tre volte coach dell’anno (2003, 2012, 2014) e cinque titoli di campione in bacheca (1999, 2003, 2005, 2007, 2014) – è diventato appena il nono tecnico nella storia del basket Nba a raggiungere il traguardo dei mille successi in carriera; nonché il secondo, dopo Jerry Sloan con gli Utah Jazz, a farlo alla guida di una sola squadra e il terzo per la velocità con la quale è riuscito a toccare la fatidica soglia: in 1.462 gare, contro le 1.434 di Pat Riley e le 1.423 di Phil Jackson. Lo ha fatto costruendo, assieme al general manager RC Buford, un meccanismo perfetto che probabilmente non ha eguali nel mondo degli sport professionistici americani: una franchigia nella quale tutti remano dalla stessa parte e anche le star mettono da parte il proprio ego e sono inserite in un contesto nel quale tutto ruota intorno al concetto di gruppo.
Si tratta della celeberrima Spurs Culture, che Flavio Tranquillo (la voce italiana del basket Nba) prova a definire così, nel suo bellissimo libro di recente uscita Altro tiro, altro giro, altro regalo: «Un concetto ben più ampio del segretissimo elenco di giochi offensivi, regole difensive e precetti di comportamento che da essa discendono come le altre leggi si rifanno alla Costituzione tramite la gerarchia delle fonti. Cosa sia questa Spurs Culture possono saperlo nei dettagli solo gli adepti dell’organizzazione; a noi deve bastare conoscerne l’esistenza e rilevarne qualche rara manifestazione esterna. […] Solo andando al di là delle apparenze e ragionando oltre l’immediato si crea qualcosa di stabile e duraturo, tipo una cultura o un sistema. […] Non c’è Dinastia cestistica che non abbia utilizzato i termini “cultura” e “sistema” per spiegare le proprie vittorie, proprio come le aziende di successo. […] Il sistema e la cultura sono i mezzi migliori per raggiungere il risultato, non un omaggio alla democrazia ateniese. […] Sono i concetti di team building e sense of belonging (senso di appartenenza) che tanta diffusione hanno in economia aziendale, non in filantropia. Per vincere ci vogliono ruoli chiari, delineati dall’allenatore e condivisi, per forza e/o amore, dai giocatori. Chi non si conforma ai valori dell’impresa, in spursese si dice corporate knowledge, può già mettere sul letto la valigia di un lungo viaggio». E, non a caso, la Spurs Culture è incarnata proprio in colui che rappresenta la massima stella della franchigia texana, quel Tim Duncan che è l’emanazione stessa di Popovich sul parquet e che col coach (ex agente della Cia, mai dimenticarlo!) ha condiviso addirittura 929 delle sue mille vittorie.
Naturalmente, per essere correttamente applicati, i concetti di “sistema” e “cultura” richiedono tempo, pazienza, fiducia e maturità da parte dell’ambiente circostante, senza sondaggi contro o campagne stampa alle prime difficoltà. Si tratta di quella stessa pazienza e maturità che ha permesso a Gregg Popovich di costruire in tre anni (dal 1996 al 1999) la squadra del primo titolo di San Antonio (a Napoli sarebbe stato esonerato al secondo anno) e che, più di recente, gli ha permesso di tenere ben saldo il timone tra le mani nonostante l’assenza di titoli tra il 2007 e il 2014 (con tanto di sanguinosa finale 2013 persa contro Miami). D’altra parte, proprio queste sono le medesime caratteristiche che, tornando in ambito calcistico, hanno fatto sì che un giovane Alex Ferguson (non ancora Sir) potesse restare sulla panchina del Manchester United dal novembre 1986 per tre anni e mezzo senza vincere nulla, fino alla F.A. Cup conquistata a maggio 1990, soltanto il primo dei tantissimi trofei poi vinti nei suoi leggendari 26 anni a Old Trafford. O che Arsène Wenger continuasse a guidare con mano salda l’Arsenal per vent’anni (li festeggerà ad agosto), nonostante gli “zero tituli” ottenuti tra il 2005 e il 2014.
Morale della favola: quando si trova un grande coach capace di costruire un sistema o dare vita a una cultura (molti lo chiamano “progetto”) bisogna tenerselo stretto, a tutti i costi, aspettando prima di lanciarsi in processi sommari che, dopo pochi mesi, rischiano di trasformarsi in dolorosissimi boomerang.

sabato 22 febbraio 2014

calcio italiano sempre più indietro: manca l'intensità di gioco...

Di Diego Del Pozzo

Chi ha avuto la fortuna, come me, di gustarsi nel primo pomeriggio di oggi Chelsea-Everton valida per la 27esima giornata di Premier League avrà, probabilmente, compreso con accecante chiarezza perché lo 0-0 del Napoli di giovedì sera in Europa League sul campo dello Swansea debba essere considerato, senza se e senza ma, un ottimo risultato.
Una bella parata di Rafael in Swansea-Napoli 0-0
Ovviamente, rispetto agli avversari europei degli azzurri, i team guidati da José Mourinho e Roberto Martinez sono di un altro livello, ma l'intensità e la velocità con le quali si sono appena affrontati a Stamford Bridge sono le stesse messe in campo giovedì sera dai gallesi e sono nettamente superiori a quelle mostrate ogni settimana dalla quasi totalità delle squadre di Serie A (torneo che, non a caso, un tecnico esperto e giramondo come Fabio Capello ha definito "non allenante" per i match internazionali).
La verità è che nella sempre più declinante Italia del 2014, ormai, si gioca quasi un altro sport, rispetto a quello che va in scena nei principali tornei continentali, a partire dal massiccio utilizzo di un modulo tattico come il 3-5-2 (e sue varianti) che in Europa, invece, non pratica quasi più nessuno, almeno ad alti livelli. In Italia continua a dominare la tattica - e questa è sempre stata una caratteristica tipica della via nostrana al dio pallone - ma, parallelamente, oggi c'è sempre minore attenzione per la tecnica, per la velocità d'esecuzione e, soprattutto, per l'intensità di gioco, principale differenza rispetto al calcio dei "top team" europei inglesi, tedeschi, spagnoli, francesi, persino olandesi.
Ben vengano, dunque, maestri non italiani come Rafa Benitez e Rudi Garcia, portatori di idee nuove e di una mentalità realmente internazionale. Conserviamoceli il più a lungo possibile, perché sono loro a indicare il futuro...
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mercoledì 18 settembre 2013

la costruzione corale del gioco di benitez, secondo bacconi

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 16 settembre 2013)

Il primo posto in classifica a punteggio pieno dopo tre turni di campionato è per ora la vittoria della rifondazione voluta da De Laurentiis e realizzata con precisione chirurgica da Bigon, basata su decisioni razionali, fredde, distaccate da quel contesto umorale e passionale che si vive quotidianamente a Napoli. Mi riferisco in particolare alle scelte degli eredi di Mazzarri (Benitez) e Cavani (Higuain) e cerco di spiegarvi il perché.
L'esultanza di Higuain dopo il suo gol in Napoli-Atalanta 2-0
Rafa Benitez è il prototipo dell'allenatore scientifico, programmatore, metodico. Un personaggio che, senza poter contare su un passato da calciatore, ha saputo vincere in piazze e campionati diversi solo sulla forza della ragione e dello studio. Nessuno dei suoi giocatori (in particolare i nuovi arrivati) ha la presunzione di risolvere le gare da solo, come si vede invece spesso in tante squadre di élite, basta pensare a profili come Ibrahimovic o Balotelli. Al contrario, tutti partecipano umilmente al team building impostato dal mister spagnolo, dove la costruzione del gruppo è alla base del successo e si fonda sulla percezione dei singoli di poter vedere crescere il proprio valore attraverso processi collaborativi e la creazione di un clima di fiducia e di stima tra i compagni. 
La partita con l'Atalanta, pur nella sofferenza di una prestazione penalizzata dall'ampio turn-over predisposto in vista del gravoso impegno di Champions contro il Borussia Dortmund, è servita per consolidare tutto questo. Lo ha ammesso lo stesso Benitez in conferenza stampa: «Abbiamo vinto con giocatori nuovi e adesso tutti i componenti della rosa hanno più fiducia». La necessità di preservare l'integrazione fisica di alcuni giocatori ha permesso il recupero psicologico di altri che in futuro potranno risultare molto utili alla causa come capitan Cannavaro, autore di una buona gara seppur con un paio di leggerezze, Dzemaili, Mesto, Armero, Mertens. Non tutti hanno reso al massimo, ma tutti oggi si sentono più dentro il progetto tecnico.
Proprio un allenatore napoletano verace, Raffaele Di Pasquale, è l'autore di una tesi al corso master di Coverciano dal titolo intrigante: "La pedagogia antiautoritaria e la metodologia operativa nel calcio ad alto livello" (http://www.settoretecnico.figc.it/documenti.aspx?c=49&t=raffaele%20di%20pasquale). Di Pasquale nella sua opera spiega proprio la differenza tra processo e prodotto: «L’alternativa è sempre quella: miro alla consapevolezza dei processi che mi conducono ad un risultato o confido nella buona sorte o nella giocata “magica” del talento?».
Benitez essendo come approccio filosofico costruttivista, punta sul processo per arrivare al prodotto e questo si vede nel modo di stare in campo della squadra, oltre che nelle scelte degli interpreti.
Contro l'Atalanta, che faceva densità bassa e ripartiva con qualità in contropiede, occorreva una gara intelligente, paziente, attenta. La squadra, pur non brillante e senza la qualità garantita dai suoi giocatori più titolati, ha mantenuto la sua identità: ha tenuto a lungo la palla (67% di possesso) anche se a volte con troppa lentezza, ha coinvolto nella costruzione tutti i suoi elementi con una fitta ragnatela di passaggi (92% di riusciti), obbligando quindi tutti a stare con la testa dentro la partita, ha cercato l'ampiezza (27 cross) e non solo la profondità, come invece accade spesso alla squadre italiane. 
L'unico fuoriclasse a cui Benitez non ha saputo rinunciare neanche in questa circostanza è Gonzalo Higuain, migliore in campo per senso tattico, personalità, opportunismo. L'ex madridista è la summa dell'attaccante pensante, ideale per il gioco di Benitez, fosforo e non solo muscoli, capacità decisionali e non solo tecnica sopraffina, lettura degli spazi e dei tempi di gioco e non solo aggressività e generosità. La prima punta nel calcio moderno è quella che ha la maggior libertà di azione. E quella che detta i tempi e induce, di conseguenza, i comportamenti dei compagni di squadra. Ha quindi una grande responsabilità tattica oltre che il peso di dover finalizzare il gioco. L'argentino sente questa responsabilità collettiva e i suoi movimenti non sono mai fini a se stessi ma sempre funzionali a facilitare la collaborazione coi compagni. Come nell'azione del gol che sblocca il risultato. Higuain sceglie inizialmente di venire incontro al portatore di palla, invitando Hamsik ad andare alle sue spalle. Dopo aver scaricato lateralmente si defila un po' a sinistra per liberare il corridoio di passaggio di Insigne per Hamsik stesso. Mentre la palla arriva allo slovacco riparte bruciando Stendardo nello sprint, intuendo il possibile sviluppo dell'azione. Infine, calcia con freddezza sul secondo palo dove Consigli non può arrivare. Movimenti e gesti tecnici semplici ma elaborati da un pensiero sopraffino.

venerdì 26 luglio 2013

gli allenamenti di benitez al napoli, nell'analisi di bacconi

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 26 luglio 2013)

Arrivo a Dimaro presto e trovo Fabio Pecchia prima dell'allenamento mattutino a bordocampo con le casacche in mano. Con lo staff spagnolo ha legato subito, il suo ruolo sarà importante, è l'anello di congiunzione tra il tecnico e la squadra. Dovrà aiutare Benitez a trasferire al gruppo concetti di gioco nuovi, lontani dalla precedente gestione tecnica. Dice con l'umiltà e la simpatia che lo contraddistingue: «Sono uno studente all'Università del calcio». In effetti c'è molto da imparare vedendo gli allenamenti di Rafa. Le esercitazioni proposte lasciano trapelare gli obiettivi del suo progetto tecnico. Si lavora sulle capacità decisionali dei giocatori. La seduta inizia con un possesso palla a 2 tocchi: controllo orientato e cambio di gioco. Il regime è aerobico. I calciatori corrono come se fossero nei boschi ma facendo muovere anche il cervello e perfezionando i gesti tecnici.
Rafa Benitez al lavoro con la squadra nel ritiro del Napoli
Il secondo lavoro è più analitico. Si tratta di un «4 contro 2». L'attaccante centrale viene incontro al portatore di palla, gioca di sponda e si ripropone per chiudere l'azione. Potrebbe essere un movimento che vedremo fare spesso a Higuain in partita. Ha quelle caratteristiche nel suo Dna. Rispetto a Cavani, dati Uefa alla mano, pur coprendo un minor raggio d'azione, l'ex madridista tocca un maggior numero di palloni e predilige lo scambio in spazi stretti. Infatti oltre la metà dei suoi passaggi sono medio-corti, solo il 7% lunghi (oltre 30 metri). Il confronto con Cavani è pertinente perché le differenze tecniche tra i due attaccanti rispecchiano le diverse richieste che fanno alla loro punta Mazzarri e Benitez. L'uruguagio entrava poco in area di rigore preferendo arrivare da dietro con smarcamenti lunghi negli spazi. Higuain staziona di più spalle alla porta e svaria meno sulle fasce. È più uomo d'area e può così sfruttare con più puntualità i cross degli esterni. Tutto questo non significa che il neo acquisto nel Napoli non corra. Infatti nell'ultima edizione della Champions ha percorso oltre 60 chilometri, 10,83 a gara, leggermente di più rispetto alla media-partita di Cavani nelle 8 partite di Champions della stagione precedente.
Benitez non cerca fenomeni, ma calciatori collaudati e specifici per il suo 4-2-3-1. Secondo questa logica sono stati presi Martens e Callejon che già si muovono a loro agio nelle posizioni di esterni alti. Molto ruoterà però intorno alle capacità dei “vecchi” di assorbire il nuovo approccio mentale richiesto da Benitez. Sempre restando al reparto offensivo mi sono piaciuti molto i movimenti a rientrare di Insigne, da sinistra, e Pandev, da destra. Non sarà facile togliere a loro due il posto. Hamsik dovrà agire invece da trequartista classico e trovare gli spazi per attaccare l'area arrivando a rimorchio di Higuain.
L'allenamento della mattina si chiude con una partitella studiata per sfruttare meglio le zone esterne. Quattro giocatori laterali danno sostegno alla squadra che attacca favorendo lo sviluppo dell'azione in ampiezza. Gli spagnoli li chiamano “comodini” sono dei jolly che servono per aumentare le opzioni di passaggio e direzionare l'attacco. Il concetto base è creare superiorità numerica nella zona della palla.
Nella pausa tra i due allenamenti mi incontro con Benitez e il suo staff a tavola. È un confronto a ruota libera, si parla delle differenze tra il modello gestionale e organizzativo dei club inglesi e di quelli italiani, delle tecnologie utilizzate per la match analysis e della sua utilità nel tempo reale per favorire le decisioni del tecnico, della buona collaborazione iniziata con Gianpaolo Saurini, il tecnico della Primavera che è stato anche lui nei giorni scorsi a rapporto da maestro Rafa. Il punto di partenza è usare lo stesso software per pianificare gli allenamenti, poi si passerà a rendere sempre più coerenti i mezzi di allenamento e il sistema di gioco.
Trovo Benitez molto sereno, pragmatico, razionale. Sa che non sarà facile, è conscio delle difficoltà e dei rischi ma anche della forza delle sue idee. Deve vincere una sfida non banale. Fare una rivoluzione culturale prima che sportiva in poco tempo. Per dirla all'inglese e schematizzando si tratta di passare da una filosofia, quella di Mazzarri, basata su «closed skills», cioè su capacità atletiche e tecniche perfezionate e automatizzate, ad una costruita intorno agli «open skills», cioè su un bagaglio di conoscenze ampio che renda il giocatore in grado di prendere in campo la migliore decisione tra quelle possibili. Gli spagnoli definiscono questa metodologia con l'acronimo PAD che sta per Percezione-Analisi-Decisione. Per questo ogni allenamento deve migliorare la visione di gioco e le capacità anticipatorie.
Anche il menù pomeridiano offre ingredienti in linea con quanto visto la mattina. Si parte con un'esercitazione su un quadrato di 15 metri di lato. Gruppetti di giocatori posizionati sui vertici devono scambiarsi la posizione facendo circolare, con diverse combinazioni, due palloni. L'attenzione è ai tempi delle giocate. Si ruotano due palloni che devono stare sempre sui lati opposti per cui mentre si esegue il passaggio si deve con la coda dell'occhio vedere se c'è sincronia con quello che accade dall'altra parte del quadrato.
Prima di andare a fare un circuit-training in palestra c'è ancora il tempo per un gioco di posizione. Su 2 quadrati di 10 metri di lato si fronteggiano 4 giocatori contro un unico avversario. I due lati sono separati da una striscia di campo presidiata da altri due difensori. I giocatori con la palla devono farla girare fino a trovare l'imbucata per passarla nell'altro quadrato senza farsela intercettare. Anche qui c'è la necessità di muoversi senza palla per aumentare le soluzioni e orientare il corpo per aprirsi l'angolo di gioco. Chi difende non ha come riferimento il singolo avversario ma la copertura della traiettoria di passaggio. I giocatori si divertono, sudano, imparano un nuovo modo di pensare calcio.

mercoledì 18 agosto 2010

riassunto delle puntate precedenti

Di Diego Del Pozzo

Nonostante le mie vacanze siano, per fortuna, ancora in corso, una precaria e lentissima connessione dalla costa jonica calabrese mi permette di riattivare con un minimo di regolarità Calciopassioni, in attesa della ripartenza ufficiale che avverrà soltanto nella settimana conclusiva di agosto, quando la stagione calcistica sarà, ormai, già in pieno fermento.
Per ripartire col piede giusto, mi sembra opportuno riepilogare quelli che, secondo me, sono stati gli avvenimenti calcistici più interessanti verificatisi in queste settimane di mia assenza dal Web:
1) Cesare Prandelli ha preso ufficialmente possesso della panchina di commissario tecnico della Nazionale italiana, rendendo chiara la svolta a 180° rispetto alla precedente gestione: "chiavi della squadra" affidate ad Antonio Cassano, col beneplacito dei pochi "senatori" ancora presenti in rosa (De Rossi, Pirlo, Chiellini, oltre all'attualmente infortunato neo-capitano Buffon); apertura totale ai giocatori di talento, anche se caratterialmente "complicati" (primo tra tutti, Mario Balotelli); disponibilità a guardare agli oriundi, almeno per tamponare le emergenze, in attesa dell'auspicabile esplosione di qualche giovane talento in un futuro non troppo lontano; decisivo abbassamento dell'età media della rosa; grande attenzione ai valori etici, oltre che a quelli tecnici, con il varo di un vero e proprio regolamento interno e con la promessa che, in caso di condotta riprovevole con i club, non si verrà convocati in Nazionale. Le premesse sono incoraggianti, anche se il nuovo ciclo prandelliano s'è aperto con la sconfitta londinese contro la Costa d'Avorio, opportuna per ricordare a tutti che ci sarà tanto lavoro da fare;
2) Roberto Baggio ha fatto il suo rientro ufficiale nell'ambiente del calcio italiano, nominato presidente del Settore tecnico di Coverciano da un presidente federale, Giancarlo Abete, disposto a tutto pur di non cedere la propria poltrona. Comunque, Baggio potrà certamente dare un contributo utile al movimento calcistico nazionale, così come Gianni Rivera e Arrigo Sacchi, nominati rispettivamente al vertice del Settore giovanile e scolastico e al Coordinamento delle Nazionali giovanili (compresa l'Under 21). Speriamo che non siano - come temo - soltanto nomine di facciata;
3) Dopo il fallimento al Mondiale sudafricano, il calcio italiano si è reso conto di essere in crisi strutturale. E, tra tante proposte bislacche, qualcuno ha iniziato a parlare seriamente della possibilità di schierare squadre B delle società italiane più importanti - come avviene in altri Paesi calcisticamente evoluti - in quelle che sono le attuali Prima e Seconda divisione della Lega Pro: in questo modo, i giovani farebbero realmente esperienza di gioco in gare agonisticamente "vere" e potrebbero maturare prima rispetto a quanto avviene attualmente in un campionato Primavera che, così com'è, ha fatto il suo tempo;
4) A proposito di giovani, dopo una telenovela durata per buona parte dell'estate, l'Inter ha ceduto il ventenne Mario Balotelli al Manchester City allenato da Roberto Mancini, cioè l'allenatore che lo lanciò in Serie A a diciassette anni d'età. Così, va a giocare all'estero il più forte calciatore italiano Under 23, impoverendo ulteriormente il panorama calcistico nostrano e dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, quanti passi indietro ha fatto il calcio italiano - o l'Italia tutta? - in questi ultimi anni;
5) Intanto, proprio la Premier League nella quale giocherà anche Balotelli ha preso il via a ridosso del week-end di Ferragosto. Il Chelsea ha iniziato giocando ancora col pallottoliere (6-0), mentre l'Arsenal s'è conquistato un prezioso pareggio sul campo del Liverpool, grazie a una papera di Pepe Reina a tempo praticamente scaduto: e pensare che, di solito, i Gunners - i quali avevano meditato di fare un'offerta estiva proprio ai Reds, per tentare di acquistare Reina - perdono punti per colpa degli errori dei loro portieri; stavolta, invece, li hanno conquistati.

martedì 23 marzo 2010

equilibrio sovrano in tutta europa

Di Diego Del Pozzo

L'attuale stagione calcistica per club sta evidenziando una caratteristica comune a tutti i principali campionati europei: quella derivante da un equilibrio ai vertici delle classifiche, in grado di tener viva l'attenzione degli appassionati fino alle battute finali dei vari tornei.
Francia, Germania, Inghilterra, Italia vedono, infatti, autentiche ammucchiate in testa alle rispettive massime leghe calcistiche. Facciamo, dunque, un rapido riepilogo.
In Ligue 1, dopo ventinove giornate, la situazione è questa: Bordeaux e Montpellier 56 punti, Auxerre 55, Marsiglia 53, Lilla e Lione 51; con girondini e marsigliesi che devono recuperare una gara. In Bundesliga, invece, dopo ventisette giornate, c'è questa classifica: Bayern Monaco 56 punti, Schalke 04 55, Bayer Leverkusen 53. La Premier League, a sua volta, consumate trentuno giornate, propone la seguente graduatoria: Manchester United 69 punti, Arsenal 67, Chelsea 65 (con una gara in meno). La vera novità, rispetto al trend recente, è forse proprio la Serie A italiana, dove i dominatori dell'Inter sono seriamente minacciati da Milan e Roma: dopo ventinove partite e prima del turno infrasettimanale di stasera, la classifica li vede primi a quota 60, con i rossoneri a 59 e i giallorossi a 56 (ma con lo scontro diretto da giocare in casa propria sabato prossimo).
Insomma, dove si guarda si guarda, probabilmente da qui alla fine della stagione se ne vedranno delle belle.

sabato 2 gennaio 2010

best of 2009: match of the year

Di Diego Del Pozzo

In questi giorni, ognuno stila la propria classifica del "meglio" dell'anno appena trascorso. Ebbene, lo faccio anch'io, soffermandomi in particolare sulle migliori partite del 2009.
Al momento di scegliere la più bella gara dello scorso anno sono rimasto indeciso tra due spettacolari eventi calcistici andati in scena sui palcoscenici della Liga e della Premier League, cioè i due campionati europei con maggiore appeal: il match spagnolo è Real Madrid - Barcellona 2-6 del 2 maggio, quello inglese Liverpool - Arsenal 4-4 del 21 aprile...

venerdì 1 gennaio 2010

buon 2010: un anno pieno di gol!!!

Di Diego Del Pozzo

Che il 2010 possa portare a ciascuno di voi i "gol" che più desidera...
Tanti auguri a tutti i lettori-navigatori di Calciopassioni!!!

lunedì 21 dicembre 2009

quattro spunti da un freddo week-end europeo

Di Diego Del Pozzo

Week-end calcistico davvero intenso, quello appena concluso, con diversi temi interessanti e tanta neve sui campi di mezza Europa.
1) In Premier League, un ottimo Arsenal guadagna tre punti in una volta sola sul Manchester United (triturato dal Fulham a Craven Cottage) e due sul Chelsea capolista (fermato sul 1-1, a Boleyn Ground, da un grintosissimo West Ham: qui sopra, nella foto): così, dopo il 3-0 casalingo sull'Hull City, i Gunners si ripropongono prepotentemente per la lotta al vertice, nella quale potranno rientrare in maniera definitiva dopo il recupero d'inizio anno contro il Bolton, match che potrebbe fargli scavalcare lo United al secondo posto e riportarli a tre punti dai Blues di Carlo Ancelotti.
2) In prospettiva, però, la novità più rilevante del fine settimana inglese è, senz'altro, la repentina - anche se decisa già da fine novembre - sostituzione di Mark Hughes sulla panchina del sempre più ambizioso Manchester City. Al suo posto, infatti, lo sceicco Mansour e i suoi uomini hanno scelto nientepopodimenoche Roberto Mancini (qui sotto, durante la presentazione odierna), che così si rituffa nell'agone dopo la forzata sosta post-interista. Senza troppe chiacchiere, il tecnico jesino dovrà conquistare la qualificazione alla prossima Champions League, possibilmente attraverso un gioco offensivo e spettacolare: è questo ciò che gli chiede il "padrone" in cambio del lauto contratto da 3.5 milioni di euro annuali fino al 2013.
3) In Francia, il Bordeaux di Laurent Blanc continua a fare esattamente ciò che l'Inter di Mourinho fa in Italia: dominare il campionato con otto punti sulla seconda, che potrebbero diventare cinque in caso di vittoria di quest'ultima nella gara ancora da recuperare (lì è il Marsiglia, qui il Milan). Gourcuff è sempre più decisivo e Blanc ha costruito, pezzetto dopo pezzetto, un "giocattolo" bello ed efficace, che rischia di fare parecchia strada pure in Champions League (dove io la vedo in semifinale).
4) La Bundesliga tedesca si ferma per la sosta invernale - che quest'anno sarà più breve del solito, causa Mondiali 2010 - col Bayer Leverkusen "campione d'autunno", anche se seguito a ruota dallo Schalke 04 di Felix Magath, dal Bayern Monaco di Louis Van Gaal (qui sopra, Olic e Gomez durante il match vinto 5-2 contro l'Herta Berlino) e poi da Amburgo e Werder Brema: cinque squadre in cinque punti, per quello che si conferma come il torneo più equilibrato d'Europa. Per inciso, in Germania si sono disputate senza problemi tutte le partite in programma nel week-end, nonostante temperature inferiori a quelle italiane e dosi di neve e ghiaccio ben superiori alle nostre. Magari, se anche in Italia i "padroni del vapore" si decidessero a costruire stadi moderni e funzionali...

sabato 19 dicembre 2009

barcellona campione di tutto (ma proprio tutto...)

Di Diego Del Pozzo

Ci sono volute ben 64 partite ma, alla fine di questo lunghissimo 2009, il grande Barcellona allenato dall'esordiente Pep Guardiola è riuscito nell'impresa che tutti gli osservatori ritenevano impossibile e che, finora, nessun'altra squadra nella storia del calcio era riuscita ancora a compiere: vincere tutte e sei le competizioni ufficiali alle quali ha partecipato nella stessa stagione.
Ecco qui, allora, l'impressionante elenco, adesso completo e definitivo: Liga, Copa del Rey, Champions League, Supercoppa spagnola, Supercoppa europea, Campionato mondiale per club (qui sopra, il capitano Carles Puyol alza la coppa al cielo, circondato dai suoi compagni festanti: tutti hanno indossato, per la premiazione, la tradizionale maglia blaugrana sopra a quella arancione con la quale hanno disputato la gara).
L'ultimo alloro, come si conviene alle vere imprese, è stato quello più difficile da conquistare, grazie allo straordinario cuore degli argentini dell'Estudiantes de la Plata, che il loro capitano "senza tempo" Juan Sebastian Veron è riuscito a spingere molto oltre i propri limiti strutturali, fino a trascinarli a un solo minuto da una vittoria che avrebbe avuto coloriture addirittura epiche e sulla quale quasi nessuno avrebbe scommesso un solo centesimo alla vigilia.
Sì, perché oggi pomeriggio, nella finale del Mondiale per club disputata ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, il Pincha è stato raggiunto dal Barcellona soltanto all'ottantanovesimo minuto, dopo essere passato in vantaggio nel primo tempo con un bel colpo di testa di Mauro Boselli ed essersi difeso con successo quasi fino al fischio finale. Infatti, le stelle blaugrana sono state efficacemente annullate, grazie alla tattica accorta adottata dal tecnico Alejandro Sabella, al pressing feroce e a una fisicità degna di quel grande e durissimo Estudiantes che quarantuno anni prima Veron padre guidò al trionfo intercontinentale e che suo figlio avrebbe voluto omaggiare proprio oggi, riportando il trofeo alla Plata.
Purtroppo, però, gli argentini si sono trovati di fronte una grandissima squadra che, pur sulle ginocchia fisicamente, ha saputo ovviare alla mancanza di energie e della consueta brillantezza con un orgoglio almeno pari a quello dei propri avversari. Così, quando mancava soltanto un minuto alla fine, l'ormai "mitico" Pedrito è riuscito a pareggiare il match, con uno spunto acrobatico davvero pregevole (la sua esultanza nella foto qui sopra).
Nei supplementari, poi, con l'inerzia della gara ormai tutta dalla parte dei catalani, è stato il tocco del fuoriclasse - addirittura un colpo di petto!!! - a decidere partita e torneo: e il gol decisivo è stato lo squillo col quale l'immenso Leo Messi ha ricordato al mondo per quale motivo era stato appena premiato col Pallone d'Oro e perché lunedì sera riceverà anche il FIFA World Player. Soltanto un genio del calcio, infatti, poteva pensare - perché certe cose sono difficili innanzitutto da pensare... - di decidere una finale intercontinentale, nel secondo tempo supplementare, con una rete segnata di petto (il suo gol nella foto qui sopra).
Va detto subito che la vittoria del Barcellona è stata meritatissima, per l'oggettiva forza e qualità superiore di quella che è stata, indubbiamente, la squadra più forte dell'anno. Però, non ho potuto non provare commozione e tristezza per quel Veron inebetito, avvolto nella rete di una porta (qui sopra), giunto appena a pochi secondi dalla realizzazione del sogno di una vita. Dall'altra parte, però, a colpirmi allo stesso modo sono state le lacrime genuine - quasi fanciullesche - di Guardiola, quando durante la premiazione ha realizzato, finalmente, ciò che ha portato a compimento al suo primo anno da capo-allenatore della "sua" squadra (qui sotto, il Pep lanciato in aria dai suoi giocatori, come già dopo la finale di Champions League vinta a Roma contro il Manchester United).
Non c'è che dire, dunque: se il Barcellona, con questo trionfo, si è confermato "più che un club" (come recita il suo slogan ufficiale), questa finale intercontinentale 2009 è stata, certamente, "più che una semplice partita".

mercoledì 16 dicembre 2009

mondiale per club: è ancora europa-sudamerica

Di Diego Del Pozzo

Sarà ancora una volta Europa contro Sudamerica, in quella che - nonostante l'apertura anche ai campioni degli altri continenti - resta null'altro che una Coppa Intercontinentale "potenziata" e allungata (stiracchiata?) per motivi meramente economico-commerciali e politici: troppo deboli, infatti, si sono dimostrati i vari campioni d'Asia, Africa, Oceania e Centro-Nordamerica per dare un senso reale allo strombazzatissimo Mondiale per Club che la FIFA cerca di promuovere in ogni modo.
Come da pronostico, dunque, sabato ad Abu Dhabi si affronteranno gli argentini dell'Estudiantes de la Plata di Juan Sebastian Veron (qui sopra, la sua gioia al termine della semifinale) e gli spagnoli del Barcellona di Leo Messi (qui sotto, il suo gol contro l'Atlante), vincitori nelle rispettive semifinali contro i sudcoreani del Pohang Steelers per 2-1 e contro i messicani dell'Atlante per 3-1.
E gli stimoli per le due finaliste non mancheranno di certo: Veron, infatti, guiderà il Pincha con l'orgoglio e la voglia di provare a eguagliare suo padre, il quale vinse Libertadores e Intercontinentale quarantuno anni fa con una indimenticabile versione dei biancorossi della Plata; i Blaugrana allenati da Pep Guardiola, invece, cercheranno di completare la loro clamorosa "stagione perfetta" con l'ultimo trofeo (il sesto su sei) che gli resta ancora da vincere. Credo proprio che, grazie alla proverbiale garra che metteranno in campo gli argentini e a una condizione non proprio al top da parte dei campioni d'Europa, la finale sarà più equilibrata di quanto si potesse immaginare alla vigilia del torneo...

martedì 1 dicembre 2009

panoramica sul week-end internazionale

Di Diego Del Pozzo

L'intenso week-end calcistico internazionale che ci siamo lasciati alle spalle ha offerto parecchi spunti di un certo interesse. Così, mentre arriva l'ufficialità della conquista del Pallone d'Oro 2009 da parte di Leo Messi (qui sotto), eccone qualcuno in ordine sparso. 1) In Brasile sta per consumarsi un evento storico e attesissimo da milioni di tifosi: il ritorno al titolo di campione nazionale da parte del Flamengo, dopo ben diciassette anni di astinenza. La vittoria contro il Corinthians di Ronaldo (infortunatosi) durante la penultima giornata pone, infatti, i rubro-negros di Rio de Janeiro in una posizione di grande vantaggio sulle tre rivali dirette Internacional di Porto Alegre, Palmeiras e San Paolo. Quest'ultima squadra, in particolare, è stata scavalcata al vertice della classifica dopo la pesante sconfitta (4-2) contro il Goiàs. Nell'ultima giornata, domenica, il Flamengo giocherà contro il Gremio, che ha già fatto sapere di non voler ostacolare in nessun modo i rossoneri per evitare di avvantaggiare, eventualmente, gli acerrimi rivali cittadini dell'Internacional. Naturalmente, va sottolineato adeguatamente come, per la probabile vittoria in campionato del Flamengo, sia stata assolutamente decisiva l'ottima stagione dell'ex interista Adriano - peraltro infortunato, a causa di un misterioso incidente domestico - che guida la classifica dei cannonieri con i suoi 19 gol realizzati (qui sotto, l'omaggio della torcida carioca). Grandi meriti anche per l'allenatore esordiente Andrade (flamenguista doc) e il suo pragmatismo. Sì, si tratta proprio del "mitico" centrocampista visto anni fa anche in Italia con la maglia della Roma...
2) Restando ancora in Sudamerica, poi, va sottolineata la clamorosa sconfitta casalinga della capolista Banfield nel campionato argentino. La squadra di Juan Falcioni, che sta inseguendo il primo titolo della sua storia, vede interrompersi una striscia di quindici partite senza sconfitte, perdendo contro un Racing Avellaneda completamente rigenerato dopo l'arrivo in panchina di Claudio Vivas. Così, adesso in testa alla classifica è salito il Newell's Old Boys allenato da Nestor Sensini (36 punti contro i 35 dei rivali), dopo la vittoria, a Santa Fe, sul Colòn, teoricamente a sua volta ancora in corsa per la vittoria finale: a decidere il match è stata una rete del ventiduenne uruguayano Joaquín Boghossian, tra le poche novità interessanti di questo campionato di Apertura.
3) In Europa, invece, il fine settimana è ruotato attorno alla partitissima della Liga tra Barcellona e Real Madrid, con i blaugrana che hanno fatto valere il fattore campo imponendosi per 1-0 e scavalcando i blancos madrileni in testa alla classifica: gara decisa da un lampo di Zlatan Ibrahimovic (qui sopra, esultante dopo il gol), ma anche dalla consueta sagacia tattica di Pep Guardiola e, soprattutto, dalle chiusure difensive di un immenso "Charly" Puyol, capitano nell'animo prim'ancora che sul campo. Meravigliosa, come al solito, l'atmosfera sugli spalti. E meno peggio di quanto si potesse pensare il Real Madrid allenato da un sempre più contestato Pellegrini: sullo 0-0, addirittura, le merengues avrebbero potuto far loro la gara, anche se nella mezz'ora finale, con i catalani ridotti in dieci per l'espulsione di Sergi Busquets, gli uomini di Guardiola hanno irretito gli avversari e offerto il consueto inimitabile spettacolo.
4) In Premier League, il Chelsea di Carlo Ancelotti fornisce l'ennesima prova di solidità e maturità, annientando a domicilio l'ancora immaturo Arsenal di "mastro" Wenger: secco 0-3 e Ashburton Grove violato senza troppe difficoltà (qui sopra, la gioia dei giocatori al fischio finale). E, con questo successo, il Chelsea porta a casa il quarto scontro diretto contro le presunte rivali per il titolo - già battuti Manchester United, Liverpool e Tottenham - e totalizza, in queste gare, ben nove gol all'attivo e zero al passivo. Insomma, se Carletto continua così, in Inghilterra non ce ne sarà per nessuno, essendo riuscito a dotare una squadra già solidissima di per sé - mentalmente e tecnicamente - pure di un gioco piacevole, veloce e, a tratti, persino spettacolare (miglior attacco della Lega, alla pari con l'Arsenal; e ovviamente anche miglior difesa). Per quanto riguarda i Gunners, escono certamente ridimensionati - per l'ennesima volta... - da questo confronto diretto, anche se avrei voluto vedere la gara col purtroppo infortunato Robin Van Persie schierato centravanti al posto di un Eduardo assolutamente azzerato dalla straripante fisicità dei centrali difensivi John Terry e Ricardo Carvalho.
5) Solide certezze offrono, infine, anche la Ligue 1 francese e la Bundesliga tedesca. Dalla Francia, innanzitutto, arriva la conferma di come, attualmente, il Bordeaux sia la squadra transalpina più forte e probabilmente anche meglio allenata (dall'ottimo Laurent Blanc): dopo il dominio del girone di Champions League, infatti, i Girondini si riprendono pure la testa del campionato andando a vincere 3-0 sul campo del Nancy, nonostante l'assenza per infortunio del loro uomo-guida Gourcuff. In Germania, invece, il Bayer Leverkusen scatta in una mini-fuga, lasciandosi a tre punti il Werder Brema e a cinque lo Schalke 04 allenato da Felix Magath. La capolista di Jupp Heynckes distrugge uno Stoccarda sempre più in difficoltà: 4-0, con rete del giovane svizzero Eren Derdiyok e, soprattutto, tripletta del capocannoniere Stephan Kiessling (giunto a quota 12: nella foto qui sopra). Quando mancano tre partite alla pausa invernale, intanto, si risveglia il Bayern Monaco, che passa con tre gol sul campo di un Hannover, però, ancora sotto shock dopo il suicidio del portiere Robert Enke.

mercoledì 25 novembre 2009

la disfatta dell'inter sulla stampa


lunedì 16 novembre 2009

egitto-algeria: continuano le violenze

Di Diego Del Pozzo

La situazione resta ancora incandescente, sia al Cairo che ad Algeri, a quasi quarantotto ore dalla vittoria dell'Egitto sull'Algeria per 2-0 nel match conclusivo del loro girone di qualificazione per i Mondiali sudafricani del prossimo anno (qui sotto, un intenso momento della gara).
Già prima della partita - con la quale i Faraoni sono riusciti ad acciuffare per i capelli, addirittura al novantacinquesimo minuto, la possibilità di disputare il decisivo spareggio di mercoledì - vi erano stati scontri tra le due tifoserie, con quella algerina prima aggredita dai supporters di casa e poi impegnata in un "contrattacco" altrettanto cruento. Nella notte, quindi, le violenze sono proseguite e cresciute di intensità, soprattutto ad Algeri, dove la rabbia dei tifosi è stata alimentata anche dalle voci - ancora piuttosto confuse, per la verità - di diversi morti tra i sostenitori algerini presenti al Cairo. In serata, infatti, sono state prese d'assalto e parzialmente incendiate persino le sedi di alcune compagnie egiziane in terra algerina, come Orascom ed Egypt Air. E nuovi incidenti si sono verificati anche al Cairo e in alcune capitali europee dove le componenti algerina ed egiziana sono particolarmente folte.
A questo punto, la FIFA e le diplomazie dei due Paesi dovranno gestire con estrema cautela l'avvicinamento alla decisiva partita di mercoledì, che si disputerà in campo neutro in Sudan e darà la qualificazione a Sudafrica 2010 a una soltanto delle due squadre.

martedì 25 agosto 2009

vacanze sì, vacanze no... ma si gioca ovunque...

Di Diego Del Pozzo

In attesa di rientrare definitivamente da questa mia lunga vacanza, approfitto di qualche minuto libero da bagni, bimba e altro per entrare in un Internet Point della costa ionica calabrese e salutare i lettori di Calciopassioni. In realtà, a inizio mese non avevo annunciato la pausa estiva perché credevo che avrei potuto aggiornare il sito anche in vacanza. Così, invece, non è stato.
Nel frattempo, la stagione calcistica è già ricominciata da qualche settimana, anche se con l'anomalia di un calciomercato ancora aperto e che, quindi, potrebbe in qualche modo mutare l'idea che mi sono fatto della scala di valori dei principali campionati.
Ecco, dunque, alcuni spunti, veloci e inevitabilmente destinati a essere smentiti:
1) Un Napoli sicuramente rinforzato dalla campagna acquisti estiva - ma, purtroppo, ancora incompleto in diversi ruoli - ha mostrato grande personalità, finalmente un ottimo Marek Hamsik (qui sotto, nella foto) e un bel gioco sul campo del Palermo. Soltanto la sfortuna (tre pali), qualche ingenuità e un paio di sviste arbitrali non hanno permesso di portare a casa i tre punti, che sarebbero stati meritatissimi.
2) In Premier League, l'Arsenal - che tutti davano per nettamente indebolito - è partito "col botto": 10 gol nelle prime due giornate (1-6 a Goodison Park contro l'Everton e 4-1 interno contro il Portsmouth). Se il buongiorno si vede dal mattino...
3) Tornando in Serie A, la pausa estiva non ha cambiato l'atteggiamento di José Mourinho, che continua a cercare nemici ovunque. E siamo soltanto all'inizio...
4) In Bundesliga, l'Amburgo sembra aver, finalmente, azzeccato le mosse giuste. Intanto, al Bayern, il vate olandese rischia di fare la stessa fine della sopravvalutata "pantegana bionda".
5) L'inizio di Ligue 1 ha proposto un Bordeaux ancora più forte e maturo della scorsa stagione. Che possa essere protagonista anche in Europa?
6) Ancora Premier League: il Liverpool è partito malissimo. Incidenti di percorso o deficienze strutturali? Intanto, gli sceicchi continuano a rinforzare l'ambiziosissimo Manchester City (ultimo acquisto, l'ottimo difensore Lescott dall'Everton), mentre al Tottenham "mastro" Redknapp sembra aver trovato la chimica giusta e ha impostato una squadra che vuol puntare in alto. Ovviamente, Carletto permettendo...
7) Domenica partirà anche la Liga delle stelle (Cristiano Ronaldo, Kakà, Ibrahimovic), col Barcellona campione di tutto che, intanto, ha già conquistato la Supercoppa di Spagna.
8) E, infine, si gioca a pieno ritmo, per fortuna, sia in Brasile che in Argentina.
Per ora è tutto. A risentirci, per la ripresa a pieno ritmo, nei prossimi giorni.

mercoledì 5 agosto 2009

inizio vacanze, fine vacanze

Di Diego Del Pozzo

Mentre io mi accingo ad andare in ferie, mi accorgo che, invece, le vacanze calcistiche sono già finite, se mai possono considerarsi davvero iniziate.
La scorsa settimana, infatti, sono partiti i campionati di Belgio e Olanda, in questo week-end prendono il via anche Ligue 1 (Francia) e Bundesliga (Germania), Champions League ed Europa League continuano a disputare i rispettivi turni preliminari (già con partite di ottimo livello), le amichevoli internazionali s'infittiscono sempre di più, si avvicina anche il primo turno "serio" della Coppa Italia, i principali quotidiani italiani hanno già pubblicato da tempo gli elenchi con le quotazioni dei calciatori per i loro fantasy games (Magic Cup, Fantacalcio, ecc.).
Insomma, in pieno agosto e col calciomercato ancora apertissimo, si ricomincia a fare sul serio...

lunedì 1 giugno 2009

il week-end in cinque punti

Di Diego Del Pozzo

Il week-end calcistico appena terminato ha fornito numerosi spunti di un certo interesse. Qui di seguito, ne ho isolati cinque meritevoli di un approfondimento. Eccoli:
1) La Serie A ormai senza più niente da offrire - tutti sapevano che il Milan avrebbe vinto a Firenze e che il Toro sarebbe retrocesso - s'è finalmente conclusa con quella che i principali mass media hanno subito battezzato "la giornata degli addii". E in effetti un che di vero in questa definizione ci sarebbe pure, poiché con la fine di questo campionato è stata scritta la parola "fine" anche su diverse storie della nostra Serie A: Paolo Maldini (qui nella foto) ha, finalmente, appeso le scarpe al chiodo; due "senatori" come Figo e Nedved hanno detto addio, finalmente, a Inter e Juventus; Ancelotti ha, finalmente, smesso di farsi insolentire quotidianamente dal presidente del Milan nonché del Consiglio e di tante altre cose; Kakà accetterà, finalmente, la corte del Real Madrid (alla faccia dell'eterna fedeltà...); Ibrahimovic continua a "bussare a soldi" presso il suo presidente-papà e forse stavolta, finalmente, andrà via davvero (anche se nessuno lo pagherà mai come Paperone-Moratti); Diego Milito ha salutato Genova con l'ennesima doppietta; Quagliarella ha detto addio a Udine ("Ecchissenefrega!", direte voi...). Insomma, una tonnellata di melassa ha sommerso l'ultima giornata della Serie A 2008-2009. D'altra parte, era già tutto deciso e di qualcosa si doveva pur parlare e scrivere;
2) Il Bordeaux è diventato campione di Francia dieci anni dopo l'ultimo successo, interrompendo il dominio pluriennale del Lione, che non s'è nemmeno qualificato per la Champions League diretta (dovrà giocare i preliminari). Il titolo è meritatissimo e premia l'acume tattico e la maturità di un allenatore come Laurent Blanc, che s'è confermato anche in questo ruolo come l'uomo intelligente che già era quando calcava i campi di gioco. Il trionfo del Bordeaux è stato anche, o soprattutto, il trionfo di Yoann Gourcuff (sopra nella foto), autentico dominatore della stagione transalpina, premiato come miglior giocatore della Ligue 1 e, ormai, leader indiscusso anche con la maglia della Nazionale francese. Com'era ovvio, ma soltanto il Milan pensava al contrario, i Girondini hanno esercitato l'opzione di riscatto a loro favore, pagando i 15 milioni di euro ai rossoneri e acquistando definitivamente il cartellino di quello che potrebbe proporsi come il più forte centrocampista europeo dei prossimi cinque-sei anni;
3) Dopo i due spareggi con la terzultima di Bundesliga, il Norimberga ritorna nel massimo campionato tedesco, dopo un solo anno di assenza. E per gli appassionati si tratta di una bellissima notizia, poiché i rossoneri sono una tra le squadre di maggior prestigio e tradizione del calcio teutonico, secondi al solo Bayern Monaco per titoli conquistati (ben nove, oltre a quattro Coppe di Germania). Nel match casalingo di ieri, davanti ai quasi 47.000 spettatori del Frankenstadion, il Norimberga ha vinto per 2-0 (con prodezza di Christian Eigler ed ennesimo sigillo stagionale del capocannoniere Marek Mintal, qui sotto nella foto) contro l'Energie Cottbus, bissando il successo in trasferta dell'andata (0-3) e centrando così una meritatissima promozione. I rossoneri raggiungono in Bundesliga Mainz e Friburgo, già promossi al termine della stagione regolare;

4) Sempre in Germania, non si può tralasciare la vittoria del Werder Brema nella Coppa di Germania, 1-0 nella finale di Berlino contro il Bayer Leverkusen con bel gol dell'astro nascente Mesut Özil. Proprio il turco-tedesco è l'erede designato del brasiliano Diego, alla sua ultima partita con la spettacolare squadra allenata da Thomas Schaaf prima della sua partenza per Torino, sponda Juventus. Con questo successo il Werder Brema si assicura l'accesso all'Europa League (ex Coppa Uefa) anche per la prossima stagione, dopo essere arrivata in finale nell'edizione appena conclusa;
5) Una bella notizia, infine, è giunta ieri dal Brasile, dove Adriano (qui sotto, esultante, nella foto) ha "bagnato" con un gol di testa il suo esordio con l'amata maglia del Flamengo, nella vittoria per 2-1 contro l'Atletico Paranaense. L'Imperatore ha terrorizzato la difesa avversaria per tutti i 90 minuti disputati, nonostante la forma ancora precaria. E ciò può far capire quale potrà essere il suo impatto sul campionato brasiliano, una volta ritrovata la piena efficienza fisico-atletica. "Per ricominciare una nuova vita avevo bisogno di tornare a casa, vicino alla mia famiglia, respirare l'aria di Rio", ha dichiarato un Adriano di nuovo raggiante, mentre i 72.000 tifosi del Maracanà continuavano a osannarlo anche dopo il fischio di chiusura.

Bentornato Imperatore! E speriamo bene.

lunedì 11 maggio 2009

un week-end dedicato ad altro...

Di Diego Del Pozzo

Causa matrimonio di mio fratello - a proposito: di nuovo tanti auguri!!! - ho dedicato minore attenzione a questo e all'altro blog e, più in generale, agli eventi calcistici del week-end.
Ieri sera, una volta rientrato a casa, mi sono reso conto che non mi ero perso un granché:
1) Arsenal travolto in casa dal Chelsea in Premier League, con Manchester United e Liverpool che hanno passeggiato contro le rispettive avversarie;
2) Solito pareggino del Napoli da trasferta (ma quando finisce questo ormai inutile campionato degli azzurri?);
3) Sfilza di pareggi in Serie A, con le sole Fiorentina e Udinese a giovarsene;
4) Due soli gol segnati al Fantacalcio - Jovetic e Quagliarella - più uno (Balotelli) perso in panchina;
5) Ammucchiata sempre più impressionante in Bundesliga;
6) Barcellona che non ha ancora vinto matematicamente il suo campionato;
7) Porto che, invece, ha vinto matematicamente il suo campionato;
8) Ranieri che ha praticamente regalato lo scudetto al suo amico Mourinho;
9) Nella Championship inglese sono iniziati i playoff promozione;
10) Zamparini - come al solito, dopo una sconfitta del Palermo - ha dato del "dilettante" all'allenatore Ballardini.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole, mentre io mi riscaldavo al sole di Ravello...

domenica 19 aprile 2009

il decalogo del week-end

Di Diego Del Pozzo

Che cosa ha detto questo fine settimana, dal punto di vista calcistico? Proviamo a mettere uno dopo l'altro, brevemente, dieci argomenti utili per una riflessione e/o discussione:
1) Nell'amichevole di fine stagione tra Juventus e Inter, la squadra nettamente più forte ha pagato dazio (parzialmente) a quella con le maggiori motivazioni. Il punteggio finale (1-1), comunque, almeno salva l'onore dei bianconeri e del campionato italiano;
2) Mario Balotelli (nella foto qui sotto) si conferma grandissimo giocatore e, al tempo stesso, pericolo pubblico per se stesso e per gli altri: alterna, infatti, giocate di gran classe a idiozie inspiegabili. E tutto ciò fa davvero rabbia;
3) I troppi elogi hanno fatto male al Genoa, squadra forte ma ancora non abituata a gestire pressioni e attenzioni mediatiche come quelle dell'ultima settimana;
4) Pippo Inzaghi - tripletta anche stasera, contro il derelitto Torino - è davvero eterno e, con i suoi gol, sta guidando il Milan - in netto crescendo - al secondo posto: la Juve è già ripresa e c'è ancora da giocare lo scontro diretto a San Siro;
5) Il Chievo di Mimmo Di Carlo continua a incantare e, soprattutto, a raccogliere risultati sorprendenti: Pinzi è la sua "mente", Pellissier il suo "braccio armato". Una regolatina alla difesa, il buon Rigoni piazzato davanti agli stopper e un partner d'attacco per il centravanti valdostano sono le semplici ma efficacissime mosse che hanno cambiato totalmente la stagione dei veronesi;
6) Probabilmente Marek Hamsik ha deciso di far scendere la propria quotazione di mercato, in modo da farsi acquistare più facilmente da qualcuna delle grandi europee che lo seguono da tempo. Soltanto così si spiega la paurosa involuzione degli ultimi mesi: lo slovacco è svogliato, timido, perennemente fuori dal cuore del gioco. E il Napoli - sconfitto 2-0 dall'ottimo Cagliari di Max Allegri (nella foto qui sotto, una fase del match) - segue senza reagire la parabola del suo centrocampista;
7) Lecce e Bologna sembrano già in Serie B, grazie a cambi di allenatore scellerati: Beretta e Mihailovic, infatti, non avrebbero fatto certamente peggio dei loro improvvisati sostituti. In particolare, il Lecce è crollato letteralmente, dopo il passaggio da Beretta a De Canio;
8) La Coppa d'Inghilterra andrà alla vincente tra Chelsea ed Everton. In semifinale, i Blues di Guus Hiddink hanno avuto la meglio, ieri, sull'Arsenal per 2-1, rimontando lo svantaggio firmato Walcott con i gol di Malouda e Drogba (nella foto qui sotto, la sua esultanza dopo il gol decisivo). Nell'altro match, i Toffees di David Moyes, invece, hanno battuto ai calci di rigore un Manchester United sceso in campo con una formazione giovanissima (Anderson, i gemelli Da Silva, Gibson, Welbeck e Macheda titolari) che, comunque, è riuscita a tenere in piedi la gara fino al momento dei penalties. Mi fa particolarmente piacere, quattordici anni dopo l'ultima finale disputata (e vinta), l'approdo in finale dell'Everton, squadra di grande tradizione e dignità;
9) La Bundesliga continua a proporre un'affascinante "ammucchiata" ai vertici della classifica: Wolfsburg primo, Bayern e Amburgo secondi, poi Herta Berlino e Stoccarda. Tutte in soli sei punti;
10) In Olanda, L'AZ Alkmaar di Louis Van Gaal ha conquistato il campionato - letteralmente dominato, dall'inizio alla fine - con ben tre giornate di anticipo, nonostante l'incredibile sconfitta casalinga di sabato contro il Vitesse Arnhem. Le altre due presunte contendenti per il titolo, il Twente e l'Ajax allenata da Marco Van Basten, hanno perso, infatti, le loro partite, restando rispettivamente a undici e dodici punti. In particolare, l'Ajax è stata letteralmente distrutta (6-2!) dai campioni uscenti del PSV Eindhoven, che così si sono scuciti lo scudetto dal petto con la soddisfazione di giocare un brutto scherzetto agli storici rivali.