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martedì 8 luglio 2014

se ne va alfredo di stefano, uno tra i più grandi di sempre

Alfredo Di Stefano, la "Saeta Rubia" (1926 - 2014)

domenica 30 ottobre 2011

tanti auguri a diego armando maradona!

Oggi Diego Armando Maradona compie 51 anni. Tanti auguri Fenomeno! Grazie per tutta la gioia che hai saputo darci!

sabato 22 ottobre 2011

l'inattualità del boemo: zeman e la bellezza del calcio

Di Marco Ciriello
(Il Mattino - 22 ottobre 2011)

Passa il tempo, ne soffre, ma non cambia il suo modo di essere. Zdenek Zeman è sempre quello di Praga, che usciva con due palloni, "uno per me e uno per chi non poteva permetterselo". Figlio di un primario di otorinolaringoiatria e nipote di Cestmír Vycpálek, giocatore e allenatore della Juve di Boniperti, passava il tempo sui campi, unico mondo, lo sport il linguaggio per decifrare la vita: atletica, pallavolo, pallamano, pallacanestro, baseball, hockey e calcio. Prima che uno sportivo, un allenatore è un saldatore di mondi diversi. Unisce processi vitali, nel giusto tempo. Ha creato sempre organismi complessi assemblando parti lontane. E davvero non gli interessa vincere o perdere, ma formare.
È un uomo sereno, appagato, adesso allena il Pescara, l’importante non è la squadra conta il progetto. Zeman ama ricostruire, ricominciare, e il suo agire non è da castello di sabbia, piuttosto da uno bravo a scovare le potenzialità, a disegnare il futuro di quelli che incontra, bravo a indicare la strada, far crescere, chiedete a Totti: "Alla Roma gli spiegai che se mi avesse ascoltato poteva diventare il migliore". Mentre il calcio cerca di mantenere artificialmente in vita gran parte del suo spettacolo, lui continua a segnare la strada di molti ragazzi, non gli interessa vincere la Champions, vincere il campionato, ma creare squadre, formare ragazzi: "E no, quando leggo i giornali non incontro altri che mi fanno dire, posso stare tranquillo, non mi interessa avere ragione su doping farmaceutico e finanziario, non mi interessa che ora anche Sacchi dica che come si gioca conta più di vincere, mi interessa dire le cose come stanno".
A vederlo, al Poggio degli Ulivi, con la lunga corda bianca tra le mani, dividere il campo, assegnare compiti, mi viene da pensarlo un capitano di nave, che spiega come affrontare il mare. Lo fa con poche parole, mentre si dispone a centro, pronto ad andare in mezzo alla tempesta. E non solo per come indica l’orizzonte, soprattutto per come arriverà in porto, senza aver tradito nulla, e nel tragitto ne verrà fuori di gente, questa volta chiedete a Insigne o a Immobile che faceva la panchina a Siena con Conte e con Zeman è capocannoniere. Questione di sguardo. Zeman è quello che Oliver Sacks definirebbe un "osservatore permanente". Ora esce un cofanetto da minimumfax (due dvd e un libro, di Giuseppe Sansonna), Il ritorno di Zeman. E lui dimesso, sminuisce: "Venite tutti da me perché nessuno vi dice le cose come stanno. Sono normale, sono gli altri ad essere alieni". Che è invecchiato lo capisci non solo dal fatto che non può più giocare a tennis e se ne lamenta, ma anche dai sorrisi che esibisce quando racconta, come è diventato così.
Per quanto sia italiano dal 1975, rimane un uomo dell’Est, di quelli attenti che fanno della capacità di rubare i dettagli una forza. Il suo sguardo, non ha corrispondenze nel mondo del calcio. Come la sua profondità, e no, non è un guru Zeman, ma un uomo libero. Che può permettersi di andare ad aspettare Casillo fuori Poggioreale, di chiamare Beppe Signori e di mettersi in fila, a San Pietro, per rendere omaggio a Wojtyla. E ancora si entusiasma per le combinazioni riuscite, come questa mattina in allenamento. È devoto alla semplicità del bello, dell’essenziale, ma dietro, c’è una applicazione e una combinazione che solo chi aveva tante vite e tante storie come lui, poteva cucire insieme. "Le mie verticalizzazioni vengono dall’hockey, l’allenamento sui gradoni dalla pallavolo". È come se avesse sincronizzato gli sport in quello che gli riesce meglio. È oltre la banalità del risultato, e se fosse meno fedele a se stesso oggi guiderebbe una grande squadra, "Sono contento così e poi un allenatore non sceglie, è scelto".
Zeman fa giocare le sue squadre sempre al presente, è come se dicesse conta l’adesso non il dopo, nemmeno quello immediato dei minuti successivi, conta lo stile: che tu vinca o perda. "Il calcio è un gioco e come tutti i giochi deve essere imprevedibile". E non generare tristezza. Zeman ha questa vocazione religiosa per lo sport. Ha la praticità dei pugili, si è creato un suo tempo: dentro e fuori i novanta minuti di gioco. Il calcio ha rischiato di perderlo, estromettendolo, ma lui ha le spalle larghe e la pazienza per resistere. Gli avvocati di Moggi e anche diversi giornalisti gli hanno imputato di non aver vinto mai e di parlare per invidia. Lui, a bassa voce, "Se state attenti mi sentite", ha rispiegato che la vittoria nel suo mondo, viene dopo, prima: conta come arrivarci, e se non ci arrivi conta come hai tentato. E loro non lo capiranno mai.

mercoledì 22 giugno 2011

venticinque anni fa il gol più bello della storia del calcio

Di Paolo Condò
(La Gazzetta dello Sport - 22 giugno 2011)

Diego Maradona assume l'incarico di c.t. dell'Argentina nel novembre 2008, pochi giorni prima di un'amichevole in Scozia. Sul momento nessuno lo sa, ma appena si sbarca a Glasgow i tabloid avvisano di un'incredibile coincidenza: il viceallenatore degli scozzesi è Terry Butcher, in ordine di apparizione il secondo dei sei inglesi che il 22 giugno 1986 cercarono di fermare l'irresistibile corsa di Maradona verso il gol più bello della storia del calcio. Ventidue anni dopo Butcher, ex stopper dai modi bruschi come racconta il suo cognome (vuol dire macellaio), è ancora furente con Diego. Così furente da convocare i giornalisti per annunciare: "Non gli stringerò la mano".
L'episodio finisce lì, interpellato in proposito a Maradona basta replicare con candore finto e feroce "Scusate, chi è Butcher?" per deridere una seconda volta l'antico avversario. Ma nei meandri della sua rabbia un pò sconnessa, il vecchio Terry ha il tempo di spiegare nel profondo il suo odio: non è tanto la slealtà della mano de Dios ad avergli rovinato la vita, quanto la perfidia maradoniana di coprire quell'infamia col massimo capolavoro della storia. Senza il gol del 2-0 tutto il mondo avrebbe schifato per sempre Diego e la disonestà dell'1-0, restituendo agli inglesi, se non la qualificazione alla semifinale, l'onore dei battuti perché truffati, non soverchiati. Quel gol portentoso - equivalente di Guernica per la pittura o The Dark Side of the Moon per la musica - derubrica il colpo di mano a sghiribizzo di un genio in fase di riscaldamento, prima del momento della creazione dell'opera d'arte. Ed è questo che Butcher non è riuscito a mandare giù.

La coincidenza fra Maradona e il diavolo ha fatto capolino molte volte, ma in quel pomeriggio di 25 anni fa balena nella maniera più chiara, con l'inganno diabolico - imputato per di più a Dio - riscattato da una gemma paradisiaca. Ben dentro la sua metà del campo, Diego fa un piroetta tra Reid e Butcher e parte verso Shilton con l'allegria di un ragazzo in gita. YouTube permette di rivedere quel viaggio all'infinito, se vi capita di trovarlo con la radiocronaca del grande Victor Hugo Morales la goduria sarà totale. Maradona stacca Butcher, dribbla Sansom che si gira subito per inseguirlo, salta Fenwick al limite dell'area, accarezzando il pallone evita l'uscita di Shilton e la scivolata estrema di Sansom, e infine lo spedisce nella porta vuota dove il furbo Stevens si sta dirigendo.
Tra le migliaia di fotografie scattate durante la cavalcata, ce n'è una bellissima che ferma per sempre il momento magico. La palla è in rete e non si vede, Maradona si sta rialzando da terra per correre verso il corner a esultare, ma a colpire sono le reazioni. Trascinato dalla foga Stevens sta finendo contro il palo, Sansom a terra ha il volto amaro della sconfitta, Shilton in piedi è una statua di rassegnazione, Burruchaga è il fratello che per primo scatta ad abbracciare Diego. Valdano, il più sensibile e intelligente, sta allargando le braccia in un gesto che non è di esultanza, ma di meraviglia. Sono una felice comparsa dentro alla Gioconda, è il suo pensiero.

domenica 9 gennaio 2011

i "calciatori" panini festeggiano 50 anni!

Di Diego Del Pozzo

Anche quest'anno, arriva puntualissima in tutte le edicole la raccolta Calciatori Panini. E quella della stagione calcistica 2010-2011 è ancora più imperdibile, perché segna il cinquantesimo anniversario della ormai leggendaria collezione di figurine, con i protagonisti del calcio italiano da raccogliere nel consueto splendido album pieno di dati, illustrazioni e brevi aneddoti.
Per l'edizione dei cinquant'anni, la Panini ha fatto davvero le cose in grande stile, a partire dall'elegante copertina celebrativa nera e dalla grafica interna completamente rinnovata. La Serie A è organizzata con quattro pagine per ciascuna squadra, con curiosità sui protagonisti attuali e storici, col dettaglio dei trofei vinti, con i dati societari e l'andamento nelle ultime stagioni. Ormai tradizionale e imprescindibile è, inoltre, la sezione con gli aggiornamenti del calciomercato di Gennaio. Ogni squadra è rappresentata da venti giocatori, dall'allenatore, dalla doppia figurina con la squadra schierata e dallo scudetto. Le varie pagine ospitano, poi, anche un piccolo spazio per gli altri titolari in rosa. E, quest'anno, gli allenatori sono raffigurati in un'ambientazione ormai abituale per loro: quella della conferenza stampa, durante la quale sono alle prese con telecamere, microfoni e taccuini dei giornalisti. Gli scudetti delle squadre, infine, sono presentati in una veste metallizzata ancora più pregiata, frutto di materiali e lavorazioni speciali.
Per quanto riguarda la Serie B, invece, per ogni squadra sono riprodotte le figurine di diciotto giocatori, più la squadra schierata e lo scudetto. Ogni giocatore è su figurina singola, in modo da garantire una presentazione completa della squadra e dei suoi atleti più rappresentativi. E quest'anno le pagine della Serie B sono ancora più ricche, poiché per ogni squadra riportano anche la prima divisa completa, i principali risultati nella storia del club e il borsino delle ultime stagioni. Con riferimento alla Lega Pro, quindi, per la Prima Divisione vi sono le squadre schierate e gli scudetti; per la Seconda Divisione soltanto gli scudetti. Completano l'album gli scudetti del torneo di Serie D, a introdurre i dati di tutte le 167 squadre partecipanti, suddivise nei nove gironi; e la sezione dedicata al calcio femminile, con lo scudetto della competizione e le figurine delle squadre schierate della massima serie.
Naturalmente, però, l'edizione del cinquantenario non poteva deludere per quanto concerne le sezioni speciali. E, dunque, ecco il film del campionato diviso in due capitoli - La corsa d'inverno e Lo sprint scudetto - le cui figurine saranno reperibili unicamente in abbinamento gratuito col Corriere dello Sport e con Tuttosport il 29 gennaio e l'11 giugno; la sezione Frammenti di Storia, con immagini, momenti, ritagli della memoria; lo spazio per il Top Team Panini 50, che sarà composto in base ai voti dei collezionisti e proporrà la squadra ideale dei cinquant'anni di storia Panini schierata col modulo 3-4-3; infine, le pagine dedicate a Calciatori 50, con la storia della mitica collezione Calciatori attraverso le sue cinquanta copertine.
Ogni bustina contiene cinque figurine e costa 60 centesimi, l'album di 128 pagine costa 2.50 euro, mentre lo speciale blister con l'offerta-lancio (album + cinque bustine + quadrotta con altre sei figurine) è in vendita a soli 3 euro.


martedì 5 ottobre 2010

due bellissimi articoli sul ritorno di zeman domenica a foggia

Ieri e oggi, La Gazzetta dello Sport ha pubblicato due bellissimi articoli dell'inviato Paolo Condò dedicati al "ritorno a casa" di Zeman. Mi piace riproporre qui di seguito questi due pezzi - il secondo è una lunga intervista al Boemo - in omaggio a ciò che è stata Zemanlandia e - perché no? - a ciò che potrà ancora essere in futuro. (d.d.p.)
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Il tempo si è fermato. Riapre casa Zeman
Di Paolo Condò
(La Gazzetta dello Sport - 4 ottobre 2010)

C'è molto di studiato, e qualcosa di istrionico, nella lentezza con la quale Zdenek Zeman, sedici anni dopo l'ultima volta da allenatore del Foggia, entra sul prato dello Zaccheria. L'intero stadio scatta in piedi ad applaudirlo, una corsia di flash gli disegna il percorso verso la panchina, ma lui indugia. Scruta i tifosi più vicini. Aspetta. L'aveva detto alla vigilia, che si attendeva l'omaggio delle caramelle che un suo tifoso personale, Fernando Iannucci, non gli aveva mai fatto mancare ai tempi di Zemanlandia. "Spero innanzitutto di vederlo perché so che non è stato bene", aveva spiegato il boemo, misurando con un semplice pensiero l'abissale distanza umana che corre fra il calcio metropolitano e il pallone di provincia, nel quale può essere un tecnico a preoccuparsi di un tifoso anziché il contrario. Le caramelle arrivano sul filo del fischio d'avvio, e Zeman ne è in qualche modo rassicurato visto che poi dirà, con una smorfia divertita, "per darmele ha atteso che i fotografi fossero rivolti verso di lui".
Dopo due turni giocati a Vasto per l'indisponibilità dello stadio, il ritorno di Zdenek Zeman allo Zaccheria è una storia piena di zeta ma non per questo final. Facile che si riveli piuttosto una (ri)partenza, perché molti dei ragazzi arrivati in prestito dalle Primavera dei grandi club sono di qualità. Casillo e Pavone hanno sì costruito una squadra competitiva con 10 mila euro, ma se il Milan ha concesso Romagnoli e il Palermo Laribi è perché sanno che Zeman glieli restituirà laureati. Basterà il magistero del vecchio profeta per centrare la promozione in B? Difficile dirlo ora: questo 2-2 col Viareggio conferma al Foggia lo status di squadra professionistica più prolifica (18 gol segnati) ma anche più perforata (15 subiti). E' una questione di tempi. Zeman attua un fuorigioco a metà campo che non si impara in un mese: il primo gol subito ieri nasce da un allineamento sbagliato, il secondo da un errore individuale a difesa schierata. Viceversa le sovrapposizioni giocate dai triangoli laterali terzino-mezzala-punta esterna, ringiovaniscono di sedici anni i presenti allo stadio. Alla fine sono applausi: difficile non essere grati a chi ti toglie sedici anni.
Sarà per questo che la firma di Zeman, più che mai assimilabile al segno di Zorro, figura persino sulle tessere di abbonamento. Sarebbe marketing, ma la parola è un po' troppo metropolitana per trovarsi a suo agio qui. Mister Pernacchia, un fiorellino che ha spiato insieme a noi l'allenamento (chiuso) del sabato emettendo suoni di singolare efficacia, verosimilmente è digiuno di marketing; ma capisce molto bene che quell'uomo strano e serio può fare per la sua città assai più di un onorevole. E Zeman, che sa di essere sia l'eroe dei gessati in tribuna che del popolino scapigliato, governa la scena con consumata maestria. Oggi vola a Roma per passare il giorno libero in famiglia, domani è il turno dei famosi gradoni, la massacrante seduta atletica su e giù per curve e gradinate.
Ricorderete la scena di Karate Kid in cui il maestro Miyagi promette a Danny di insegnargli il karate, e come primo esercizio gli ordina di dare la cera con un movimento circolare della mano destra e di toglierla nello stesso modo con la sinistra. Stremato da un lavoro del quale non vede l'attinenza col karate, a fine giornata Danny se ne lamenta. Miyagi allora fa il gesto di colpirlo, e il ragazzo para muovendo il braccio a cerchio prima verso destra ("dai la cera"), poi verso sinistra ("togli la cera"). Allo stesso modo i ragazzi del Foggia, distrutti al martedì dai gradoni, ogni domenica dovranno estrarre da quella fatica l'energia per correre a perdifiato oltre i loro limiti verso la terra promessa: Zemanlandia. Uno striscione spiega tutto e anche di più: "Ciao mamma, guarda come mi diverto".
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Zeman: "Molti copiano il mio calcio..."
Di Paolo Condò
(La Gazzetta dello Sport - 5 ottobre 2010)

"Che cosa stavamo dicendo?". Zdenek Zeman sembra arrossire, o forse è soltanto il bel sole di Foggia a cuocergli il viso come capita ai marinai. Pochi istanti prima la Gialappa's si è messa a chiacchierargli dentro a una tasca e lui - che già sussurra e non esclama - ha farfugliato mezza frase imbarazzata, "è la suoneria del cellulare, parlano con Frengo...", la memorabile macchietta che Antonio Albanese gli dedicò a Mai dire gol. Ma se è facile fermare il tempo su un telefonino, farlo in campo è un'altra faccenda. Tornare indietro di sedici anni, poi... "Il mio calcio non è cambiato, i concetti base sono rimasti gli stessi come l'obiettivo ultimo, che è riempire lo stadio. Gli attori hanno bisogno di un pubblico, le sue dimensioni aiutano a capire la bontà di un lavoro".
Lei ha detto che se sedici anni fa la definivano avanti di vent'anni, oggi gliene restano comunque quattro di vantaggio sulla concorrenza. Al di là della bella battuta, si sente sempre un anticipatore?
"E' passato molto tempo e certe mie vecchie idee ora sono condivise. Prendiamo la preparazione atletica. Quando cominciai ad allenare, molti giocatori erano abituati a fare due giri di campo e poi subito la partitella; logico che le mie squadre, sottoposte a un lavoro fisico duro e metodico, alla domenica corressero il doppio delle altre. Oggi la parte atletica è curata ovunque, non posso più marcare una differenza in quel senso".
Dal punto di vista tattico siete un cantiere, com'è normale dopo due mesi di lavoro. Però le sovrapposizioni dei bei tempi si cominciano a intravedere; e fare il portiere di una squadra di Zeman è sempre una professione eccitante...
"Dobbiamo ancora lavorare molto, la costruzione del nuovo Foggia è appena agli inizi, e non pensi che sia orgoglioso di avere la difesa più battuta dei campionati professionistici. Fra qualche settimana spero di conservare soltanto il miglior attacco, anche perché in carriera, e la cosa non è mai stata granché sottolineata, soltanto una volta ho chiuso un torneo con la difesa peggiore. E comunque non sono retrocesso nemmeno quella volta".
Vero, ma non ci ha risposto. Si sente ancora un anticipatore?
"No. Il Barcellona di questi anni ha occupato il terreno alla mia maniera, ma sviluppando possesso palla anziché verticalizzazione, e l'ha fatto benissimo grazie a una straordinaria tecnica individuale. Io credo più nell'attacco rapido perché i miei ragazzi a un certo punto della ragnatela sbaglierebbero un passaggio. Devono essere più veloci dell'errore in agguato".
Sempre deluso da come Mourinho fece fuori il Barcellona in semifinale?
"La questione è semplice: se voglio che la mia squadra diventi un modello, e l'Inter aveva e ha quest'ambizione, devo proporre qualcosa e non solo distruggere. Ho criticato il Mourinho di Barcellona, e solo quello, perché rinunciò a giocarsela".
Ma era rimasto in dieci. E l'anno prima Hiddink, con il Chelsea, ragionando alla stessa maniera fu l'unico a mettere nei guai il Barça.
"Non mi interessa, è una mentalità che non mi appartiene. Non è giusto giocare così, o almeno io la vedo in questo modo".
Come la trattano?
"Con rispetto eccessivo. Siamo tutti uguali, se sono qui è perché valgo la Lega Pro, evidentemente".
C'è una differenza. Lei è l'unico allenatore di terza serie cui Moratti, nel corso dell'estate, ha esplicitamente pensato per la panchina dei campioni d'Europa.
"Le sue parole mi hanno fatto piacere, ma sapevo che nel concreto andare all'Inter sarebbe stato difficilissimo. Non sbagliavo".
Come l'avrebbe cambiata?
"Mettendo i giocatori nel ruolo in cui rendono di più, e trovo che Benitez si stia muovendo in quel senso. Eto'o è un centravanti formidabile, dev'essere lui a giocare in mezzo".
Tornando alle verticalizzazioni, ha sentito che Allegri chiede a Pirlo di giocare più o meno come faceva Di Biagio con lei?
"Il problema del Milan non è Pirlo, che sa verticalizzare come pochi. Il problema è la staticità delle punte. Il lancio rapido per impedire alla difesa di schierarsi ha un senso se gli attaccanti, col loro movimento, l'hanno già spettinata".
La nuova Juve le piace?
"Non gioca il mio calcio".
Le resterà per sempre il rimpianto di non averla allenata, vero?
"Forse ho avuto una possibilità l'ultimo anno di Boniperti. Ora è improponibile, ovviamente, ma è vero che da ragazzo sognavo di sedere su quella panchina".
Zeman, visto che altrove non la chiamano, utilizzerà il Foggia per tornare in Serie A?
"Ci utilizzeremo a vicenda per divertirci. Se poi cominceremo a salire, immagino che il divertimento sarà maggiore".

mercoledì 3 febbraio 2010

i due no di josef bican

Di Stefano Olivari
(Indiscreto - 26 gennaio 2010)

Le classifiche storico-cialtrone hanno almeno un merito: l'appiglio per ricordare fenomeni del calcio senza addentrarsi nella discussione su chi sia stato più forte, con il partito del "Taci tu che non hai visto giocare Sallustro" contrapposto a quello del "Simone Inzaghi negli anni Cinquanta avrebbe segnato sei gol a partita". Josef Bican non è stato solo uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi, oltre che una gloria con entrambi i suoi passaporti (austriaco e cecoslovacco), ma anche un uomo con una storia personale incredibile ed un destino politico meno strano di quello che si pensi: cioè di perseguitato sia dal nazismo che poi dal comunismo, sempre per quella sua mania di non prendere tessere a comando.
Nato nel 1913 Vienna da una famiglia ceca e cresciuto in povertà vera, il teorico primo passaporto di Bican sarebbe quindi austro-ungarico visto che nel 1913 Francesco Giuseppe era ancora saldamente al comando dell'Impero. Comunque da austriaco "puro" non se la passa bene: papà Frantisek, calciatore nell'Hertha Vienna, sopravvive alla guerra passata in prima linea ma non alle complicazioni di un'operazione ad un rene e così a otto anni Josef rimane orfano. Con la madre Ludmila, cameriera, che asseconda la sua passione. Le ristrettezze non gli impediscono di emergere come super-talento delle giovanili dell'Hertha e più tardi del Rapid Vienna: gran fisico, velocità (100 metri in 10''8) all'epoca da finale olimpica, concretezza sotto porta.
Uno così non può sfuggire agli occhi di Hugo Meisl, che lo chiama a far parte del Wunderteam di Sindelar e di tutti gli altri. La squadra favorita al Mondiale 1934, dove verrà bloccata in semifinale dall'Italia di Pozzo in modi e con retroscena che lo stesso Bican ha tante volte raccontato (è morto nel 2001) durante premiazioni e operazioni nostalgia: difficile verificare se l'arbitro svedese Eklind abbia cenato con Mussolini alla vigilia della partita (eppure i diari del Duce non mancano, fra veri e falsi), di sicuro l'assenza della televisione permette porcherie incredibili. Non è però di calcio o dei mille record di Bican che vogliamo parlare - visto che gli almanacchi sono più precisi (forse) di noi e che i libri sono pieni di campioni inarrivabili che nessuno ha mai visto giocare - ma della sua vita. Che nel 1937 ha una sterzata: annusando aria di Anschluss si trasferisce allo Slavia Praga, guadagnando qualche mese di libertà. Poi le note (speriamo) vicende mondiali, mentre nel suo piccolo il grande Bican si rifiuta più volte di prendere la tessera del partito nazista ed anche di farsi naturalizzare tedesco.
La popolarità gli permette almeno di non farsi ammazzare dall'invasore e anche di regalare i pochi momenti di gioia di quegli anni, con valanghe di gol nei tornei bellici che oggi fanno discutere inutilmente gli statistici. A fine guerra è sul punto di passare alla Juventus, su segnalazione dell'allora giovane Avvocato, ma rimane titubante perchè come spiegherà poco prima di morire ''Sui giornali di Praga avevo letto che l'Italia stava per diventare comunista''. Invece nel 1948 la poco simpatica situazione si verifica in Cecoslovacchia, aprendo il capitolo più doloroso della vita di Bican. Che rifiuta sia la tessera del partito che di prendere parte a manifestazioni di regime: per questo, pur continuando ad avere il calcio come assicurazione sulla vita, viene attaccato da giornali non esattamente indipendenti che lo definiscono "Borghese viennese" ignorando l'origine dei genitori e la povertà assoluta in cui è cresciuto (al di là del fatto che essere borghese e viennese sia un crimine).
Povertà che conosce di nuovo, visto che alla fine della carriera calcistica gli si chiudono tutte le porte. A meno che... Senza scendere a compromessi Bican si reinventa operaio, prima alle ferrovie e poi in un'acciaieria. Solo a 56 anni, qualche mese dopo la Primavera di Praga, gli permettono di espatriare per allenare una piccola squadra belga, il Tongeren. Nel 1989 vive la cosiddetta "Rivoluzione di velluto" senza protagonismo, nonostante abbia tutti i titoli e la fama per poter dire "Nessuno mi ha sconfitto". Muore senza figli, lasciando un grande esempio.

martedì 17 novembre 2009

prima di egitto-algeria ci fu honduras-el salvador

Di Stefano Olivari
(Indiscreto - 16 novembre 2009)

Le partite delle nazionali hanno un pubblico migliore rispetto a quelle dei club? Nonostante la prospettiva deformata dalla realtà italiana, dove il nazionalismo (con anche i suoi aspetti positivi) ha sempre riguardato una minoranza, la risposta è no. Lo spareggio mondiale fra Egitto ed Algeria, mercoledì sul neutro di Karthoum (Sudan), ricorda per certi versi lo storico incontro di quaranta anni fa fra Honduras e El Salvador. La materia del contendere ai tempi, premesso che entrambi i paesi erano governati da dittature e che quindi non era facile individuare i "buoni" della situazione, era l'emigrazione di disoccupati e contadini salvadoregni nel leggermente meno povero Honduras.
8 giugno 1969, andata dello spareggio per andare in Messico all'Estadio Nacional di Tegucigalpa. La notte prima della partita i tifosi dell'Honduras hanno preso d'assalto l'albergo della squadra rivale: sassate alle finestre, clacson, minacce varie. Poi gomme tagliate al pullmann, e via di questo passo. Il più debole (sulla carta) El Salvador riesce sul campo a limitare il passivo ad un solo gol di scarto dopo una drammatica battaglia, con il sostantivo "battaglia" per una volta non abusato. Ritorno a San Salvador il 15 giugno, in un clima di vendetta. Notte della vigilia con trattamento resituito all'Honduras e assedio all'albergo. I giocatori dell'Honduras raggiungono lo stadio Flor Blanca a bordo di carri armati, circondati da gente inferocita. Clima incendiario e sugli spalti incidenti ancora più gravi che all'andata con decine di feriti. Il risultato? Tre a zero per i padroni di casa e spareggio, visto che ai tempi la differenza reti non conta.
Due settimane di messaggi criminali pubblici e di ritorsioni private, in attesa del 27 giugno. Presso l'Azteca di Città del Messico si schierano migliaia di poliziotti (diecimila secondo alcune fonti), ma la guerriglia urbana esplode lo stesso e la città viene devastata. Vince El Salvador tre a due ai supplementari e la sera l'Honduras rompe le relazioni diplomatiche. Non finisce lì, perché l'Honduras incomincia ad espellere in massa gli immigrati salvadoregni e il 14 luglio l'aviazione salvadoregna inizia a bombardare i vicini, mentre l'esercito passa il confine. Una settimana di guerra totale, passata alla storia come "Guerra delle Cento Ore" o "Guerra del Calcio", che coinvolge militari e civili e che porta alla morte di quasi 5mila persone.
Una guerra fra tirannelli il cui contesto è stato descritto benissimo da Ryszard Kapuscinsky nel suo La prima guerra del football. Fra i vari protagonisti della vicenda rimane nella memoria, in negativo, il colonnello Lopez Arellano dittatore dell'Honduras: visti i suoi finanziatori (la United Fruit, una multinazionale che commerciava in frutta: dopo varie fusioni e cambi di nome l'azienda è la Chiquita dei giorni nostri), il suo paese fu definito "Repubblica delle banane" e la definizione è stata adattata poi anche ad altre latitudini. Un po' per via di Woody Allen e molto per la popolarità del calcio, che ha evitato che quella si sia trasformata in una delle mille guerre dimenticate.

martedì 10 novembre 2009

differenze di... altitudine

Di Diego Del Pozzo

Poiché ieri si sono celebrati i vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, mi sembra appropriato riproporre anche qui questa significativa citazione "in tema" che ho trovato nel Blob della settimana sul sito Gazzetta.it. Eccola: "C'è una differenza di altitudine tra le due città che potrebbe essere dannosa per la nostra prestazione. E due giorni a Dresda non basterebbero per ambientarci". Letta così, la frase non significa nulla e, dunque, va rapidamente spiegata.
Si tratta della storica giustificazione che diede Wilhelm Neudecker, il presidente del grande Bayern Monaco degli anni Settanta, in occasione del match di ritorno con la Dynamo Dresda (qui a lato il logo del club) valido per gli ottavi di finale della Coppa dei Campioni 1973. Il massimo dirigente bavarese, infatti, giustificò così la sua decisione di far dormire il Bayern, la sera prima della partita, nella cittadina di Hof, poco distante dal confine Ovest-Est, piuttosto che a Dresda. Il dettaglio esilarante - ma indicativo del clima che si respirava all'epoca, anche nel mondo dello sport - è quello riguardante l'altitudine media di Dresda, 112 metri, decisamente minore rispetto a quella media di Monaco di Baviera: 529 metri. Il sito de La Gazzetta dello Sport ha ripreso, a sua volta, questa curiosità d'epoca dal quotidiano Il manifesto.

sabato 10 ottobre 2009

croke park, lo stadio che odiava il calcio

Di Fabrizio Bocca

DUBLINO - Benvenuti al Croke Park di Dublino, 125 anni di storia, sport, sangue ma soprattutto mai calcio. Benvenuti al Croke Park, lo stadio che il calcio non lo ha mai amato. Anzi, non lo ha mai voluto e probabilmente lo ha odiato. Non tanto perché non piacesse, quanto perché proveniva da una cultura con cui si era in guerra. Tanti, tantissimi anni fa. Anche nello sport si fa fatica a dimenticare. Fino a ieri.
Al Croke Park fino a pochi anni fa gli sport di discendenza inglese - rugby e calcio appunto, ma anche cricket, corse dei cavalli e dei cani, e non sono disclipline dettate a caso, attenzione - erano assolutamente banditi. Il bellissimo prato del Croke Park doveva essere calpestato, per legge, esclusivamente da giocatori di "calcio gaelico", hurling (una specie di hockey prato) e tutte le discipline previste dalla Gaelic Athletic Association. L'unica vera depositaria della cultura irlandese in fatto di sport. La nazionale di calcio dell'Irlanda, e quindi anche quella di Trapattoni, vi accede solamente da un paio d'anni, lo stesso la nazionale di rugby del "Sei Nazioni". L'impianto più bello d'Irlanda, il quarto stadio europeo per capienza fino a qualche tempo fa non aveva nulla a che fare col soccer. Ecco perché in occasione di Irlanda-Italia si entra, stranamente ma maestosamente, in un impianto di gioco grandissimo - questi sport richiedono grandi spazi - e grandi tribune coperte praticamente solo su tre lati. Un'architettura studiata in maniera particolare perché il pubblico non rimanesse troppo lontano dal maestoso campo in erba.
Il calcio gaelico, un mix tra rugby, pallamano e calcio (porte ad H con tanto di rete nella parte sottostante e con un portiere, pallone non ovale ma tondo, si può palleggiare tipo pallacanestro e far gol lanciando la palla con le mani) è molto popolare in Irlanda. Forse è un po' buffo a vederlo le prime volte, se guardato con la nostra mentalità, ma assolutamente divertente. Vi è un vero e proprio campionato tra le città irlandesi e gli spettatori sono migliaia. Non solo, campi di "gaelic football" sono sparsi un po' dappertutto nei meravigliosi parchi della verdissima Irlanda, i giovani ci giocano regolarmente anche a scuola. Così come la cultura gaelica ha una sua storia e una sua lingua, così anche lo sport ha una sua radicale tradizione che ha fatto fatica ad integrarsi con quella degli antichi dominatori inglesi. Il calcio gaelico quindi è sempre stato opposto agli sport di origine inglese. Una vera guerra. Tanto che i tesserati della Gaa rischiavano addirittura la radiazione se sorpresi a tradire giocando a rugby o a calcio. Nello statuto della Gaa, proprietaria del Croke Park, c'era una "Rule 42", una regola estremamente rigida, che vietava l'uso di quell'impianto agli sport inglesi. Le cose adesso sono cambiate, va bene, ma non molto tempo fa.
Per affrontare i costi di ristrutturazione dell'impianto dagli anni '90 in poi (una quindicina di anni si è impiegato per una ristrutturazione molto complessa in 4 fasi) si è dovuto modificare quella norma così da poter affittare lo stadio ad altre federazioni. Tra polemiche enormi comunque, erano tanti quelli che volevano che il muro non cadesse. In ogni caso ora la federcalcio irlandese - alle prese a sua volta con la ristrutturazione dello stadio di calcio di Lansdowne Road - ha un complesso contratto con la Gaa e paga circa un 1.250.000 euro a evento. In passato lo stadio si apriva malvolentieri in genere ad eventi estranei agli sport gaelici. Si fecero però eccezioni clamorose per un match di Mohammad Ali negli anni '70 e anche per un favoloso concerto degli U2 (la prima volta nel 1985, l'ultimo nel luglio di quest'anno).
Le prime fondamenta dell'impianto dedicato ai Gaelic Games risalgono addirittura al 1884, 125 anni fa appunto. A piena capacità il Croke Park - adesso uno stadio a tre livelli con tanto di ristoranti e bar al primo e un bellissimo museo - ha superato i novantamila spettatori. Attualmente ha una capienza da oltre ottantamila. Con 11 euro di accesso al museo si può fare un salto particolare dentro la storia dell'Irlanda. Croke Park e calcio gaelico, si diceva, sono un tutt'uno con la storia irlandese dell'ultimo secolo.
Il 21 novembre 1920, durante la guerra civile, una divisione di ausiliari dell'esercito inglese, fece irruzione con i blindati nello stadio durante la partita Dublin-Tipperary uccidendo 13 spettatori e il capitano del Tipperary, Hogan. E infatti c'è tutt'ora una tribuna Hogan dedicata alla sua memoria. La strage fu una rappresaglia per l'azione che aveva portato alla morte di 14 agenti della British Intelligence, rivendicata dal leader rivoluzionario dell'IRA Michael Collins. La storia è raccontata anche nell'omonimo film degli anni '90 interpretato dall'attore nord-irlandese Liam Neeson. La strage divenne nota come "Bloody Sunday 1", seguita poi, 50 anni dopo, dalla "Bloody Sunday 2" di Derry nell'Irlanda del Nord nel 1972 (anche lì 14 morti) e cantata poi dagli U2. Fu proprio la strage del 1920 ad allontanare ancora di più il Croke Park da tutto ciò che ricordasse l'Inghilterra. Una storia di calcio e di sangue, ormai finalmente chiusa.

martedì 29 settembre 2009

elogio di zemanlandia

Di Diego Del Pozzo

Parla poco, ma quando lo fa lascia sempre il segno. Sì, perché Zdenek Zeman è quasi condannato, in un mondo di omini fatti con lo stampino, a non essere mai banale, pagando sempre e comunque in prima persona per le proprie prese di posizione. Il suo silenzio di questi ultimi mesi è stato rotto ieri, alla Casa del Cinema di Roma, durante la presentazione del bel documentario Zemanlandia di Giuseppe Sansonna, dedicato all'epopea del suo "mitico" Foggia di inizio anni Novanta. Nel corso dell'incontro con la stampa, infatti, il boemo ha detto la sua, tra le altre cose, anche sul sempre chiacchierato José Mourinho, definito - secondo me con qualche ragione - "un tecnico mediocre ma un grandissimo comunicatore". "Io penso - ha proseguito Zeman - che Mourinho si trovi all'Inter, perché è un grande gestore di giocatori. Anche se è ancora più bravo a gestire i giornalisti. Certo, con lui i tifosi nerazzurri non vedranno mai un bel gioco".
Bel gioco che, invece, le sue squadre hanno sempre mostrato. E, da parte mia, avrei voluto vederlo seduto sulla panchina di una grande squadra, il Boemo. Per intenderci, sulla panca della Juve di Lippi o su quella della Roma di Capello, o magari - perché no? - al posto del vate portoghese a guidare l'Inter spaziale odierna. Secondo me, infatti, Zdenek Zeman è (stato?) uno tra i più grandi MAESTRI di calcio e di sport che abbiamo avuto in Italia in questi anni: un uomo coerente fino all'eccesso, con una sua idea forte di sport e di vita; uno capace, checché se ne possa comunemente pensare, di instaurare rapporti profondi e proficui anche con campioni affermati e di livello superiore (basti pensare a quello che Totti ha sempre detto su di lui...) e non soltanto con i giovani o con atleti sconosciuti.
Il suo 4-3-3 iper-offensivo ha fatto letteralmente epoca, con i tre attaccanti a segnare caterve di gol a prescindere dal loro nome e spesso dalle loro qualità (che in molti casi pure erano ben evidenti...), con quella difesa altissima sempre pronta a far scattare la trappola del fuorigioco o a essere "bucata" in velocità, col portiere trasformato in autentico libero moderno, col pressing esasperato, con i tagli, gli inserimenti, tutto applicato alla velocità della luce. Attraverso l'unico credo del Gioco (e la maiuscola non è casuale), è stato sempre pronto a trasportare le sue squadre oltre i loro limiti strutturali e, ai tempi d'oro, a coniugare davvero bel gioco e risultati (non come alcuni santoni contemporanei, che predicano gioco offensivo e, invece, applicano la dura legge del "primo: non prenderle").
Personalmente, a Zeman è legato un mio grande rimpianto, risalente ai tempi dell'Impero Moggiano: ricordo bene, infatti, quando il Boemo fu assunto come allenatore del Napoli appena ritornato in Serie A nel 2000, ricordo le attese dell'estate, ricordo una entusiasmante prima giornata di campionato con un San Paolo stracolmo e una Juventus letteralmente annichilita da un grande primo tempo del Napoli (la partita finì, purtroppo, 2-1 per la Juve, con rimonta nel secondo tempo), ricordo poi l'esonero in diretta tv - corsi e ricorsi storici... - alla Domenica sportiva dopo un buon pareggio a Perugia con una squadra in netta crescita, ricordo durante quella trasmissione l'annuncio tv di Corbelli (all'epoca nefasto presidente-ombra degli azzurri) dopo un imbarazzante e all'epoca inspiegabile servizio nel quale un rumoroso gruppo di ultrà del Napoli chiedeva alla società di esonerare il tecnico, ricordo infine le ammissioni successive a Calciopoli dalle quali emergeva che Moggi aveva imposto Zeman a Corbelli col disegno di farlo esonerare dopo poche giornate (usando, nel caso, anche trasmissioni televisive amiche... come avvenne) e di "bruciarlo" ancora più di quanto non avesse già fatto, in modo da fargli pagare le denunce sul doping in casa bianconera. E, in effetti, l'esonero napoletano fu, per il Boemo, l'autentico colpo di grazia, dal quale probabilmente non s'è più ripreso...

A proposito di quel Napoli-Juve che ho citato poco fa, ho ritrovato uno stralcio della cronaca dell'epoca, sul sito di Raisport. Ve lo sottopongo, senza ulteriori commenti: "[...] Ed in effetti, nel primo tempo, spinto anche dagli ottantamila del San Paolo, il Napoli impone alla Juve la maggiore freschezza atletica. La cura-Zeman comincia a dare i suoi frutti. Il più elevato tasso tecnico dei bianconeri scolorisce di fronte all'aggressività dei partenopei. La sofferenza juventina è maggiore a centrocampo, dove, teoricamente, la linea a quattro, coadiuvata da Zidane, dovrebbe poter facilmente prevalere su quella a tre predisposta da Zeman. Ma nel Napoli gli esterni di difesa, Saber e Baccin, e quelli di attacco, Sesa e Bellucci, si sacrificano moltissimo per dare una mano a centrocampo. L'inferiorità numerica finisce così, molto spesso, per trasformarsi in superiorità, a tutto vantaggio del Napoli. Ed è sempre l'aggressività degli azzurri, i loro raddoppi di marcatura, la loro veemenza, ad impedire al duo Del Piero-Inzaghi, nel primo tempo, di finalizzare il dialogo stretto ai limiti dell'area di rigore. D'altronde anche Zidane, la fonte principale del gioco offensivo juventino, è costantemente tenuta a freno da un esuberante Matuzalem, perno del centrocampo napoletano, presentatosi alla prima di campionato in splendide condizioni di forma. E quando non ci arriva Matuzalem a mettere una pezza per chiudere le falle, ci pensano Vidigal e Tedesco a dargli una mano".
Chissà, in un mondo diverso, come sarebbe andata a finire questa storia...
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Libri consigliati: Stefano Marsiglia, Zeman. L'ultimo ribelle, Malatempora, 2005 - 94 pagine, 8 euro.

lunedì 3 agosto 2009

l'ultimo sorriso di bobby robson

Di Stefano Olivari
(Il Giornale - 1 agosto 2009)

Sessant’anni di calcio al massimo, di cui quasi venti convivendo con il cancro. Dietro al tranquillo sorriso di Sir Bobby Robson, spentosi a 76 anni a casa sua davanti alla moglie Elsie e ai tre figli, c’era l’Inghilterra vera. Quella dei ragazzi della working class che diventano idoli del loro mondo: imparando lingue e allargando le conoscenze, ma senza perdere di vista il punto di partenza.
Papà minatore, lui elettricista fino al primo contratto da calciatore professionista, Robson nasce come centrocampista offensivo: stella del Fulham e del West Bromwich Albion, si guadagna anche il Mondiale 1958 con la nazionale di Winterbottom prima di diventare allenatore. Qualche mese ai Vancouver Royals della NASL e un anno con il Fulham, poi nel 1969 sale sul treno dell’Ipswich creando una delle più britanniche fra le squadre britanniche anni Settanta, mito ancora adesso delle fanzine di settore. Una FA Cup nel 1978 e la Coppa Uefa 1980-81, con due secondi posti nel massimo campionato e tanti giocatori da nostalgia canaglia: Terry Butcher, John Wark, Paul Mariner, Arnold Muhren, Alan Brazil.
Nel 1982 tocca proprio a Robson sostituire sulla panchina dell’Inghilterra Ron Greenwood. I suoi due Mondiali rimarranno nella storia anche senza coppa alzata: Mexico '86, eliminato nei quarti dal gol più furbo e dal gol più bello di tutti i tempi, Italia '90 con l’amarezza dei rigori in semifinale. Dopo le notti magiche torna nei club: PSV Eindhoven, dove vince due campionati, poi Sporting Lisbona dove viene esonerato. Si vendica andando al Porto a conquistare altri due titoli nazionali. Lo ingaggia il Barcellona: nel 1996-97 con il miglior Ronaldo e forse il miglior Robson di sempre arrivano Coppa delle Coppe e Copa del Rey, ma la Liga va al Real di Capello. Un breve ritorno al PSV prima di far risorgere il Newcastle, portato dal fondo della Premier League al terzo posto.
Infine il lavoro per la sua fondazione benefica e la lotta con la malattia. Riuscendo sempre a farsi apprezzare sia dagli appassionati sia dai colleghi che lo hanno conosciuto bene: da Alex Ferguson a José Mourinho, prima suo interprete a Lisbona e poi assistente al Porto e al Barcellona ("Un uomo dalla straordinaria passione, che ha dato tanto a chi ha avuto la fortuna di percorrere un tratto di strada con lui", così lo ha ricordato l’allenatore dell’Inter).
Domenica scorsa l’ultima commovente apparizione pubblica: a Newcastle, sulla sedia a rotelle e quasi irriconoscibile, per una partita di beneficenza fra vecchie glorie tedesche e inglesi dedicata proprio alla sua fondazione: in pratica le stesse squadre di quella semifinale di Torino. Stavolta al St. James’ Park ha vinto l’Inghilterra per tre a due, trascinata da un grande Gascoigne. Sorrideva, Robson, grato alla vita.

mercoledì 8 luglio 2009

brian clough anche al cinema

Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 8 luglio 2009)

Il maledetto United di David Peace è anche un film, uscito nelle sale inglesi il 24 marzo e previsto per il 25 settembre in quelle italiane. Lo ha diretto Tom Hooper - che ha sostituito il designato Stephen Frears - e scritto Peter Morgan, sceneggiatore di fiducia dello stesso Frears.
Nel ruolo del mitico allenatore Brian Clough c'è Michael Sheen (qui sotto, nella foto), perfetto nel rendere la geniale e rude personalità di un manager capace di vincere il titolo nazionale col piccolo Derby County proprio ai danni di quell'odiato Leeds United che si troverà a guidare per i "maledetti" 44 giorni narrati nel romanzo. Nel 1979 e 1980, poi, Clough firmò la vera impresa della sua carriera: due Coppe dei Campioni vinte alla guida di una "provinciale" come il Nottingham Forest. Con Sheen, nel film recitano anche Jim Broadbent, Timothy Spall e Joseph Dempsie.
E sempre il calcio "Made in U.K." è al centro anche di Looking for Eric, il film di Ken Loach presentato allo scorso festival di Cannes e che sarà nelle sale italiane verso la fine dell'anno. E' la storia di un giovane tifoso che, in un momento di difficoltà della sua vita, incontra "magicamente" il suo idolo Eric Cantona, ex attaccante del Manchester United.

Nota: Questo mio pezzetto è uscito stamattina sul quotidiano Il Mattino, a corredo di un ampio articolo del professor Stefano Manferlotti sul romanzo di David Peace e altri libri di argomento calcistico. In attesa della mia recensione de Il maledetto United, già più volte annunciata e non ancora scritta, ho pensato, comunque, di riproporlo da solo anche sul mio blog.

domenica 21 giugno 2009

1973: cile-urss, uno spareggio mai giocato

Di Stefano Olivari

Prima parte
I commenti sul famoso, ma vista la quantità di versioni non poi così tanto, spareggio Cile-Urss del 1973 per qualificarsi al Mondiale in Germania Ovest hanno riportato alla memoria uno dei più famosi episodi in cui calcio e politica si sono incrociati. L'antefatto è che i gironi europei di qualificazione erano nove: otto qualificavano la vincitrice direttamente (l'Italia di Valcareggi dominò il gruppo comprendente Turchia, Svizzera e Lussemburgo) mentre il nono, in maniera cervellotica, la costringeva ad uno spareggio con la vincitrice di uno dei gironi sudamericani: quello vinto dal Cile comprendeva...il Perù, e basta.
Spareggio, dunque. Andata a Mosca il 26 settembre 1973, pochi giorni dopo il golpe militare che aveva rovesciato Allende e portato al potere Pinochet: zero a zero ed appuntamento due mesi dopo a Santiago. Nel frattempo la situazione politica planetaria era precipitata e l'Urss si rifiutò di recarsi in Cile (da notare che l'andata era stata giocata a golpe già avvenuto) chiedendo alla Fifa presieduta da Stanley Rous di far disputare la partita in campo neutro. Permesso rifiutato senza motivazioni ufficiali ma per una considerazione molto concreta: eliminando dalle competizioni tutti i paesi governati da dittature o finte democrazie al Mondiale avrebbero partecipato (e parteciperebbero) ben poche nazionali.
Il 21 novembre quindi allo stadio Nacional di Santiago, dove qualche mese prima erano stati radunati e torturati migliaia di prigionieri politici, andò in scena la farsa. La nazionale cilena al gran completo, contro nessuno. La federazione cilena decise che il gol della vittoria (si fa per dire, visto che la partita subito dopo venne ovviamente sospesa) venisse segnato dal capitano Francisco Valdes, idolo del Colo Colo (qui nella foto) e già presente ad Inghilterra 1966. E così fu, dopo un'azione manovrata di cui purtroppo non abbiamo visto filmati. Ma il tragico ha sempre aspetti ridicoli: sapendo dell'assenza dell'Urss, la federcalcio cilena aveva ingaggiato i brasiliani del Santos per un'amichevole. Che si giocò davvero subito dopo il grottesco spettacolo pro-vittoria a tavolino, anche se alcuni cileni (fra questi Valdes) chiesero ed ottennero dal c.t. Luis Alamos di non prendervi parte.
Seconda parte
Non avevamo mai visto immagini del Cile-Urss del 21 novembre 1973, lo spareggio di qualificazione mondiale a cui i sovietici non presenziarono per protesta contro il golpe di Pinochet (non che dalla loro parte i golpe fossero mai mancati, ma la politica si fa anche secondo convenienza).
L'amico Christian, di cui omettiamo il cognome perchè non sappiamo mai come comportarci quando ci sono datori di lavoro 'cinesi', ci è venuto in aiuto segnalandoci il link di quell'azione memorabile che portò al gol il capitano cileno Francisco Valdes. Fra le tante cose curiose di quell'episodio c'è che il gol sarebbe stato strutturalmente da annullare, da parte dell'arbitro: ogni passaggio in avanti, con meno di due difendenti fra la linea di fondo ed il giocatore che riceve il passaggio, crea infatti una situazione di fuorigioco. Mitico il tabellone 'La juventud y el deporte unen hoy a Chile' con il risultato parziale di uno a zero, rimasto immutato visto che nessuno avrebbe potuto far riprendere il gioco: per la statistica la Fifa avrebbe poi regalato ai posteri un due a zero a tavolino.
In Germania il Cile si sarebbe comportato con molto onore, ma il ricordo di quella farsa è tuttora presente nelle menti dei giocatori: proprio 'Chamaco' ne ha parlato in una recente intervista. Senza rispondere alla vera domanda: è più ipocrita chi fa giocare contro nessuno o chi distingue fra dittature? A parte il fatto che l'eccellente Breznev aveva dato l'ok alla partita di ritorno, ma a patto che fosse in campo neutro.

sabato 13 giugno 2009

la breve epopea del saarland

di Stefano Olivari

Qualche giorno fa abbiamo citato la nazionale del Saarland, la cui storia è affascinante al di là del fatto che noi la si conosca solo per merito del suo esponente più famoso: Helmut Schoen (qui sotto, nella foto), proprio il c.t. tedesco di quattro Mondiali (1966, 1970, 1974 e 1978), che guidò il piccolo 'stato' alle qualificazioni per Svizzera 1954 arrivando addirittura a giocarsi il paradiso all'ultima partita contro la Germania Ovest di Sepp Herberger.
Il Saarland come entità indipendente di fatto non è mai esistito: prima protettorato creato dal Trattato di Versailles, in seguito annesso alla Germania nazista, poi alla fine della guerra di nuovo protettorato. Ma dal 1950 al 1956 fu affiliato alla Fifa come entità a sé stante: sulla carta non proprio una squadra materasso alla San Marino, ma una nazionalina che poteva contare di fatto sui giocatori del Saarbrucken.
Comunque, la squadra di Schoen - da attaccante del Dresda stella del calcio di Germania durante la guerra - aprì il suo girone di qualificazione a tre (solo la prima sarebbe passata) con una incredibile vittoria in trasferta, tre a due alla Norvegia. Rimonta da zero a due ma non in eroica inferiorità numerica come è scritto in un libro ed ovviamente su Wikipedia: vigeva, infatti, la regola che un infortunato potesse essere sostituito prima dell'intervallo, e così fu. Nella partita successiva del girone la Germania Ovest riuscì, sempre contro la Norvegia in trasferta, solo a pareggiare... Il Saarland era in testa! Il primo degli scontri diretti fu stravinto da Herberger (tre a zero), la squadra di Schoen riuscì poi a strappare uno zero a zero casalingo alla Norvegia che qualche giorno dopo sarebbe stata asfaltata ad Amburgo dai futuri campioni del mondo. L'ultima partita vedeva ancora teoricamente in corsa il Saarland (che avrebbe dovuto vincere di goleada), ma ormai le misure erano state prese e prevalse la Germania Ovest 3 a 1 in una Saarbrucken che chiedeva di tornare tedesca a tutti gli effetti (così sarebbe stato, due anni e rotti dopo): protagonista il grande Max Morlock.
Herberger fu così colpito dallo spirito degli avversari che quando il Saarland sparì volle a tutti i costi Schoen come secondo, preparando una successione che si sarebbe verificata nel 1964.

lunedì 8 giugno 2009

brian clough a leeds secondo luca manes


In attesa di pubblicare, nei prossimi giorni, la mia recensione del bellissimo libro di David Peace Il maledetto United, dedicato all'incubo sportivo ed esistenziale dei 44 giorni trascorsi dal grande Brian Clough come manager del suo odiato Leeds United, mi piace riproporre, qui di seguito, un bel profilo dello stesso Clough, scritto da Luca Manes e tratto dal suo blog. (d.d.p.)
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Di Luca Manes (UK Footy - 5 giugno 2009)
Sono stati 44 giorni d'inferno, quelli di Brian Clough alla guida del Leeds United. Era il lontano 1974, ma sembra solo l'altro ieri, grazie all'acclamato libro Damned United di David Peace - astro nascente delle letteratura britannica -, da cui hanno tratto anche un film di buon successo al botteghino a Londra e dintorni.
Clough, ahimè, non c'è più dal 2004, mentre il Leeds langue nella terza serie del calcio inglese, dove è stato eliminato nei play off dagli odiati nemici del Millwall. Trentacinque anni fa, però, il buon Brian era uno dei tecnici più ambiziosi e di successo del Regno mentre il team dello Yorkshire si era appena laureato campione d'Inghilterra per la seconda volta in cinque anni. Il problema era che oltre alle doti tecniche - che senza dubbio giocatori del calibro di Billy Bremner e Norman Hunter avevano in abbondante quantità - i Whites usavano fin troppo spesso scorrettezze e mezzucci più da squadra sudamericana che inglese. Colpa della gestione del manager precedente, quel Don Revie passato nel luglio del 1974 alla panchina della nazionale dei Tre Leoni? Abbastanza probabile.
O almeno così la pensava Clough che, reduce da un brillante periodo al Derby County, raccolse la sfida di sostituire il da lui mai troppo amato Revie provando subito a mettere in chiaro le proprie idee riguardo al suo predecessore. Peace ci narra di un primo faccia a faccia con i giocatori a dir poco esplosivo, in cui il tecnico accusava sostanzialmente i suoi nuovi dipendenti di aver vinto il campionato in maniera sporca. "Potete buttare le vostre medaglie nel secchio della spazzatura, perché le avete ottenute imbrogliando" è la frase che gli viene attribuita dagli storici del football. Lo spogliatoio, ovviamente, andò subito sul piede di guerra. Il conflitto, durissimo e senza quartiere crebbe in modo esponenziale, alimentato dai cattivi risultati del Leeds sul campo da gioco.
Clough passò una sfilza di notti insonni a ingurgitare alcool - viziaccio che si portava dietro dai tempi di quando giocava centravanti di sfondamento a Sunderland - e fumare una sigaretta dopo l'altra. "Non c'era nulla di preordinato, non mettemmo in atto nessun piano per cacciare l'allenatore. Certo, non ci sentivamo a nostro agio, mentre con Revie eravamo tutelati e per questo davamo il 100 per cento": così ha dichiarato di recente al Guardian Peter Lorimer, fantasioso centrocampista scozzese e tra le punte di diamante di quella squadra bella e dannata. Sia come sia, il regno di Clough all'Elland Road terminò bruscamente dopo soli 44 giorni, con la compagine dello Yorkshire in piena zona retrocessione e i tifosi infuriati. Roba da mandare in fumo una carriera.
E invece Cloughie, come lo chiamavano gli amici, decise di rincominciare tutto dal Nottingham Forest, ovvero i rivali storici del Derby. Forse dopo l'esperienza al Leeds il passaggio al "nemico" delle East Midlands dovette sembrargli una cosa da niente. Come è andata a finire nella città di Robin Hood lo sanno forse tutti gli appassionati di calcio dai trentacinque anni in su: il Forest vinse un campionato da neopromossa e due Coppe dei Campioni consecutive. Possiamo solo immaginare il piacere che deve aver provato il nostro Brian ad alzare quel trofeo che nel 1974-75 i "dannati" avevano solo sfiorato, perdendo in modo molto controverso la finale con il Bayern Monaco di Gerd Muller e Franz Beckenbauer.
Spirito libero, dotato di una innata vis polemica e di una sportività da vero britannico, Clough divenne nell'arco di pochi anni una vera icona non solo per i fan del Nottingham, che lo idolatravano, ma anche per tutto il movimento del football inglese. Dopo 18 anni al timone della squadra, nel 1993 si ritirò, anche a causa del suo fisico ormai compromesso dall'abuso di alcool, oltre che dalla delusione patita per la retrocessione del suo amato club. Ora il testimone è passato al figliolo Nigel, prima attaccante di buone qualità al Forest e al Liverpool e ora, ironia della sorte, tecnico del Derby County.
Chissà, forse tra qualche anno lo vedremo sulla panchina del Nottingham, dove proverà a ripetere le imprese del padre. Un compito veramente improbo.

venerdì 13 marzo 2009

il subbuteo arriva in edicola!!!

Di Diego Del Pozzo

Che bella sorpresa! E' ciò che ho pensato stamattina quando, appena entrato nella mia edicola di fiducia, ho visto in bella mostra i cartoni verdi con la prima uscita di una nuova, imperdibile iniziativa editoriale, che farà scendere qualche lacrimone nostalgico a chi è stato bambino a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.
La Fabbri, infatti, in collaborazione con i settimanali mondadoriani "Tv Sorrisi e Canzoni" e "Panorama", ha avviato una bellissima collana dedicata al... Subbuteo. Sì, proprio il calcio da tavolo col quale tanti di noi sono cresciuti e attraverso il quale hanno imparato ad amare ancora di più anche il calcio vero.
Quella della Fabbri, dal titolo "Subbuteo - La leggenda", è una collana che si preannuncia davvero imperdibile per i veri appassionati (e non soltanto): quaranta uscite settimanali al prezzo di 9.99 euro cadauna, col primo numero venduto all'eccezionale cifra di 4.99. In ciascuna uscita c'è, ovviamente, una squadra, perfettamente riprodotta e assolutamente fedele alle originali che si vendevano una volta, sia per colorazione che per materiali, accompagnata da un fascicoletto e, a partire dalla prossima settimana, dagli altri accessori necessari per giocare: regolamento, porte, bandierine, palloni, con la possibilità di raccogliere trenta punti - uno in ciascuna delle prime trenta uscite - che danno la possibilità di ricevere gratuitamente un bellissimo campo da gioco professionale (quello, per intenderci, gommato e srotolabile: wow!), accessorio che potrà essere anche acquistato in edicola a 24.99 euro (prezzo incredibile, se si tiene conto che nei negozi lo stesso panno da gioco costa tra i 55 e i 70 euro, a seconda dell'onestà del gestore).
Un'altra intelligente caratteristica dell'iniziativa, a giustificare anche il sottotitolo "La leggenda", è quella di essere dedicata, almeno nelle sue prime uscite, alle squadre nazionali che hanno fatto la storia del calcio mondiale: dal Brasile 1970 del primo numero all'Italia 2006 della settimana prossima, da Germania e Olanda 1974 all'Uruguay 1950, dalle due nazionali italiane bicampioni mondiali nel 1934 e 1938 a quella trionfatrice a Spagna 1982 e a quella campione europea nel 1968, fino all'Argentina 1986 di Maradona e - chicca per veri intenditori - all'Unione Sovietica 1966. Ciascuna squadra sarà sempre accompagnata da un fascicoletto che ne narra le gesta reali e ne presenta schemi e formazione, oltre che arricchita da - udite, udite! - due serie di numeri adesivi originali (una bianca e una nera) da poter attaccare sulle schiene dei giocatori in miniatura.
Pur non essendo ancora stato annunciato il seguito, poi, è plausibile che nella seconda parte delle quaranta uscite ci sarà spazio, dopo le nazionali, anche per le squadre di club "leggendarie".
La mia speranza è che una iniziativa tanto intelligente e così ben curata possa incontrare anche il favore di nuove generazioni di subbuteisti, conquistandoli così alla causa del gioco di simulazione sportiva più bello e appassionante di tutti i tempi.
In un periodo storico oscuro come quello che stiamo vivendo, questa sì che può essere definita un'autentica operazione di "divulgazione culturale"!

giovedì 26 febbraio 2009

il bel calcio inglese di una volta


In giorni di confronto tra Italia e Inghilterra sui campi extralusso della Champions League mi piace riproporre, qui di seguito, un bellissimo articolo pubblicato nel numero di ottobre 2008 della notevole fanzine sul calcio britannico "UK Football, please", purtroppo oggi presente soltanto in forma telematica e non più anche cartacea. L'articolo in questione è stato ripubblicato proprio oggi sul sito della ormai webzine. (d.d.p.)
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Stand by me - Ricordo di un'estate e di un calcio (inglese) che fu
di Diego Mariottini (da UKFP n° 24 - ottobre 2008)
Correva l’anno… vabbè lasciamo stare l’anno, diciamo circa due decenni fa. Una Londra diversa, un calcio diverso, tifosi che non ci sono più, nel bene come nel male. Confesso di essere un tifoso dell’Arsenal e il motivo è presto spiegato: zia Lina e suo marito Miro abitano ad Highbury e sono ancora tifosi accaniti, anche se sedentari, vista l’età. Dunque si può dire che in quel borough centrale di Londra io da sempre sono di casa.
Non era ancora l’Arsenal di Thierry Henry o quello di Dennis Bergkamp, ma i “Gunners” di Alan Smith erano pur sempre, negli anni ’80, una squadra in grado di rendere la vita difficile a chiunque. Come si direbbe a Roma, vincere a Highbury “non è stata mai una passeggiata per nessuno”. Ciò che in generale affascina del tifo inglese (e naturalmente non mi riferisco solamente al “mio” Arsenal) è anche ciò che spesso è presentato a tinte fosche e senza sfumature, sul piano mediatico. Impressiona la compattezza delle tifoserie e la capacità di dare supporto alla squadra cantando per 90 minuti a squarciagola (potenza della pinta di birra). Anche gli scontri tra opposte fazioni non erano mai gli stessi rispetto a quanto avveniva, sempre in quegli anni, in Italia.
Ricordo perfettamente la prima partita dell’Arsenal che vidi all’Highbury Stadium: l’avversaria era il (allora) più blasonato Liverpool. Lo stadio aveva un parco antistante l’impianto di gioco, il punto d'arrivo di chi, in pieno agosto, vuole approfittare dei rari momenti di sole per prendere la cosiddetta “abbronzatura sostenibile”. Nella seconda metà degli anni ’80, gli atti di teppismo legati alle partite casalinghe dell’Arsenal avvenivano sempre lì e la polizia, i bobbies, ne erano perfettamente consapevoli. Vedere due tifoserie inglesi scontrarsi è come assistere alla cronaca in diretta di una battaglia campale, posso assicurarlo. Uno spettacolo di sicuro non edificante sul piano etico, ma tuttavia un qualcosa che somiglia a una strategia militare organizzata: agguati, irruzioni in massa, cariche individuali, ma sempre a mani nude, secondo un codice cavalleresco che non è mai venuto meno neppure nei momenti più cupi del calcio inglese. Fin qui tutto normale, se di normalità vogliamo parlare. Poi, di regola, le due tifoserie organizzate entrano allo stadio in un apparente buon ordine, seguite dai tifosi comuni, i cosiddetti “cani sciolti” come me.
Ricordo Arsenal-Liverpool come una partita bellissima, l’atmosfera, quella tipica del calcio inglese, con il rumore dei cori molto più affascinante e robusto del boato afono che si sente allo Stadio Olimpico (specialmente in quello ricostruito per Italia ’90). Lo “YEEEEEESSSS”, urlato dai supporters della squadra che ha appena segnato è un’esplosione di gioia contagiosa per chi nota tutti i dettagli di “una partita nella partita”. Purtroppo il Liverpool fa il colpaccio corsaro e con un perentorio 2-1 in terra di Highbury porta a casa i primi tre punti di un campionato alla sua giornata inaugurale. “Adesso che l’Arsenal ha perso in casa, le due tifoserie si ammazzano veramente – penso io – meglio andare a casa prima possibile”. Cerco la via d’uscita per raggiungere zia Lina, che abita a pochi isolati dall’Highbury Stadium. Macché, non è possibile: la polizia ha deciso di far defluire prima il tifo organizzato e poi tutti gli altri. “Questi devono essere pazzi – dico un po’ preoccupato a uno spettatore italiano, anch’egli interessato alle gesta dei Gunners – ma non sarebbe più logico far sfollare prima i tifosi tranquilli e poi gestire con calma quelli più esagitati?”. Se si fosse trattato di tifosi italiani avrei avuto ragione: non avevo fatto i conti con un diverso modo di concepire il tifo. Insomma, al momento indicato dagli addetti ai lavori, esco dalla curva con aria un po’ circospetta e passo attraverso il verde di Highbury Park, evitando volutamente vicoli pericolosi e strade strette. È a quel punto che capisco tutto, malgrado all’inizio non riesca a credere ai miei occhi. I tifosi delle due squadre, dopo essersele date di santa ragione prima della partita, si godono insieme il sole pallido di una Londra caldissima ma nuvolosa e all together si recano al pub a bersi una birra. La battaglia è finita e le due opposte fazioni hanno smesso di combattersi, come due pugili dopo la fine dell’ultimo round.
Naturalmente non va sempre così, ma in Inghilterra va anche così. In Italia, invece, la cultura della scazzottata (esecrabile quanto si vuole, ma almeno leale nei suoi fondamenti teorici) non c’è ed è per questo che fanno la loro triste comparsa ganci, catene e soprattutto coltelli. Nella Premier League, ma anche nelle categorie inferiori, un fallo laterale o un calcio d’angolo possono essere battuti tranquillamente, senza il timore di essere colpiti da monetine e altri oggetti contundenti. Da noi si scavano trincee e fossati degni di una guerra di posizione.
Oggi anche il calcio inglese è cambiato: Scotland Yard ha messo a punto una strategia che ha messo in ginocchio gli hooligans violenti e le loro connessioni con la politica eversiva (in Italia siamo ancora lontanissimi da raggiungere obiettivi anche vagamente simili). Si va allo stadio come se si andasse a teatro. Gli steward ti accompagnano al tuo posto e i genitori portano i figli alla partita senza particolari timori. Tutto perfetto, ma è tutto stravolto. Non c’è più quell’atmosfera, quella passione, quel fermare il tempo delle tue sensazioni con una birra bevuta insieme all’acerrimo nemico, dopo. Anzi, non c’è più il nemico. E se il nemico non c’è, non esiste più neanche l’amico. È l’anima di ognuno di noi a selezionare ciò che è familiare da ciò che è alieno.
Essere di una squadra piuttosto che di un’altra non è forse una scelta dell’anima? Ecco, è proprio questo il punto: in un calcio senz’anima come quello moderno, potresti essere di una squadra come di un’altra, indifferentemente. L’Emirates Stadium, che nel frattempo ha sostituito il vecchio Highbury, è una bomboniera. Ma una bomboniera non racchiude di per sé il senso di un matrimonio e, senza sentimenti, una bomboniera è soltanto un contenitore di confetti.

sabato 21 febbraio 2009

napoli-genoa: perché nacque il gemellaggio

Di Diego Del Pozzo

Mi è sembrato davvero molto intelligente il modo di preparare Napoli-Genoa di domani scelto da Marco Liguori sul suo blog Il pallone in confusione: due interviste gemelle a una coppia di giornalisti d'eccezione come il genoano Massimo Donelli (attuale direttore di Canale 5) e il napoletano Mimmo Carratelli (del quale è in libreria la nuova edizione aggiornata de "La grande storia del Napoli", notevole volumone pubblicato da Gianni Marchesini Editore).
Sollecitati dalle domande di Liguori, i due ritornano, in particolare, alla nascita del gemellaggio ancora solidissimo esistente tra le due società: esso risale al 16 maggio 1982, quando un generoso Napoli pareggiò 2-2 al San Paolo col Genoa permettendogli di restare in Serie A.
E appare decisamente gustosa, in particolare, la rievocazione di Donelli, a proposito del famoso e tanto discusso gol del definitivo pari genoano. "Ero a Milano, in un appartamento - racconta il direttore di Canale 5 - che si affacciava su un cortile chiuso ai quattro lati. Mio fratello e io ascoltavamo 'Tutto il calcio minuto per minuto' e quando arrivò la notizia del gol di Faccenda tirammo un urlo che fece affacciare le poche persone in quel momento a casa (era un pomeriggio caldissimo). Solo dopo scoprii le incredibili dinamiche dell'azione (Castellini che butta la palla in angolo etc.). E solo moltissimo tempo dopo mi fu spiegato (chissà se è vero?) che quel... regalo era dovuto alla regia del grande, immenso Krol. Narra la leggenda (nessuna prova, solo leggenda, appunto) che Krol avesse fatto da mediatore nel passaggio del suo connazionale Peters al Genoa. E se il Genoa fosse retrocesso Peters non sarebbe potuto arrivare (allora in B non c'erano stranieri) e Krol non avrebbe incassato la mediazione... Sarà vero? Mah... Fatto sta che io venivo da tre anni meravigliosi di vita a Napoli. E che più che mai quel giorno mi sentii parte... genovese e partenopeo...".

mercoledì 4 febbraio 2009

heleno de freitas, il "maledetto" del "fogao"

Di Diego Del Pozzo

Heleno non aveva un bel carattere, anzi. Però, era dotato di una classe immensa, di un talento purissimo che lo avrebbe potuto far ricordare universalmente come uno tra i più grandi calciatori di tutti i tempi.
Invece, il suo nome è caduto in un immeritato oblìo, tranne che per gli studiosi del calcio che fu e, naturalmente, per i tifosi del Botafogo di Rio de Janeiro, il club che per dieci anni Heleno rese grande con i suoi 204 gol in 233 partite. Per la "torcida" del "Fogao" (il nomignolo della squadra "alvinegra" brasiliana), Heleno è stato, infatti, il massimo idolo prima dell'avvento di Garrincha.
Come per altri grandi calciatori dello stesso periodo (gli anni Quaranta), sfortuna ha voluto che, a causa della Seconda Guerra Mondiale, Heleno de Freitas non abbia mai avuto la possibilità di giovarsi del palcoscenico planetario di un Campionato del Mondo, poiché i suoi anni nella nazionale verdeoro sono racchiusi nel periodo compreso tra il 1944 e il 1948: 18 presenze condite da ben 15 gol, tra i quali spiccano i 6 che lo laurearono capocannoniere della Copa America 1945, disputatasi in Cile e vinta dall'Argentina che battè in finale un Brasile schierato con l'attacco-meraviglia composto da Tesourinha-Zizinho-Heleno-Jair-Ademir.
Heleno de Freitas, nato il 12 dicembre del 1920 a Sao Joao Nepomuceno nel Minas Gerais, era un autentico artista del pallone, uno di quei giocatori che vivevano per il gol, al quale arrivava facilmente, sfruttando la naturale forza di penetrazione e il suo gioco di finte assolutamente insuperabile. In campo era elegantissimo, così come fuori dal rettangolo di gioco, dove, però, assieme alla naturale eleganza e al bell'aspetto esibiva anche bizzarrie e un carattere "rebelde" che finì, poi, per pregiudicarne la carriera. Amato dalle donne e amante del lusso e della bella vita, Heleno era laureato in legge e, fin da quando si affacciò alla prima squadra del "Fogao", divenne un "divo" assoluto dei suoi tempi.
Nonostante le caterve di gol segnati in dieci anni, col Botafogo non vinse mai nulla, anzi in quello stesso 1948 che lo vide andare agli argentini del Boca Juniors dovette sopportare "l'onta" del titolo vinto dalla sua ex squadra. La reazione fu tipica di un personaggio sempre sopra le righe. Ecco ciò che scrive il grande Darwin Pastorin, in un articolo a lui dedicato: "Heleno, furibondo, si fece ingaggiare dai rivali, quelli del Vasco da Gama. Peggio che andar di notte. Un giorno, nello spogliatoio, aggredì l'allenatore Flavio Costa, minacciandolo con una pistola scarica. Il tecnico, dopo averlo disarmato, gliele suonò di santa ragione. Heleno - prosegue Pastorin - non riuscì mai a trovare un po' di serenità. Vedeva ombre, nemici, tutto nero. Se ne andò in Colombia, nell'Atletico di Barranquilla; tornò in Brasile, per una fugace e anonima stagione nel Santos. Al crepuscolo di una carriera difficile, dalle troppe spine, l'America di Rio gli diede un'ultima possibilità di riscatto, il match della rinascita. Invano. Il 4 novembre del 1951, al debutto contro il Sao Cristovao, in diretta televisiva, il rebelde, al 35' del primo tempo, venne espulso. Tornò nello spogliatoio con i nervi a pezzi e tentò di aggredire un fotografo con una bottiglia".
Da quel momento, di Heleno si persero le tracce. Proseguì la sua esistenza in miseria e lontano dai riflettori. In seguito, la sua proverbiale bizzarria degenerò nella malattia cerebrale che, l'8 novembre 1959, lo portò alla morte in un anonimo sanatorio di Barbacena.
Su questo artista ribelle è in fase di realizzazione un film, interpretato dall'attore brasiliano Rodrigo Santoro. Ma, per restituirne l'epica grandezza, dovrà trattarsi di un autentico kolossal, dedicato a un personaggio davvero unico, amante dei gol e delle cadillac, delle donne e della musica classica; un personaggio che aveva lo stesso sarto del presidente della Repubblica brasiliana Getulio Vargas e che lanciò la moda degli occhiali da sole anche di notte, che in Argentina divenne amico di Juan Peròn e che, alla fine, impazzì, forse per il troppo amore.