martedì 28 febbraio 2012

povera vecchia inter: il napoli la maciulla al san paolo...

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 28 febbraio 2012)

Il Napoli e l'Inter viaggiano in questo momento a due velocità diverse per poterci essere gara. I cambi di passo che mettono in mostra Dzemaili, Lavezzi, Maggio, Gargano, a tratti Cavani, sono veramente troppo per qualsiasi avversaria, figuriamoci per la scalcinata banda di Ranieri. Già al primo minuto si capisce l'antifona con il primo folgorante blitz. Campagnaro anticipa al volo Milito e in pregevole coordinazione al volo di collo piede serve nel cerchio di centrocampo Cavani. Stacco imperioso e sponda aerea per Inler, pronto a venire a sostegno. Prima ancora che la palla arrivi al mediano Lavezzi già taglia dentro all'interno di un stralunato Faraoni. Il lancio in verticale è leggermente lungo, l'azione sfuma ma si capisce che le scelte di Mazzarri sono giuste.
In fase di non possesso Dzemaili si abbassa nella zona di competenza di Cambiasso formando un folto centrocampo a 5. Anche Cavani partecipa scalando su Stankovic. In questo modo Inler e Gargano possono presidiare la trequarti ed ingabbiare sistematicamente Sneijder. Un atteggiamento interpretato perfettamente dai giocatori che non sono mai passivi ma accorciano e scalano avanti non appena i nerazzurri, sotto pressione, sbagliano un controllo o sono costretti al retropassaggio.
Appena recuperata palla l'obiettivo è mettere in difficoltà i terzini dell'Inter. A destra si cerca Maggio sulla corsa lanciata. È chiaro che nello stretto Nagatomo potrebbe avere un vantaggio competitivo, ma l'esterno del Napoli sulla potenza espressa una volta presa velocità non è secondo a nessuno. Viene cercato sui cambi di gioco lunghi dai mediani e dai difensori, in particolare da Cannavaro che è più inspirato e concentrato del solito. Sulla corsia opposta si arriva al cross dal fondo con la superiorità numerica che Lavezzi crea allargandosi e fraseggiando nel corto con Zuniga.
Gli attacchi del Napoli si susseguono a destra e a sinistra lavorando ai fianchi l'avversario senza soluzione di continuità. Per trenta minuti c'è una squadra sola in campo che pressa, costruisce, corre, finalizza ma non segna. L'Inter arretra, soffre, incassa ma resiste. E nel finale di primo tempo quando i padroni di casa hanno bisogno di rifiatare i nerazzurri riescono anche a creare l'unica opportunità del primo tempo con una punizione di Sneijder poco lontana dall'incrocio. È il primo e ultimo guizzo dell’olandese che nell'intervallo rimarrà nello spogliatoio insieme a Forlan, non pervenuto. Ranieri non è contento dei suoi. Non vuole più regalare la superiorità numerica al Napoli sulle fasce, quindi via libera a 3-5-2 con Cordoba a rafforzare il pacchetto difensivo e Pazzini in avanti.
Anche Mazzarri non sta a guardare. Stringe Lavezzi e Cavani per pressare i difensori nerazzurri sull'inizio azione e sposta Dzemaili nel mezzo nella zona di Stankovic. Piccoli accorgimenti che cambiano i flussi di gioco del Napoli e determinano alla fine il risultato. La densità centrale rende la partita più vischiosa, contrastata, confusa. Ma il pallino è sempre in mano agli azzurri.
La svolta al 14'. Dzemaili raddoppia su Milito, che sbaglia il controllo, soffiandogli la palla sulla linea mediana. Scatta immediata la transizione. Decisivo l'uno-due stretto e rapido con Cavani che taglia fuori Stankovic e Cambiasso. Si crea il «3 contro 3». Dzemaili punta con decisione Lucio e lo salta con facilità irrisoria. Baricentro basso e forza nelle gambe gli consentono di reggere il ritorno in tackle scivolato di Stankovic e di servire sulla corsa Lavezzi. Il Pocho, di prima intenzione con una frustata di piatto destro, incrocia verso l'angolo lontano, il lato debole di Julio Cesar che aveva già vissuto di recente anologhi momenti di impotenza con Miccoli e Rocchi.
Il gol cambia l'inerzia della gara. Le verticalizzazioni del Napoli trovano ora gli spazi che prima non c'erano e già Cavani potrebbe chiudere il risultato da lì a poco. Il Matador è però meno lucido del solito sotto porta. L'espulsione di Aronica rimette così in corsa l'Inter che nel finale con Pazzini potrebbe addirittura pareggiare ma il colpo di testa finisce a lato. Il Napoli può continuare a correre per provare ad agguantare il terzo posto.

giovedì 23 febbraio 2012

champions: il napoli europeo batte 3-1 il chelsea (in rimonta)

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 23 febbraio 2012)

Cavani... tanta roba! Il valore aggiunto di una squadra che inizia a cercarlo al primo minuto con lanci in diagonale e finisce richiamandolo a dare una mano in difesa fino all'ultimo istante. E il Matador risponde presente, come quasi sempre accade quando la posta in palio è alta, o altissima come in quest'occasione.
I suoi tagli defilati si capisce che sono studiati a tavolino. Gli azzurri lo cercano sistematicamente sapendo di una terza linea inglese spesso alta e non rapidissima nei ripiegamenti. Che il movimento sia scientifico lo si capisce quando al 47' Cavani segna di spalla il gol del 2-1 su lancio in diogonale di Inler. Azione in fotocopia con quella vista al 10', lancio identico dalla trequarti opposta del centrocampista svizzero, allargamento identico sull'out sinistro dell'attaccante uruguagio. Peccato che in questo caso Cech ci metta il piedone.
La partenza del Napoli è col piede giusto. La spinta non è costante ma a folate, come nelle sue caratteristiche, ma quando arriva l'onda il Chelsea vacilla. Purtroppo dopo tre opportunità targate Napoli arriva l'onda anomala che cambia per un po’ l'inerzia della partita. Gargano commette l'unico errore di una prestazione perfetta facendosi soffiare la palla da Ramires. Dalla ripartenza arriva il gol di Mata con Cannavaro che rimarrà psicologicamente condizionato dalla sfortunata topica andando completamente fuori sincronia per il resto della gara. Buon per il Napoli se alcuni suoi successivi passaggi a vuoto producono solo spaventi e non danni contabilizzabili.
L'1-0 trasforma una partita tattica in una gara tremendamente umorale. Il Napoli perde la sua dose di incoscienza, i giocatori non si predispongono bene alla fase di possesso, sbagliano molti passaggi e serpeggiano immotivati timori sulle veloci iniziative del tridente predisposto da Villas Boas. Sturridge, Drogba e Mata, che fino alla mezz'ora non si erano mai visti, aggrediscono ora gli spazi che il Napoli lascia. Ma proprio nel massimo picco del down arriva la seconda onda anomala del match quella che sommergerà il Chelsea. L'iniziativa è di Cavani che attacca ancora da sinistra, si accentra e chiede l'uno-due a Lavezzi. Ivanovic, Cahill e, soprattutto, Meireles (inguardabile per tutta la partita) si fanno distrarre da Cavani. Lavezzi può così spostarsi tranquillamente la palla sul destro e fulminare Cech sul palo lontano, 1-1.
Il gol si pensa possa ridare serenità al Napoli. Invece lo stato confusionale persiste. Hamsik è troppo defilato a destra per poter dare una mano alla manovra, Inler non riesce a fare il playmaker come dovrebbe, il reparto defensivo (ad eccezione di Aronica) è in fibrillazione. La squadra sembra aspettare con impazienza l'intervallo per riordinare le idee. Per fortuna ci pensa Cavani col suo guizzo alle spalle di Ivanovic a rimettere a posto le cose prima che Frustalupi possa dire la sua nello spogliatoio.
Comunque il secondo di Mazzarri qualcosa dice lo stesso, visto che il Napoli torna in campo con un'approccio molto più razionale. In fase di non possesso sette giocatori si abbassano compatti e difendono ai 30 metri. Hamsik rimane sopra la linea della palla per far partire il contropiede. Sull'azione manovrata, invece, lo slovacco si abbassa a ricevere palla facilitando il fraseggio del Napoli.
La gara riprende un suo filo logico. Chi perde prova a fare la partita, chi vince copre e riparte... con Cavani che serve due assist d'oro a Lavezzi su altrettanti svarioni di una delle difese più scarse della Champions League. La prima volta è la premiata ditta Luiz-Meireles a regalare il pallone a Cavani, nella seconda Luiz fa tutto da solo andando a vuoto sullo stop a rientrare dell'attaccante azzurro. Lavezzi capitalizza il 50% delle occasioni che gli capitano (una media altissima rispetto ai suoi standard) e regala il 3-1 ai suoi.
Nell'ultimo quarto di gara entrano Lampard da una parte e Dzemaili dall'altra. Il primo alza immediatamente il tasso tecnico del Chelsea ma manca della determinazione che il momento richiederebbe. Lo svizzero invece si butta nella mischia col piglio giusto. Il Napoli con lui in campo passa al 3-5-2 con Hamsik temporaneamente (da lì a poco lo sostituirà Pandev) spostato in attacco. Giusto il tempo necessario per confezionare l'ultima enorme palla gol della partita. Sterzata sulla sinistra e passaggio delizioso per Cavani che, però, è controtempo. Come sempre a rimorchio arriva Maggio che calcia a colpo sicuro. Cole, che sulla finta di Hamsik era finito dentro la porta, ha un guizzo da tarantolato e salva d'istinto. Sarebbe stato il gol del ko ma vogliamo pensare che la dote sarà comunque sufficiente tra 20 giorni a Londra.

domenica 19 febbraio 2012

lavezzi e il "tempo fuor di sesto" secondo marco ciriello

Di Marco Ciriello
(Il Mattino - 19 febbraio 2012)

Chi ha visto Lavezzi lanciato verso la porta con la Fiorentina ha intuito che era troppo veloce rispetto agli altri, anche a se stesso, e ha rischiato di non segnare. Poi ha calciato e tutto è tornato alla normalità. Ma per un attimo è stato più veloce del pensiero stesso di lanciarsi verso la porta avversaria. Sembrava Jannacci, che è sempre in anticipo sui propri pensieri, e soprattutto Eduardo che aveva un tempo tutto suo. Per me Eduardo è irrappresentabile oltre se stesso, nessuno può avere il suo tempo dilatato (nel presente), come nessuno ha il tempo dilatato (in avanti) di Lavezzi (qui, nella foto, mentre supera Cassani della Fiorentina).
Le sue partite sono come i viaggi di Doc Emmett Brown della serie Ritorno al futuro. Avanti e indietro nel tempo. Con lui sembra di avere, oltre l’Hd, l’asincrono di Ghezzi che da Fuori orario è arrivato in campo. Lui corre, gli altri vanno al rallentatore. Magari non tutti ci fanno caso, ma Lavezzi in alcuni momenti della partita porta il tempo fuori dai cardini, in un senso o nell’altro (“The time is out of joint”, il tempo è uscito dai cardini – Amleto primo atto, scrive Shakespeare). C’è un eccesso di velocità che spinge il calciatore fuori da tutto, al punto di sembrare elastico, e infatti, quando non gioca il Napoli pare muoversi in collegamento satellitare. Quando, invece, è in campo, ed è in grado di reggere “il peso del tempo”, la squadra ha una velocità superiore, e in alcuni momenti riesce persino a rendere presente quella di Lavezzi, anche solo per tre minuti, lui si asincronizza, se ne va, si estranea e crea un nuovo mondo e una nuova partita e un nuovo tempo. Ovvio, non è cosciente di questo, come i Beatles prima di battere Gesù in popolarità o Springsteen con Reagan. Per dire, la velocità di Sanchez, che se la gioca con Willy il coyote col carico di finte di Ronaldo, è comunque ordinaria e soprattutto in sincrono con la sua squadra.
Guardandolo non si ha visione dell’uscita dal tempo, ma solo di una accelerazione di questo, una velocità compatta e costante. Con Lavezzi no, la differenza salta agli occhi, proprio come quella tra bufalo e locomotiva. Sotto porta risulta indecifrabile, se pensa sbaglia, se va a istinto centra, se rallenta finisce tutto. Il gol a Firenze è nato da una palla che stava per smarrirsi sopra la sua testa, era il 92esimo, un calciatore normale che ha il senso del tempo è stanco, lui no, la sua velocità rischiava di scavalcare il pallone. Parte dalla sua metà campo, senza affanno, scavalca Salifu prima e Nastasic dopo, e con un gesto di retroguardia, il piede destro: rimasto nel tempo normale, rimedia, segnando alla sinistra di Boruc. Gol, finalmente. Sembra che la porta sia il non tempo, con cui ha un conflitto, e non sempre vince. Lavezzi è uno dei pochi calciatori che è un incontro di più tempi e quindi di più velocità. Un suo simile è Federer che fa cose semplici a velocità impensabili. Lavezzi è un supereroe impacciato: un Uomo Ragno che precipita d’improvviso per poi riuscire a dondolarsi tra i grattacieli, un Mandrake alle prime armi, qualche volta controlla la sua velocità, altre no. Spesso è vittima di questa speditezza, e ne ha pagato anche le conseguenze, in moltissime partite, anche nella stessa di Firenze: in passato critici e tifosi hanno espresso perplessità sul calciatore argentino per lo scarso numero di gol, proprio perché non conoscono le sue difficoltà con la variabile t, pari alle cattive, involontarie, frequentazioni fuori dal campo. Sbaglia, inciampa, cade. Si rialza e rimane come tutti quelli che non si spiegano al presente. Che vivono il tempo come una disavventura. Estraneo. Ogni campo una dimensione, ogni partita un tempo da violare. A volte in sincrono, a volte no. Perso dietro l’Alice di Carroll.

un napoli ritrovato espugna firenze: l'analisi di bacconi

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 19 febbraio 2012)

Cresce la febbre per la Champions, cresce il rendimento del Napoli. La squadra di Mazzarri ritrova finalmente tutte le sue caratteristiche vincenti: concentrazione, marcature ad uomo rigide, esplosività nelle ripartenze, grande concretezza sotto porta. La Fiorentina non è praticamente mai in partita travolta dal dinamismo e dalla determinazione agonistica dell'avversario. L'uomo chiave di questo ritrovato equilibrio tattico è Hamsik. Lo slovacco si sacrifica non poco a centrocampo nella fase di non possesso, soprattutto nel primo tempo, marcando ad uomo Montolivo ma non rinunciando mai a ripartire. E quando lo fa per la Fiorentina sono sempre guai. Le sue giocate sono essenziali e puntano esclusivamente alla massima efficacia. Mai un tocco di troppo, mai un gesto fine a se stesso. I gol che decidono la partita, quelli di Cavani, sono frutto della sua lucidità nel vedere i movimenti di smarcamento di Cavani e nel servirlo coi tempi giusti e la necessaria sensibilità tecnica (qui, nella foto, mentre esulta assieme ai suoi compagni).
Il primo: riceve palla nello stretto da Lavezzi, stop di piatto destro per proteggere la palla dalla pressione di Natali, tocco di piatto sinistro per girarsi e attrarre su di sé anche Gamberini, passaggio filtrante di interno sinistro nel corridoio tra i due difensori viola. Il secondo: si propone tra le linee per ricevere la sponda di Cavani che attacca subito la profondità tenuto in gioco dal rientro di Cassani, passaggio di piatto, secco, apparentemente facile, di prima intenzione a liberare il Matador davanti a Boruc.
Decisivo anche l'apporto di Hamsik alla fase difensiva che si evidenzia nell'unica sua distrazione. Al 39' del primo tempo si dimentica di seguire Montolivo. Il centrocampista della Nazionale può accelerare centralmente e liberare al tiro Amauri fermato da una segnalazione di offside che non c'è. Forse è proprio in quel momento, quando Mazzarri lo richiama ai suoi obblighi, che capisce quanto è importante il suo sacrificio per la squadra. Ma anche gli altri non stanno a guardare. Dove non arriva Hamsik ci pensano Cavani e Lavezzi sempre pronti a rientrare. È questo l'atteggiamento che Mazzarri vorrà rivedere contro il Chelsea martedì prossimo. E vorrà rivedere anche molte altre cose positive viste a Firenze. Innanzitutto la grande applicazione del reparto difensivo. Le marcature ad uomo sono efficaci perché la terza linea ha sempre un uomo in più che garantisce la copertura alle spalle del difensore che va ad aggredire.
Piace ancora molto Grava, il difensore più rapido a disposizione del Napoli, ma piace, questa volta, anche Cannavaro, finalmente puntuale nelle chiusure e in grado di trasmettere tranquillità a tutto il reparto. Anche gli esterni traggono giovamento da questa ritrovata coesione tattica. Maggio e Dossena trasformano spesso la linea difensiva da tre a cinque, permettendo una più rigorosa chiusura dei corridoi centrali. In attacco si vedono solo saltuariamente, ma quando è il momento di proporsi lo fanno con decisione e tempismo. Nel mezzo il traffico è smistato da Inler e Dzemaili. I due connazionali svizzeri non devono mai strafare. Fanno scudo davanti alla difesa e servono rapidamente i compagni smarcati in avanti permettendo una sollecita fase di transizione.
Certo i meriti del Napoli sono dilatati anche dalla Fiorentina che ci mette del suo, così come il suo allenatore. Delio Rossi non sa fare di meglio che togliere Montolivo dal cuore del centrocampo quando lo vede braccato sistematicamente da Hamsik, mettendo nel mezzo, ad inizio ripresa, un impacciato e lento Salifu, preso ripetutamente di mira dal pressing del Napoli. L'idea di riversarsi in avanti con un avventato 4-2-4, con Marchionni e Cerci sulle fasce, spacca la squadra che lascia praterie a disposizione degli azzurri che nel finale dilagano. Occorre, dopo questa larga vittoria, tenere alta l'asticella della tensione e affontare i Blues con lo stesso piglio. Ma l'arte di caricare il gruppo Mazzarri la conosce meglio di tutti.

lunedì 2 gennaio 2012

napoli: un grande 2011 anche dal punto di vista economico

Di Francesco De Luca
(Il Mattino - 2 gennaio 2012)

Non solo Mazzarri e gli azzurri offrono importanti numeri. Mentre la squadra avanza in Europa e va all’assalto del terzo posto, la società firma il quinto consecutivo bilancio in utile. Il dato conferma la qualità della politica economico-finanziaria del Napoli, che ha intrapreso questo percorso ancor prima del Fair play imposto dall’Uefa.
La stagione 2010-2011 si è chiusa non soltanto con la qualificazione in Champions League, attesa per ventun anni, ma anche con un attivo di 4.197.829 euro. Aumentano gli investimenti sul mercato e gli stipendi, tuttavia i conti di De Laurentiis tornano sempre. Il presidente lo ha fatto notare nell’assemblea degli azionisti della Ssc Napoli, che ha un capitale sociale di 501.000 euro e quote azionarie cosi suddivise: 99,80 per cento Filmauro e 0,20 De Laurentiis. Peraltro, grazie agli utili realizzati dal 2007 in poi, più ricco è diventato il «fondo di riserva volontario»: un tesoretto a disposizione del club pari a 22.045.401 euro.
Il presidente sottolinea nella relazione: «Pur proseguendo nel sistematico e costante perseguimento di politiche gestionali volte al miglioramento e al rafforzamento del profilo tecnico-qualitativo del parco calciatori e dello staff tecnico, con ulteriori e significativi investimenti effettuati tanto sotto il profilo patrimoniale che sotto quello del monte ingaggi, la società continua a conseguire e mantenere apprezzabili condizioni di equilibrio economico e finanziario dei conti aziendali». Il valore della produzione, quantificato in 131.476.940 euro, ha avuto un incremento di 20,6 milioni rispetto al 2010 grazie agli incassi allo stadio, agli introiti per sponsorizzazioni e diritti televisivi (dall’Uefa 3,9 per i match di Europa League). Evidenziati il decremento dei debiti verso la controllante Filmauro e l’assenza di indebitamento bancario.
Sui risultati della squadra De Laurentiis rileva: «Sono importanti e ancor più significativi sotto il profilo della strategia di crescita perseguita dalla società e degli obiettivi economico-finanziari. La Ssc Napoli continua ad essere una società con moderni e ambiziosi programmi, che dal punto di vista sportivo, dopo aver raggiunto in soli tre anni la promozione in serie A, si pone l’obiettivo di competere in maniera sufficientemente stabile nell’ambito delle competizioni internazionali». Il presidente insiste sull’importanza del cosiddetto Brand equity, per rafforzarsi attraverso operazioni commerciali legate al marchio Napoli, e del settore giovanile, «asset strategico per la crescita del patrimonio aziendale e lo sviluppo del potenziale sportivo della squadra». Annunciate «iniziative finalizzate al potenziamento della prima squadra e del settore giovanile, mantenendo inalterata la filosofia dell’investimento capace di dare frutti nel tempo», come è accaduto con il ventiduenne cileno Vargas, e l’intenzione «di puntare sia allo sviluppo delle attività esistenti ma anche investire su settori capaci di generare proventi non ancora adeguatamente sviluppati o implementati, come il merchandising».
C’e preoccupazione per eventuali problemi legati ai ricavi dai diritti televisivi. «La società, alla stregua delle altre, lega i suoi principali proventi al mercato dei diritti radiotelevisivi e pertanto, ove il mercato in questione dovesse subire una grave flessione degli introiti, anche la situazione economica della Ssc Napoli potrebbe subire ripercussioni negative». A differenza della precedente stagione, quando non c’era stato un corrispettivo economico per gli amministratori, è stato stabilito un compenso per i cinque componenti del consiglio d’amministrazione (De Laurentiis, sua moglie Jacqueline, i figli Edoardo e Valentina e il dirigente Chiavelli), per un importo complessivo di 2.999.000 al lordo delle imposte. Ufficializzato il dato di 12mila abbonati per questa stagione. Spulciando il bilancio al 30 giugno 2011, emergono una serie di interessanti dati. C’è stata una riduzione di 7,2 milioni degli introiti per lo sfruttamento dei diritti di immagine dei calciatori, aspetto contrattuale a cui De Laurentiis tiene particolarmente. Hanno superato i 3 milioni le spese per il lavoro degli osservatori in giro per il mondo e la mediazione dei procuratori. Il fitto di campi e uffici di Castelvolturno si è abbassato di 60mila euro (240mila). Più cari, invece, il canone per il San Paolo, basato sugli afflussi allo stadio (1.020.830, +85 per cento) e le spese per il servizio controlleria, aumentate di 737.228 euro. A proposito dei calciatori, versati al Liverpool altri 250mila per l’acquisto di Dossena dopo la qualificazione in Champions e incassato dal Parma un «premio di valorizzazione» di 800mila euro per Lucarelli, peraltro quasi mai utilizzato per problemi fisici. Il Napoli ha un contenzioso con il Real Saragozza per l’ultima tranche di Contini (550mila euro) e finirà di pagare Cavani al Palermo il 31 marzo 2014, rata da 1,2 milioni.

mercoledì 14 dicembre 2011

libri sotto l'albero: un capolavoro di saggistica calcistica

Di Mario Pagliara
(Gazzetta.it - 12 dicembre 2011)

Involontariamente forse, ma Sandro Modeo, parlando di un genere, ne ha inventato un altro. Modeo ha scomposto la sublimazione del calcio totale di origine olandese, divenuto il punto più alto del calcio postmoderno incarnatosi nel Barcellona di Pep Guardiola, finendo per scrivere un libro-totale: l'ultima frontiera della saggistica sul calcio. Una narrazione complessa, a tratti sfuggente, che ha il calcio totale, il totaalvoetbal, come bussola ma che utilizza come strumenti della narrazione la biologia, la fisica quantistica, la neuropsicologia, la letteratura, la musica, l'arte, la storia e la geografia. La tesi è semplice: "Il calcio è l'unico fenomeno culturale innovativo in un'epoca così ripetitiva". Lo svolgimento, però, è complesso, argomentato, a tratti geniale: il calcio va analizzato come un'opera d'arte. Ne esce Il Barça, un bel libro, forse il più originale (anche il migliore) pubblicato nel 2011. Parla di un buon calcio e ci invita a una lettura appassionante.
Modeo naviga attraverso una doppia galassia parallela. Da un lato rimette ordine nella storia del calcio totale; dall'altro ricerca nella scienza e nelle arti il genoma di questa invincibile armata, il Barcellona di Guardiola. Il Barça dei giovani della Masia diventa nella prosa di Modeo esempio di un organismo geneticamente modificato. Il calcio totale non nasce in Catalogna, ma qui, seguendo la teoria "in quel luogo, in quel tempo e da quel polo di attrazione" professata nella prefazione dal nostro Paolo Condò, si evolve, si sublima, fino a raggiungere la perfezione. Così Vic Buckingham, Rinus Michels, poi Johan Cruijff, Bobby Robson e il colonnello Lobanovskij diventano i patriarchi del calcio totale; Sacchi, Zeman, Van Gaal, Rijkaard gli apostoli; e infine Guardiola. L'uomo che ha condotto il calcio totale all'eccellenza.
La metafora più affascinante a cui ricorre Modeo per rappresentare le dinamiche del gioco del Barcellona ci è parsa quella del Barça come il quantum di luce della fisica quantistica: ovvero, la continuità assoluta delle parti continue e di quelle discrete. "Non c’è un qui e un lì - scrive Modeo -, ma tutta una schiera di stati intermedi corrispondenti a miscele di quelle possibilità: un po' di qui e un po' di lì, sommati tra loro. E così il gioco del Barça è un continuum composto da parti discrete". Il calcio totale assume una dimensione polifonica e diventa una commistione di generi: come le Lezioni americane di Italo Calvino così il Barça è rapido, esatto, visibile, molteplice, complesso, leggero; è una squadra che suona come Kid A e Amnesiac dei Radiohead, o che sembra la suite dei Pink Floyd; oppure è una "squadra liquida", parafrasando la teoria della società liquida di Zygmunt Bauman, il più grande sociologo contemporaneo.
Modeo gioca nella sua opera un "piccolo" Clasico. Scrive: "Oggi le due tendenze calcistiche dominanti sono il sistema-Barça e la prospettiva-Mourinho. Non si tratta solo della rivalità frontale, quasi scacchistica, tra i due coach. Si tratta di due modelli culturali, paralleli e opposti". Il sistema-Barça è la massima espressione del calcio totale, nell'accezione più pura; la prospettiva-Mourinho si muove su parametri diversi: giocatori funzionali e congeniali al suo metodo, con i campioni ma non coi prodotti del vivaio, gioco attendistico, corsa e forza fisica. Il sistema-Barça è più completo e flessibile, sembra avere risorse infinite, lancia talenti e valorizza la Cantera, ha il senso dello spazio e la dominante del possesso della palla.
Il libro di Modeo ci è sembrato, in conclusione, la risposta a tutti quei discorsi da bar incentrati su "con quei giocatori lì, al Barcellona vincerei anch'io". Si propone come l'omaggio a una filosofia, si offre come il riconoscimento all'uomo umile e al tecnico innovatore Guardiola. Se il Barça è molto più che una squadra (mes que un club), tra le pieghe di questo saggio abbiamo trovato l'ennesima prova che il calcio è molto più di un gioco.

Sandro Modeo, Il Barça, Isbn edizioni - 208 pagine, 13.90 euro (prefazione di Paolo Condò, postfazione di Irvine Welsh)

domenica 11 dicembre 2011

liga: il barcellona ancora una volta padrone al bernabeu

Di Stefano Cantalupi
(Gazzetta.it - 10 dicembre 2011)

Il Clasico continua a essere proprietà del Barcellona. Il 20 aprile 2011 continua a essere la data dell'unica vittoria di Mourinho su Guardiola da tecnico del Real Madrid, in 8 incontri. Il 7 maggio 2008 continua a essere il giorno dell'ultimo successo dei blancos nelle sfide col Barça in campionato. E, soprattutto, i campioni in carica continuano a dettare legge in quanto a gioco, classe e qualità, al di là di ogni numero e al di là di quello che dice la classifica. Il Real Madrid perde 1-3 la partitissima del Bernabeu, anticipo della 16ª giornata della Liga. E si fa agganciare al comando, anche se resta virtualmente a +3 per via della gara da recuperare rispetto agli eterni rivali.
La prima notizia degna di nota della serata precede addirittura il fischio d'inizio: è lo schieramento scelto da Mourinho, che opta per una mezzapunta in più (Ozil) e un mediano in meno (Khedira) nel 4-2-3-1, con tanti saluti all'atteggiamento sparagnino della scorsa stagione. Guardiola preferisce Sanchez e Fabregas a Pedro e Villa come cast di supporto di Messi nel trio d'attacco, mentre cosa volesse fare in difesa non lo sapremo mai. Il motivo? Semplice: dopo 23 secondi è già 1-0 per il Real Madrid, perché Valdes liscia malamente un rinvio dal fondo e Busquets viene centrato prima dal passaggio di Di Maria e poi dal tiro sballato di Ozil, con la carambola che finisce a Benzema prontissimo a insaccare. E a quel punto, pur con Alves, Piqué, Puyol e Abidal contemporaneamente in campo, Pep passa subito alla difesa a tre.
Il gol immediato fa sì che la partita si apra immediatamente, con Casillas che al 7' è già chiamato al primo intervento da "san Iker" sul rasoterra di Messi. Ma il Real Madrid, che può chiudersi e ripartire, non sta a guardare e con Ronaldo ha due chance di raddoppiare: fiacco il primo tiro, orribile il destro con cui spreca un sublime assist di Benzema. Poco prima della mezz'ora iniziano le sportellate: la classe leggera e sgusciante di Messi e Di Maria propizia le ammonizioni di Xabi Alonso e Sanchez, mentre qualche minuto più tardi è il Pallone d'oro a beccarsi un giallo per proteste e a rischiare il clamoroso rosso per un intervento pericoloso prima dell'intervallo. La "panolada" del Bernabeu non convince un arbitro di personalità come Fernandez Borbalan. In mezzo, però, la Pulga trova modo di far qualcosa che cambia la storia del match, vale a dire l'assist filtrante che ispira l'1-1 di Sanchez, con l'ex Udinese che elude il rientro del duo portoghese Coentrao-Pepe e trova l'angolino basso col destro in diagonale.
Dagli spogliatoi esce di nuovo meglio il Real Madrid, Ronaldo fa ammonire Piqué e calcia un paio di punizioni, la seconda delle quali scalda le mani a Valdes. Poi, però, il flipper che si era messo in moto sul vantaggio madridista si aziona nuovamente, premiando stavolta i catalani: Xavi calcia di destro al volo, il pallone incoccia Marcelo e finisce in porta dopo aver ingannato Casillas. Il Barça la sfortuna se l'era andata a cercare con la follia di Valdes, il Real invece è solo jellato, ma la sostanza non cambia. La botta dell'1-2 è forte per i blancos, Mourinho prova a scuoterli inserendo Kakà per lo spento Ozil, ma i cambi successivi dello Special One saranno dettati dalla disperazione, visto che Khedira deve rilevare un Diarra a rischio rosso e Higuain fa il suo ingresso nel match al posto di Di Maria quando il Real Madrid è già sotto di due gol. Sì, perché il Barça punisce un altro incredibile errore di Ronaldo (colpo di testa fuori da pochi passi) con la rete dell'1-3. E la dimostrazione di che razza di squadra sia questa viene dal fatto che a confezionare il gol siano i due blaugrana fin lì più opachi, con Alves a pennellare il cross e Fabregas a tuffarsi per la zuccata imparabile.
Resta quasi mezz'ora di tempo al Real Madrid per tentare la rimonta, ma non c'è più la forza mentale per farlo. Benzema e Kakà avrebbero la chance di riaprire il match, ma per ogni occasione madridista ce ne sono tre catalane, con Iniesta che porta a scuola tutti i presenti sul campo e anche chi lo fischia al momento della sostituzione al 90'. Quando l'arbitro decide che può bastare, la conclusione del 216° Clasico (85ª vittoria del Barça contro le 86 della Casa Blanca e 45 pareggi) coincide con la riapertura ufficiale della Liga, semmai qualcuno l'avesse considerata chiusa. Il popolo del Bernabeu esce deluso, tributando comunque un coro a Mourinho. Ma il portoghese ha altro per la testa: dovrà evitare che le cose prendano la piega della scorsa stagione, quando la prima sfida di campionato col Barça segnò i mesi successivi, fino al trionfo totale blaugrana. L'unica sua consolazione è che almeno, stavolta, la sconfitta non costa il sorpasso in vetta. Chissà se basterà? Intanto stringe la mano a Tito Vilanova a fine match, un gesto che gli fa onore, dopo i colpi proibiti tra lui e il vice di Guardiola nella Supercoppa spagnola. Annotazione finale: Ferguson a maggio scelse di sfidare il Barça senza chiudersi troppo e il Manchester Utd perse la finale di Champions League per 3-1. Notate qualche similitudine con la scelta di Mourinho di stasera e con l'esito della stessa?

giovedì 8 dicembre 2011

champions: nel "gruppo della morte" si qualifica il napoli!

Di Mario Zaccaria
(Ansa - 7 dicembre 2011)

Tutti in coro ''Oj vita, oj vita mia''. Cantano i quattromila tifosi del Napoli allo stadio El Madrigal. Gli azzurri sono negli ottavi di finale di Champions League. Per una squadra "rinata" da pochi anni dopo il fallimento è un traguardo prestigioso, grazie al quale la squadra, l'allenatore, il presidente entrano nella storia della società che non aveva mai realizzato un'impresa simile. Serviva una vittoria al Madrigal di Vila-Real e il Napoli la realizza. Senza grandi affanni, senza troppe sofferenze. D'altronde - e lo si era ben capito in occasione dei cinque precedenti incontri del girone - in questo momento la differenza tra le due squadre è netta. Il Villarreal è in crisi profonda e non è un caso che concluda con zero punti in classifica la sua stagione europea.
L'impresa del Napoli è davvero eccezionale (qui, nella foto, l'esultanza dei calciatori azzurri dopo il primo gol di Inler). A Vila-Real mai nessuna squadra italiana era riuscita a portar via l'intero bottino. La squadra di Mazzarri, però, scende in campo con una sola idea in testa: la vittoria. Troppo diversa la determinazione tra le due squadre in campo, troppo grandi le motivazioni del Napoli, troppo pressanti, nella mente e nel cuore dei giocatori del Sottomarino giallo, i problemi di classifica nella Liga per trovare la concentrazione giusta e la forza mentale di giocarsela fino in fondo. "Perché, per chi", si saranno inconsciamente chiesti i padroni di casa? Spazzati via, fugati in una notte magica per il Napoli e per Napoli anche i dubbi e le preoccupazioni del presidente De Laurentiis su un ipotetico premio a vincere che il proprietario del Manchester City avrebbe potuto mettere in campo per alterare artificiosamente gli equilibri del girone e favorire la sua squadra a danno dei partenopei.
All'inizio, per la verità, il Napoli è contratto e timoroso. Nel primo tempo, anzi, gioca la sua peggior partita nel torneo di Champions. Si vede lontano un miglio che gli uomini di Mazzarri sentono la responsabilità di un momento così importante. Sembra quasi che ai partenopei tremino le gambe, che siano più concentrati a difendere la propria porta, piuttosto che proiettarsi in avanti alla ricerca del gol decisivo. Il gioco è equilibrato e le azioni si svolgono ora da una parte ora dall'altra. In campo non c'è cattiveria, anche se l'arbitro norvegese Moen dispensa diverse ammonizioni tra gli spagnoli. Il centrocampo del Villarreal è quasi sempre in inferiorità numerica perché Hamsik scala molto spesso dietro la linea d'attacco per dare una consistente mano in mezzo al terreno di gioco. Ma nonostante ciò, è sull'impostazione delle manovre offensive che gli azzurri appaiono in difficoltà. Quando parte l'azione, chi deve farsi trovare a centro dell'area per la finalizzazione è sempre troppo lento e arriva in ritardo.
Nelle primissime fasi di gioco il Napoli si procura una limpida occasione con Zuniga che conclude debolmente tra le braccia di Diego Lopez. Per tutto il resto del primo tempo, sotto le due porte, nulla da segnalare. La ripresa si apre con una limpida opportunità per De Guzman che si impappina solo davanti a De Sanctis e non riesce a concludere. Poi per forza d'inerzia è il Napoli a guadagnare campo, a mantenere con più continuità in mano il pallino del gioco e a cominciare ad affacciarsi minacciosamente in area di rigore. Dopo un paio di occasioni fallite, Inler trova dalla distanza la via della porta. La replica è affidata a Marek Hamsik e la partita può dirsi conclusa. Rimane solo spazio per la gioia dei tifosi partenopei che hanno invaso il piccolo stadio spagnolo. Ed è solo l'inizio dei festeggiamenti, destinati a durare a lungo, per il raggiungimento di un traguardo che a inizio di stagione sembrava solo un miraggio.

lunedì 5 dicembre 2011

addio a socrates: l'omaggio di uno scrittore calciofilo

Di Marco Ciriello
(Il Mattino - 5 dicembre 2011)

Era uno strano tipo di calciatore. Aveva la faccia da Cristo allegro del sud, i ricci, la barba nera e folta, era alto (1,93 con un 37 di piede), predicava Gramsci, giocava a calcio in modo elegante e sorrideva triste: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira (57 anni). Morto ieri a San Paolo, per una infezione intestinale che si era andata ad aggiungere a un quadro clinico disastrato, conseguenza dell'abuso di alcol. Era uno splendido perdente, capitano di un Brasile meraviglioso (con Junior, Serginho, Zico, Eder, Falcao, Cerezo) che non riuscì a vincere i due mondiali che doveva avere in tasca (1982-1986).
"Sócrates Souza, pediatra", diceva la targhetta di lato all’entrata di casa sua. Sì, perché lui era anche dottore, anzi lo era prima di essere calciatore, poi cantante, pittore, commentatore sportivo per giornali e tv. Ma la passione era la medicina non era mai venuta meno: "Il calcio si esaurisce presto - diceva -, la medicina resta e serve di più". Era il riassunto di un'epoca e di un pallone che non c'è più. Socrates non correva, pensava. Non crossava, la dava di tacco. Se dribblava era per tirare in porta e segnare, non per superare l'avversario. Si muoveva a testa alta, con uno stile da aristocratico. Mai stato veloce, agile sì. Aveva lunghe gambe e un tocco leggero. Era una gazzella marxista, un po' intellettuale e molto cazzaro. Non aveva la disperazione di Garrincha anche se poi li ha fregati entrambi l'alcol, ma gli è mancata la determinazione che calciatori molto meno bravi di lui hanno avuto, vincendo il mondiale.
Il suo gol all'Urss, a Spagna ’82, è indimenticabile: un dribbling, una finta che apre la difesa e tiro da fuori area che si infila nell'angolo alto. Braccia alzate dentro maglia gialla e verde. Anche quello che fece a Zoff non era male, gliela mise tra lui e il palo, con una potenza e una velocità che tradirono per un attimo il suo animo: ai mondiali succede (segnò molto per un centrocampista: 76 gol in 157 partite ufficiali con le squadre di club, 22 reti in 60 partite con la maglia del Brasile). C’era in lui e nel suo gioco una sorta di ricorso alla semplicità, all’utilità della squadra, che poi erano anche i principi della democrazia corinthiana, un esperimento che Socrates si inventò durante gli anni della dittatura brasiliana. Applicare il socialismo in campo e nella vita della squadra, in attesa di estenderlo al Paese, usare le maglie e i corpi dei giocatori per inviare messaggi di democrazia. "I calciatori sono artisti e quindi hanno molto potere nelle loro teste", diceva fiducioso, poi ha cambiato idea vedendo il nuovo calcio.
Per lui, il pallone era la continuazione non solo dei giochi ma anche dei libri di infanzia e giovinezza. Ammirava i filosofi greci - "Una degna professione" - e raccontava a tutti che stava finalmente scrivendo un romanzo, sui mondiali in Brasile del 2014 con l’Argentina che vinceva. Chissà se era una storia come la canzone Notte speciale per un disco rimasto inedito, che parlava di un uomo che aspetta la donna che ama e per non fare figuracce si mette a pulire la casa prima dell’appuntamento, "soprattutto la cucina, mi piacciono le metafore". Però in Italia disse chiaro e tondo che un anno, alla Fiorentina, poteva bastare, se ne tornò in Brasile. Il campionato italiano richiedeva sacrifici che non poteva accettare. Ribadendo il suo diritto di fumare, bere e giocare un calcio diverso. La sua vita è stata una corrida lenta, allegra e senza cadute, peccato sia arrivato in fretta alla fine.

mercoledì 23 novembre 2011

champions: un grande napoli batte il city e lo scavalca nel girone

Di Mario Zaccaria
(Ansa - 23 novembre 2011)

A volte i miracoli si realizzano. Anche nel calcio. Il Napoli batte 2-1 il Manchester City e lo scavalca in classifica. Ora la qualificazione agli ottavi di finale della Champions League non è più soltanto un sogno. Certo, occorrerà vincere l'ultima partita a Villarreal, per essere matematicamente certi, ma a questo Napoli dei miracoli nulla appare impossibile. Oggi serviva la partita perfetta ed il Napoli l'ha giocata. La vittoria degli azzurri non ha nulla di casuale. E' meritatissima ed anzi, viste le occasioni create, il risultato finale avrebbe potuto e dovuto essere ancora più rotondo. Il Manchester City conferma quello che si era visto nella partita d'andata, quando solo una punizione di Kolarov aveva nascosto le magagne: la squadra di Mancini soffre il Napoli, non riesce ad inquadrarlo, va in soggezione di fronte all'organizzazione del gioco ed alla velocità degli azzurri.
E dire che gli inglesi hanno un potenziale che è oggettivamente di tutt'altro spessore rispetto agli avversari. D'altro canto basta dare uno sguardo alle due panchine per rendersi conto del divario. Mancini vi fa accomodare ad inizio partita gente con Aguero e Nasri, per citare solo i due più noti, ognuno dei quali, da solo, sarebbe in grado di cambiare in meglio i connotati di qualsiasi squadra al mondo. Ma questa sera il Napoli è troppo forte e sicuro di sé. Sospinta dal pubblico, la squadra di casa aggredisce l'avvesario in ogni parte del campo, non gli dà tregua, non lo fa respirare. Il Napoli è aggressivo a centrocampo ma anche veloce e risoluto in attacco. Lavezzi è in una di quelle sue serate in cui è quasi impossibile mantenerlo. Si piazza sul fronte sinistro dell'attacco partenopeo e le sue incursioni mettono sempre in grande difficoltà la retroguardia inglese. Il Manchester City ha il predominio del gioco a centrocampo dove Touré detta i tempi dell'azione, ma la manovra della squadra di Mancini è spesso troppo lenta, compassata e questo consente ai difensori napoletani di predisporre con calma e precisione le marcature.
Le possibilità della squadra di casa di far partire i suoi micidiali contropiedi si accrescono ovviamente dopo il gol del vantaggio di Cavani perché inevitabilmente il City, per recuperare il risultato, è costretto a venire fuori, a spingere maggiormente con Zabaleta e Kolarov sulle fasce e, dunque, ad offrire ai velocisti azzurri maggiori margini di manovra. Gli inglesi sembrano impacciati e forse anche un po' presuntuosi. Raggiungono il pareggio solo grazie ad un gravissimo errore di Aronica che, invece di spazzare il pallone in tribuna dal centro dell'area piccola, lo serve a Silva sulla cui conclusione, deviata da De Sanctis, Balotelli insacca comodamente a porta vuota. Ma è all'inizio della ripresa che il Napoli dà il meglio di se stesso. Subito prima e subito dopo il gol del raddoppio di Cavani (nella foto, la sua esultanza), la squadra di Mazzarri dà veramente spettacolo ed a tratti sembra incontenibile.
Con il trascorrere dei minuti il Manchester City sposta in avanti il baricentro del gioco ed il Napoli crea clamorose occasioni per chiudere la partita, prima con Lavezzi, che si fa respingere la conclusione da Hart, poi con Hamsik, che colpisce il palo ed infine con Maggio che, solo davanti al portiere, si fa anticipare. Gli ultimi minuti sono di sofferenza acuta. Entra anche, tardivamente, il Kun Aguero e si teme che il genero di Maradona dia il dolore più grande ai tifosi del Napoli. La gente dagli spalti fa partire un boato ad ogni azione degli inglesi che si consuma con un nulla di fatto. Poi c'è il trionfo. Ora ci si concentra sulla trasferta in Spagna che potrebbe davvero sancire la più grande sorpresa dei gironi eliminatori di Champions: come nella storia di Davide e Golia, il piccolo Napoli elimina la grande corazzata Manchester City che sta dominando la Premier League.