(Il Mattino - 16 marzo 2013)
sabato 16 marzo 2013
al cervantes di napoli un workshop fotografico sulle tracce di maradona
Di Diego Del Pozzo
(Il Mattino - 16 marzo 2013)
(Il Mattino - 16 marzo 2013)
Se il calcio è la religione laica del terzo millennio, Diego Armando Maradona può essere considerato il suo dio: d’altra parte, a Buenos Aires esiste persino una chiesa maradoniana. Ma è soprattutto a Napoli, più che altrove, che le tracce del passaggio del “pibe de oro” – sette intensissimi anni tra il 1984 e il 1991 – sono ancora ben visibili e continuano a marchiare a fuoco l’animo stesso della città, come dimostrato anche dal ribollente affetto tributatogli durante la recente visita-lampo dopo anni di assenza.
Da queste suggestioni tra sacro e profano, calcio e antropologia, mito e identità culturali glocal è partito alla fine dello scorso anno il fotografo argentino César Lucadamo per mettere in piedi un progetto di ricerca artistica che rintracciasse e rielaborasse i segni della presenza di Maradona nelle tre città-simbolo della sua vita e della sua carriera sportiva: Buenos Aires, Barcellona, Napoli. La prima tappa, a dicembre scorso, è stata proprio all’ombra del Vesuvio, dove Lucadamo ha già realizzato numerosi scatti, destinati a confluire in un percorso più articolato che, grazie al supporto dell’Instituto Cervantes partenopeo, avrà il suo momento culminante in un workshop di fotografia – le cui iscrizioni si sono aperte la settimana scorsa – in programma dal 2 al 5 maggio e intitolato “Sulle orme di Maradona a Napoli”.
Assieme al fotografo argentino, residente da 25 anni a Barcellona, sarà in città anche il filosofo Daniel Gamper, docente presso la Universidad autónoma de Barcelona e nipote di Joan Gamper, il mitico fondatore del Barça. A lui e a Marco Ottaiano saranno affidati i momenti teorici del workshop (tra football, opera d’arte e creazione letteraria), mentre Lucadamo guiderà gli iscritti tra le strade di Napoli “per provare a raccontare per immagini – anticipa il fotografo – il rapporto, ancora oggi fortissimo, fra la città e il campione argentino: un legame che si manifesta non soltanto nella passione sportiva ma anche e soprattutto nella vita quotidiana e persino nel sentimento religioso del popolo napoletano”. A workshop ultimato, una selezione dei migliori scatti diventerà materiale di una mostra fotografica al Cervantes.
Ma perché Maradona? “Perché – spiega César Lucadamo – è il personaggio “bigger than life” per eccellenza della nostra epoca: campione straordinario ma anche leader populista autoproclamato, idolo globale ipermediatico e simbolo vivente del riscatto dalla povertà, persona contraddittoria dall’ego smisurato ma anche talento unico e inimitabile della storia del calcio, santo ed eroe e al tempo stesso dannato e ribelle. E l’indagine fotografica sui mille volti di Maradona e su ciò che ha lasciato nei luoghi e nelle persone della sua vita mi ha portato inevitabilmente a Napoli”. Dove Lucadamo ha deciso di iniziare il suo percorso. “Mi sembrava appropriato, perché è qui – prosegue – che Maradona ha il radicamento più profondo, ancora oggi a più di vent’anni di distanza da quando giocava nel Napoli. In Argentina, infatti, è amato e odiato, idolatrato come calciatore ma anche discusso per gli errori commessi. A Barcellona, poi, la cultura borghese catalana lo ha respinto come un corpo estraneo. Soltanto Napoli, invece, ha saputo immedesimarsi in lui e nella sua voglia di rivalsa verso i potenti di turno, simboleggiati da rivali calcistiche settentrionali come Juventus o Milan. A Napoli, più che altrove, Maradona si è fatto dio e simbolo, fino a fondersi con l’architettura stessa della città, come ancora dimostrano i murales presenti su molti muri del centro e della periferia”.
Prima di affermarsi come fotografo, César Lucadamo è stato a sua volta calciatore professionista in Argentina, vestendo per due stagioni, 1983 e 1984, la gloriosa “camiseta” del Velez Sarsfield di Buenos Aires. “Ero un’ala sinistra agile e scattante. Poi, purtroppo, un brutto infortunio al ginocchio mi ha fatto smettere quasi subito. Non ho incontrato Maradona in campo, perché al tempo dei miei due anni nel campionato argentino lui si era trasferito al Barcellona. Però, ne ero letteralmente innamorato mentre ero nelle giovanili e lui infiammava le folle con le maglie dell’Argentinos Juniors e del Boca”. Probabilmente, è da allora che Lucadamo insegue il fantasma del campione che seppe farsi più napoletano dei napoletani.
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il papa che ama il calcio: così jorge divenne tifoso del san lorenzo
Di Martin Mazur
(La Gazzetta dello Sport - 15 marzo 2013)
(La Gazzetta dello Sport - 15 marzo 2013)
BUENOS AIRES - Dopo la sorpresa e l'emozione immensa, gli argentini escono di casa ed esultano nelle strade. Il Papa è argentino. La Cattedrale sulla Plaza de Mayo di Buenos Aires si riempie in pochi minuti. Suonano i clacson a Rosario e Tucuman. Nel centro di Cordoba si mescolano bandiere argentine e vaticane. A La Plata i bambini cantano davanti al Duomo: «Francisco Primero, te ama el mundo entero». La Villa 31, il quartiere strapovero vicino al lusso di Recoleta e Puerto Madero, piange davanti alla tv. Il Papa percorreva spesso quelle strade di fango e miseria. Parlava con i bambini e esultava ai loro gol nei potreros, i campetti di calcio. Ammiratore del bel gioco, ai colleghi spagnoli dichiarava la sua ammirazione per il Barcellona. Ma la sua grande passione, vissuta in termini moderati ma senza interruzioni, è sempre stata il San Lorenzo.
Corvi e santi, cuervos y santos: ecco i due soprannomi del San Lorenzo, la squadra fondata dal prete Lorenzo Massa per allontanare dalla strada i bimbi poveri. Il rossoblù della maglia è un omaggio a Maria Ausiliatrice. Almagro, Boedo e Flores sono i quartieri vicini dove si sviluppa il tango, la vera identità portegna. È lì che nasce Jorge Mario Bergoglio. I suoi genitori si erano conosciuti in chiesa. Entrambi tifavano per il San Lorenzo, il club del barrio. La scelta di una squadra, momento chiave nella vita di ogni ragazzo di Buenos Aires, per lui sarebbe diventata semplicissima. Nel club giocava a pallacanestro il papà che lo portava allo stadio - il Vecchio Gasometro - a godere con la squadra campione d'Argentina nel 1946. Ma il suo attacco favorito, che fino a poco tempo fa ancora recitava a memoria, è quello del '54: Berni, Col, Benavídez, Sanfilippo e Seoane. Lo racconta il giornalista che gli ha regalato il libro con la storia del San Lorenzo, Walter Nieto. «Eravamo andati a trovare un arcivescovo e io mi vergognavo del nostro regalo banale. Ma lui invece lo prese con affetto e parlò come un tifoso qualsiasi». Francesco finì l'incontro con una battuta: «Lo leggerò con tanta attenzione, sarà quasi come una seconda Bibbia».
Nel 2008, Bergoglio ha officiato la messa per i cent'anni del club. Ed è stato lui a benedire la nuova cappella del campo sportivo, pagata da Viggo Mortensen, il tifoso del San Lorenzo più famoso fino a mercoledì. In quella cappella ha cresimato due ragazzi che oggi fanno parte della rosa, Jonathan Pacheco e Angel Correa. Papa Francesco è tesserato del San Lorenzo da marzo 2008. Mercoledì, mentre il gabbiano si posava sul comignolo, al lotto argentino è uscito il numero 8235. La tessera di Bergoglio porta il numero 88235 (nella foto). È stato l'ultimo grande segno divino. Quattro mesi fa, Buenos Aires ha approvato la restituzione al club del terreno su cui sorgeva il Vecchio Gasometro. Lì verrà costruito il futuro stadio, con i soldi dei tifosi. Sarà il primo vero stadio del popolo. E secondo le voci, ora verrà chiamato Jorge Bergoglio.
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martedì 5 marzo 2013
terra mia!!!
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domenica 17 febbraio 2013
serie a: nel momento decisivo totti c'è, il napoli no...
Di Diego Del Pozzo
Ieri sera, nel vittorioso match casalingo contro la Juventus, Francesco Totti ha risposto alle critiche con la classe assoluta del campione vero (quale indubbiamente è). Con una prestazione da capitano vero (anzi, da bandiera vivente) e con un gol bellissimo ha trascinato la sua Roma oltre il momento difficile che sta(va) vivendo, riproponendola come autentica mina vagante - visto il suo potenziale - per il finale di campionato.
Mi sembra stupido e persino offensivo, in questa sede, scomodare il Napoli del primo scudetto, ma al fischio finale mi è venuto automatico un pensiero: al di là delle differenze di classe individuale, Maradona, Giordano e Bagni avrebbero affrontato un match di questo tipo con ben altro spirito, rabbia, grinta e killer instinct rispetto a quanto fatto dai timidi e tiepidi Hamsik, Cavani e Inler odierni.
Ieri sera, nel vittorioso match casalingo contro la Juventus, Francesco Totti ha risposto alle critiche con la classe assoluta del campione vero (quale indubbiamente è). Con una prestazione da capitano vero (anzi, da bandiera vivente) e con un gol bellissimo ha trascinato la sua Roma oltre il momento difficile che sta(va) vivendo, riproponendola come autentica mina vagante - visto il suo potenziale - per il finale di campionato.
Oggi, invece, il Napoli non ha saputo fare altrettanto, in una gara che - dopo il passo falso romano dei bianconeri di Antonio Conte - andava soltanto vinta. A ritmi piuttosto lenti e con gambe decisamente tremanti, in ben 95 minuti gli uomini di Walter Mazzarri hanno prodotto la miseria di cinque tiri verso la porta della Sampdoria (due dei quali da fuori area). Così, lo 0-0 casalingo è stato un risultato inevitabile e, pur tra mille attenuanti (prime tra tutte, il vergognoso campo di gioco inadatto al calcio e la stanchezza per l'impegno di giovedì sera in Europa League), dice di una squadra non ancora matura per poter puntare al massimo obiettivo.
Mi sembra stupido e persino offensivo, in questa sede, scomodare il Napoli del primo scudetto, ma al fischio finale mi è venuto automatico un pensiero: al di là delle differenze di classe individuale, Maradona, Giordano e Bagni avrebbero affrontato un match di questo tipo con ben altro spirito, rabbia, grinta e killer instinct rispetto a quanto fatto dai timidi e tiepidi Hamsik, Cavani e Inler odierni.
Adesso, effettivamente, si fa molto più dura di quanto avevo pensato prima di oggi pomeriggio. Il Napoli dovrà andare a vincere a Udine (cosa molto complicata) e poi battere la Juve nello scontro diretto. E, anche così, resterà pur sempre un punto dietro ai bianconeri... A fine stagione, questi due punti lasciati oggi pomeriggio sull'indegno campo di patate del San Paolo potrebbero fare la differenza tra un ottimo piazzamento e il coronamento di un sogno. Vedremo...
martedì 8 gennaio 2013
serie a: napoli-roma 4-1 e mazzarri ha la meglio su zeman
Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 8 gennaio 2013)
(Il Mattino - 8 gennaio 2013)
Uno scontro anche filosofico era quello tra Zeman e Mazzarri. Da una parte l'integralismo del boemo, che partendo dal presupposto dell’assoluta validità dei propri principi mira a stabilire la propria egemonia in campo, dall'altro il pragmatismo del tecnico toscano, improntato a una visione realistica e pratica e finalizzato a ottenere risultati concreti. Il verdetto è stato inequivocabile, dando ragione alla duttilità e alla capacità di adattarsi all'avversario del Napoli.
La Roma ha provato a fare la partita creando anche alcune situazioni di pericolo. Ma non ha saputo trovare le contromisure per proteggersi dalle ripartenze micidiali dei partenopei. La squadra giallorossa persa palla sì è spesso allungata con i centrocampisti e la linea difensiva, costretta a scappare all'indietro per rincorrere i tagli di Cavani. Era auspicabile un atteggiamento più prudente di De Rossi davanti alla difesa. Il mediano della Nazionale avrebbe dovuto presidiare meglio il castello difensivo dalle scorribande di Pandev e Hamsik. Da questa lacuna nasce il gol dell'immediato vantaggio, realizzato con irrisoria facilità.
Retropassaggio di Gamberini a De Sanctis, Pjanic in pressing sul portiere, palla lunga a centrocampo impattata da Bradley. Sul controllo di Inler sia la mezzala americana che De Rossi avanzano perdendosi alle spalle proprio Pandev. Elementare il passaggio filtrante di Inler per il macedone. Il Napoli può così attaccare la profondità con la sua arma migliore: la velocità. Castan dopo un attimo di imbarazzo è costretto ad accorciare sul portatore di palla, Cavani decodifica immediatamente la situazione e attacca il corridoio dietro di lui. L'assist è preciso come la conclusione dell'uruguagio che di esterno destro infila Goicoechea.
La partita si è incanalata subito sui binari giusti per il Napoli ma questo non è sufficiente a spiegare il 4 a 1 finale. Per arrivare all'essenza del match dobbiamo tradurre il pragmatismo di Mazzarri in atti concreti. La convinzione del tecnico era che il tridente della Roma andasse frenato creando intorno ai suoi interpreti delle sistematiche superiorità numeriche. Da qui la scelta di «agire» col 4-4-2. In questo modo Totti da una parte e Lamela dall'altra avrebbero trovato oltre all'opposizione del terzino anche quella dell'esterno di parte (Maggio a destra e Hamsik a sinistra). Al centro la coppia Britos-Gamberini si sarebbe presa cura di Destro.
In questo modo Mazzarri ha ottenuto anche un altro risultato. Abbassare il baricentro della squadra, risucchiare i giallorossi nella propria metà campo e favorire le incursioni di Cavani in campo aperto. Un capolavoro tattico esaltato anche da una cattiveria agonistica che traspariva dalle espressioni facciali di De Sanctis, di Maggio, di Cavani, del mister stesso. Volti tirati, mandibole contratte, urla di incitamento o di richiamo, quel mix di tensione, aggressività, timore per l'avversario, voglia di vincere da tirar fuori nei momenti decisivi per dare quel qualcosa in più. Quel qualcosa che è mancato alla banda di Zeman. La Roma non ha retto l'urto emotivo con la partita nell'inizio delle due frazioni di gioco e nel finale. Un fattore mentale che, al contrario, Mazzarri cura molto attraverso la cura maniacale dei dettagli. La concentrazione sul match non arriva per grazia ricevuta ma con la consapevolezza di aver studiato al meglio tutte le specificità della gara e averne metabolizzato le soluzioni.
Ad esempio sono sicuro che la posizione di Hamsik come quarto di sinistra a centrocampo avesse lo scopo, oltre che di raddoppiare su Lamela o coprire l’avanzata di Piris, anche di sfruttare, nelle ripartenze, lo spazio alle spalle di Pjanic. Un esempio? 33' del primo tempo: Pjanic si inserisce ma Gamberini capisce tutto, la palla arriva ad Hamsik che la smista di prima su Pandev. Immediatamente si crea il «2 contro 2» centrale. Il Matador è stoppato da Castan. Zeman avrebbe fatto bene a rinunciare a Lamela, mettere Pjanic attaccante esterno e inserire Florenzi a metà campo sulle tracce di Hamsik. Ma avrebbe tradito il suo integralismo, non sia mai.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il sito ufficiale di Adriano Bacconi è www.adrianobacconi.it
martedì 27 novembre 2012
napoli: finora il bilancio è positivo, secondo a - 2 dalla vetta della serie a
Di Diego Del Pozzo
Siamo arrivati a fine novembre e se ne sono andati, dunque, quasi tre mesi di stagione calcistica. Può essere un buon momento, allora, per tracciare un primo bilancio di quanto accaduto finora, in particolare puntando l'attenzione sulla contestatissima - da chi è miope o in malafede - annata del Napoli.
Dopo la pesante vittoria di ieri sera a Cagliari (0-1, con gol decisivo di Hamsik - qui nella foto - al 73') e le concomitanti sconfitte di Juventus e Inter, gli azzurri sono tornati al secondo posto in classifica in Serie A, a due soli punti di distanza dalla capolista Juve. E in Europa League la squadra partenopea si è già qualificata per il turno successivo (i sedicesimi di finale, andata e ritorno a eliminazione diretta) con un turno di anticipo, rendendo praticamente inutile - poco più che un'amichevole, nella quale far giocare un po' di seconde linee e giovanotti assortiti - la gara conclusiva, al San Paolo con il Psv Eindhoven. Ricapitolo: secondo posto in classifica in Serie A (a meno due dalla vetta) e qualificazione europea conquistata in anticipo.
Eppure, mai come quest'anno Walter Mazzarri è contestato e criticato, soprattutto all'interno dell'ambiente napoletano, tra critica locale e tifosi, lasciando spesso sbalorditi gli osservatori esterni per un atteggiamento del tutto irrazionale e ingiustificato, tanto più se si tengono presenti i reali valori tecnici medi della rosa partenopea - Cavani e Hamsik esclusi - e li si confrontano con quelli di avversarie interne come Juventus, Inter, Roma, ma aggiungerei persino Lazio e Fiorentina.
Insomma, seppur avvelenato nel cuore per quanto gli tocca subire quasi quotidianamente, Mazzarri sta compiendo anche quest'anno un nuovo miracolo. Non lo dico io, bensì i numeri, i quali parlano - a questo punto della stagione - del secondo Napoli migliore della sua storia. Nel primo, però, giocava un certo Diego Armando Maradona...
(Articolo pubblicato anche sul sito Napolisoccer.net)
domenica 18 novembre 2012
apologia di walter mazzarri, allenatore odiato a prescindere
Di Diego Del Pozzo
Dopo il 2-2 casalingo di ieri sera contro il Milan, con tanto di rimonta subita dal Napoli (da 2-0 a 2-2), sono tornate a gridare forte le voci - soprattutto napoletane - contro Walter Mazzarri, accusato dai più di essere troppo rigido, non adatto a guidare una squadra di vertice e altre assurdità simili. Assurdità, però, che a furia di essere urlate e ripetute a cantilena stanno diventando quasi leggende metropolitane, in maniera straordinariamente ingenerosa nei confronti di un uomo di calcio che ha letteralmente forgiato questa squadra.
Partiamo dal match di ieri sera. Molti osservatori ingenerosi affermano che il Napoli sul 2-0 non ha giocato più. Gli stessi osservatori, ancora più ingenerosi, urlano che Mazzarri non capisce nulla di calcio. Però, in realtà, durante Napoli-Milan di ieri sera (contro il miglior Milan della stagione, finora), dal 2-0 in poi è accaduto esattamente quanto segue: 1) Insigne solo davanti al portiere prova a passare a Cavani marcato invece di tirare in porta e segnare il 3-0; 2) nel secondo tempo, Hamsik irrompe in area da sinistra, crossa basso a tagliare tutta l'area piccola e Maggio in scivolata non mette dentro da pochi passi; 3) ancora Hamsik si inserisce centralmente in velocità e tira dal limite dell'area sfiorando il palo (e di solito queste azioni le segna otto volte su dieci); 4) Cavani tira forte dal limite dell'area e costringe Abbiati a un'ottima parata; 5) Ancora Cavani tira e sollecita il portiere milanista alla parata, a conclusione di un'azione tambureggiante del Napoli in area rossonera. A questo punto, Napoli-Milan di ieri sera poteva essere tranquillamente sul 4-1, nonostante la serata non felice di molti azzurri, soprattutto dal punto di vista fisico-atletico (lo stesso Cavani è apparso stanco e meno lucido del solito).
E allora, passando dal particolare al generale, mi chiedo: ma è chiaro ai tanti, troppi nemici di Walter Mazzarri che, se al Napoli manca qualche titolare in attacco, dalla panchina deve alzarsi l'ectoplasma di Edu Vargas, mentre il Milan - squadra quest'anno da metà classifica - può tenere Pazzini e Robinho (senza contare il fantasma di Pato) tra le riserve? E non parliamo nemmeno delle possibili rotazioni di Juventus, Inter e Roma (Destro per Osvaldo è un lusso assoluto). Perché, allora, chi non sopporta il tecnico toscano non prova a chiedersi chi è che tiene questa rosa - nella quale vi sono soltanto due veri fuoriclasse, Cavani e Hamsik; oltre a un fuoriclasse potenziale come Insigne e ad alcuni buoni giocatori - ai vertici del calcio italiano da tre stagioni a questa parte (con tanto di Coppa Italia in bacheca), nonostante una società inadeguata a livello di vertice e spesso assente che costringe il tecnico a metterci sempre la faccia anche in questioni che dovrebbero essere risolte dai dirigenti, come avviene in altre piazze? Dove gli altri, infatti, hanno Marotta e Branca (se non direttamente Agnelli e Moratti, quando serve), Galliani, la coppia Sabatini-Baldini, Lotito, Pradè, Lomonaco, ecc. il Napoli ha sempre e soltanto Walter Mazzarri, peraltro - come si è capito da qualche settimana - con i problemi di salute che lo stanno accompagnando e, forse, a fine stagione lo costringeranno a fermarsi per qualche tempo.
Allora, senza voglia di polemica con nessuno, inviterei i detrattori per partito preso a ragionare con maggiore lucidità e meno isteria su che cosa sia realmente il Napoli di questi anni e su ciò che sta facendo in Italia e in Europa, probabilmente mantenendosi ben al di sopra delle proprie reali possibilità tecniche ed economiche. Poi, tanto si è capito che a fine stagione sarà consumato il divorzio tra Mazzarri e Napoli. E allora temo che molti nodi verranno al pettine e che, finalmente, anche i criticoni di professione capiranno quale (chi) fosse il valore aggiunto di questa squadra, Cavani e Hamsik a parte.
Al Mazzarri di questa stagione imputo, finora, un solo errore grave: aver dato il via libera alla cessione di Gargano, peraltro a una diretta concorrente come l'Inter, invece di provare a convincerlo a continuare a far parte di una rosa di 14-15 titolari che avrebbero ruotato tra loro più o meno regolarmente. Ma, ovviamente, anche in questa vicenda la società si è distinta per assenza, delegando ogni responsabilità direttamente al tecnico. Per quanto riguarda, coloro che criticano l'allenatore per il modo nel quale utilizza Insigne e Vargas, nel primo caso è semplicemente in atto un processo graduale che pian piano porterà il talento di Frattamaggiore a una maglia da titolare fisso, senza bruciarlo di fronte a una piazza complessa come quella partenopea (mai tenera con i propri figli); nel secondo, invece, non dimentichiamo che Mazzarri non aveva chiesto né voleva l'attaccante cileno, perché evidentemente non lo reputava (reputa) adatto al gioco che ha in mente di far praticare alla squadra: Vargas, infatti, non ha il fisico, l'atletismo e l'intensità che servono per reggere i ritmi del calcio italiano ed europeo. Poi, sempre guardando alla rosa attuale degli azzurri, mica è colpa di Mazzarri se in panchina non ha nessun altro attaccante (nemmeno un Cristiano Lucarelli, per dire...) che possa surrogare Cavani in caso di bisogno e, dunque, sia costretto a far fare proprio a Vargas un gioco per il quale non è evidentemente tagliato. Lui il centravanti di riserva lo ha chiesto molte volte ai suoi dirigenti, ma loro non glielo hanno mai preso: due anni fa, addirittura, il presidente Aurelio De Laurentiis bocciò e definì vecchio Luca Toni, quando l'acquisto dell'attaccante oggi (due anni dopo!) in gran spolvero alla Fiorentina era stato praticamente concluso. E perché, invece, nessuno ricorda mai il lavoro notevole fatto dallo staff tecnico azzurro su calciatori come Paolo Cannavaro, Totò Aronica (errore col Torino a parte...), Camilo Zuniga o Goran Pandev (rinato al calcio, nonostante la pausa delle ultime settimane)?
Se Mazzarri fosse un po' più diplomatico e meno arrogante sarebbe probabilmente considerato all'unanimità il miglior allenatore italiano in circolazione. Invece, gli si riconoscono al massimo, quasi come contentino, le buone doti di motivatore, tacendo regolarmente il fatto che mezza Serie A, ha copiato e adottato, negli ultimi due anni, la sua difesa a tre e lo schema tattico 3-5-2 con le sue varianti.
(Articolo pubblicato anche sul sito Napolisoccer.net)
giovedì 15 novembre 2012
la storia del calcio dall'enciclopedia treccani
Treccani, l'enciclopedia italiana
Calcio - La Storia Del Calcio
Enciclopedia dello Sport
La storia del calcio sommario:□ Il calcio dalle origini a oggi. □ L'evoluzione della tecnica di gioco. □ Gli schemi tattici. □ Le tecniche di allenamento. □ Le regole. □ L'arbitraggio. □ Le attrezzature e gli impianti. □ Gli stadi del calcio. □ Le organizzazioni internazionali. □ Aspetti legislativi. □ Doping. □ Aspetti economici. □ Il calcio-mercato. □ Il calcio e la televisione. □ Calcio e sponsor. □ Il tifo. □ La violenza e le tragedie del calcio. □ I grandi incidenti delle squadre. □ Gli scandali del mondo del calcio
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venerdì 9 novembre 2012
cavani sempre più mostruoso: quattro gol al dnipro in europa league
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| Un Edinson Cavani davvero mostruoso realizza ben quattro gol al San Paolo contro il Dnipro Dnipropetrovsk allenato da Juande Ramos e trascina il suo Napoli alla rimonta dal 1-2 del 75' fino al definitivo 4-2 nel match di Europa League di ieri sera. Pazzesco!!! (foto di Sergio Siano) |
sabato 3 novembre 2012
l'arroganza truccata da perbenismo...
"I deboli su questa terra non sono rappresentati. Per questo ho sempre detestato la Juventus, l'immagine dell'arroganza truccata da perbenismo. Per me vincere era un incidente di percorso, per loro una condanna" (Ezio Vendrame, calciatore e poeta).
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