lunedì 2 gennaio 2012

napoli: un grande 2011 anche dal punto di vista economico

Di Francesco De Luca
(Il Mattino - 2 gennaio 2012)

Non solo Mazzarri e gli azzurri offrono importanti numeri. Mentre la squadra avanza in Europa e va all’assalto del terzo posto, la società firma il quinto consecutivo bilancio in utile. Il dato conferma la qualità della politica economico-finanziaria del Napoli, che ha intrapreso questo percorso ancor prima del Fair play imposto dall’Uefa.
La stagione 2010-2011 si è chiusa non soltanto con la qualificazione in Champions League, attesa per ventun anni, ma anche con un attivo di 4.197.829 euro. Aumentano gli investimenti sul mercato e gli stipendi, tuttavia i conti di De Laurentiis tornano sempre. Il presidente lo ha fatto notare nell’assemblea degli azionisti della Ssc Napoli, che ha un capitale sociale di 501.000 euro e quote azionarie cosi suddivise: 99,80 per cento Filmauro e 0,20 De Laurentiis. Peraltro, grazie agli utili realizzati dal 2007 in poi, più ricco è diventato il «fondo di riserva volontario»: un tesoretto a disposizione del club pari a 22.045.401 euro.
Il presidente sottolinea nella relazione: «Pur proseguendo nel sistematico e costante perseguimento di politiche gestionali volte al miglioramento e al rafforzamento del profilo tecnico-qualitativo del parco calciatori e dello staff tecnico, con ulteriori e significativi investimenti effettuati tanto sotto il profilo patrimoniale che sotto quello del monte ingaggi, la società continua a conseguire e mantenere apprezzabili condizioni di equilibrio economico e finanziario dei conti aziendali». Il valore della produzione, quantificato in 131.476.940 euro, ha avuto un incremento di 20,6 milioni rispetto al 2010 grazie agli incassi allo stadio, agli introiti per sponsorizzazioni e diritti televisivi (dall’Uefa 3,9 per i match di Europa League). Evidenziati il decremento dei debiti verso la controllante Filmauro e l’assenza di indebitamento bancario.
Sui risultati della squadra De Laurentiis rileva: «Sono importanti e ancor più significativi sotto il profilo della strategia di crescita perseguita dalla società e degli obiettivi economico-finanziari. La Ssc Napoli continua ad essere una società con moderni e ambiziosi programmi, che dal punto di vista sportivo, dopo aver raggiunto in soli tre anni la promozione in serie A, si pone l’obiettivo di competere in maniera sufficientemente stabile nell’ambito delle competizioni internazionali». Il presidente insiste sull’importanza del cosiddetto Brand equity, per rafforzarsi attraverso operazioni commerciali legate al marchio Napoli, e del settore giovanile, «asset strategico per la crescita del patrimonio aziendale e lo sviluppo del potenziale sportivo della squadra». Annunciate «iniziative finalizzate al potenziamento della prima squadra e del settore giovanile, mantenendo inalterata la filosofia dell’investimento capace di dare frutti nel tempo», come è accaduto con il ventiduenne cileno Vargas, e l’intenzione «di puntare sia allo sviluppo delle attività esistenti ma anche investire su settori capaci di generare proventi non ancora adeguatamente sviluppati o implementati, come il merchandising».
C’e preoccupazione per eventuali problemi legati ai ricavi dai diritti televisivi. «La società, alla stregua delle altre, lega i suoi principali proventi al mercato dei diritti radiotelevisivi e pertanto, ove il mercato in questione dovesse subire una grave flessione degli introiti, anche la situazione economica della Ssc Napoli potrebbe subire ripercussioni negative». A differenza della precedente stagione, quando non c’era stato un corrispettivo economico per gli amministratori, è stato stabilito un compenso per i cinque componenti del consiglio d’amministrazione (De Laurentiis, sua moglie Jacqueline, i figli Edoardo e Valentina e il dirigente Chiavelli), per un importo complessivo di 2.999.000 al lordo delle imposte. Ufficializzato il dato di 12mila abbonati per questa stagione. Spulciando il bilancio al 30 giugno 2011, emergono una serie di interessanti dati. C’è stata una riduzione di 7,2 milioni degli introiti per lo sfruttamento dei diritti di immagine dei calciatori, aspetto contrattuale a cui De Laurentiis tiene particolarmente. Hanno superato i 3 milioni le spese per il lavoro degli osservatori in giro per il mondo e la mediazione dei procuratori. Il fitto di campi e uffici di Castelvolturno si è abbassato di 60mila euro (240mila). Più cari, invece, il canone per il San Paolo, basato sugli afflussi allo stadio (1.020.830, +85 per cento) e le spese per il servizio controlleria, aumentate di 737.228 euro. A proposito dei calciatori, versati al Liverpool altri 250mila per l’acquisto di Dossena dopo la qualificazione in Champions e incassato dal Parma un «premio di valorizzazione» di 800mila euro per Lucarelli, peraltro quasi mai utilizzato per problemi fisici. Il Napoli ha un contenzioso con il Real Saragozza per l’ultima tranche di Contini (550mila euro) e finirà di pagare Cavani al Palermo il 31 marzo 2014, rata da 1,2 milioni.

mercoledì 14 dicembre 2011

libri sotto l'albero: un capolavoro di saggistica calcistica

Di Mario Pagliara
(Gazzetta.it - 12 dicembre 2011)

Involontariamente forse, ma Sandro Modeo, parlando di un genere, ne ha inventato un altro. Modeo ha scomposto la sublimazione del calcio totale di origine olandese, divenuto il punto più alto del calcio postmoderno incarnatosi nel Barcellona di Pep Guardiola, finendo per scrivere un libro-totale: l'ultima frontiera della saggistica sul calcio. Una narrazione complessa, a tratti sfuggente, che ha il calcio totale, il totaalvoetbal, come bussola ma che utilizza come strumenti della narrazione la biologia, la fisica quantistica, la neuropsicologia, la letteratura, la musica, l'arte, la storia e la geografia. La tesi è semplice: "Il calcio è l'unico fenomeno culturale innovativo in un'epoca così ripetitiva". Lo svolgimento, però, è complesso, argomentato, a tratti geniale: il calcio va analizzato come un'opera d'arte. Ne esce Il Barça, un bel libro, forse il più originale (anche il migliore) pubblicato nel 2011. Parla di un buon calcio e ci invita a una lettura appassionante.
Modeo naviga attraverso una doppia galassia parallela. Da un lato rimette ordine nella storia del calcio totale; dall'altro ricerca nella scienza e nelle arti il genoma di questa invincibile armata, il Barcellona di Guardiola. Il Barça dei giovani della Masia diventa nella prosa di Modeo esempio di un organismo geneticamente modificato. Il calcio totale non nasce in Catalogna, ma qui, seguendo la teoria "in quel luogo, in quel tempo e da quel polo di attrazione" professata nella prefazione dal nostro Paolo Condò, si evolve, si sublima, fino a raggiungere la perfezione. Così Vic Buckingham, Rinus Michels, poi Johan Cruijff, Bobby Robson e il colonnello Lobanovskij diventano i patriarchi del calcio totale; Sacchi, Zeman, Van Gaal, Rijkaard gli apostoli; e infine Guardiola. L'uomo che ha condotto il calcio totale all'eccellenza.
La metafora più affascinante a cui ricorre Modeo per rappresentare le dinamiche del gioco del Barcellona ci è parsa quella del Barça come il quantum di luce della fisica quantistica: ovvero, la continuità assoluta delle parti continue e di quelle discrete. "Non c’è un qui e un lì - scrive Modeo -, ma tutta una schiera di stati intermedi corrispondenti a miscele di quelle possibilità: un po' di qui e un po' di lì, sommati tra loro. E così il gioco del Barça è un continuum composto da parti discrete". Il calcio totale assume una dimensione polifonica e diventa una commistione di generi: come le Lezioni americane di Italo Calvino così il Barça è rapido, esatto, visibile, molteplice, complesso, leggero; è una squadra che suona come Kid A e Amnesiac dei Radiohead, o che sembra la suite dei Pink Floyd; oppure è una "squadra liquida", parafrasando la teoria della società liquida di Zygmunt Bauman, il più grande sociologo contemporaneo.
Modeo gioca nella sua opera un "piccolo" Clasico. Scrive: "Oggi le due tendenze calcistiche dominanti sono il sistema-Barça e la prospettiva-Mourinho. Non si tratta solo della rivalità frontale, quasi scacchistica, tra i due coach. Si tratta di due modelli culturali, paralleli e opposti". Il sistema-Barça è la massima espressione del calcio totale, nell'accezione più pura; la prospettiva-Mourinho si muove su parametri diversi: giocatori funzionali e congeniali al suo metodo, con i campioni ma non coi prodotti del vivaio, gioco attendistico, corsa e forza fisica. Il sistema-Barça è più completo e flessibile, sembra avere risorse infinite, lancia talenti e valorizza la Cantera, ha il senso dello spazio e la dominante del possesso della palla.
Il libro di Modeo ci è sembrato, in conclusione, la risposta a tutti quei discorsi da bar incentrati su "con quei giocatori lì, al Barcellona vincerei anch'io". Si propone come l'omaggio a una filosofia, si offre come il riconoscimento all'uomo umile e al tecnico innovatore Guardiola. Se il Barça è molto più che una squadra (mes que un club), tra le pieghe di questo saggio abbiamo trovato l'ennesima prova che il calcio è molto più di un gioco.

Sandro Modeo, Il Barça, Isbn edizioni - 208 pagine, 13.90 euro (prefazione di Paolo Condò, postfazione di Irvine Welsh)

domenica 11 dicembre 2011

liga: il barcellona ancora una volta padrone al bernabeu

Di Stefano Cantalupi
(Gazzetta.it - 10 dicembre 2011)

Il Clasico continua a essere proprietà del Barcellona. Il 20 aprile 2011 continua a essere la data dell'unica vittoria di Mourinho su Guardiola da tecnico del Real Madrid, in 8 incontri. Il 7 maggio 2008 continua a essere il giorno dell'ultimo successo dei blancos nelle sfide col Barça in campionato. E, soprattutto, i campioni in carica continuano a dettare legge in quanto a gioco, classe e qualità, al di là di ogni numero e al di là di quello che dice la classifica. Il Real Madrid perde 1-3 la partitissima del Bernabeu, anticipo della 16ª giornata della Liga. E si fa agganciare al comando, anche se resta virtualmente a +3 per via della gara da recuperare rispetto agli eterni rivali.
La prima notizia degna di nota della serata precede addirittura il fischio d'inizio: è lo schieramento scelto da Mourinho, che opta per una mezzapunta in più (Ozil) e un mediano in meno (Khedira) nel 4-2-3-1, con tanti saluti all'atteggiamento sparagnino della scorsa stagione. Guardiola preferisce Sanchez e Fabregas a Pedro e Villa come cast di supporto di Messi nel trio d'attacco, mentre cosa volesse fare in difesa non lo sapremo mai. Il motivo? Semplice: dopo 23 secondi è già 1-0 per il Real Madrid, perché Valdes liscia malamente un rinvio dal fondo e Busquets viene centrato prima dal passaggio di Di Maria e poi dal tiro sballato di Ozil, con la carambola che finisce a Benzema prontissimo a insaccare. E a quel punto, pur con Alves, Piqué, Puyol e Abidal contemporaneamente in campo, Pep passa subito alla difesa a tre.
Il gol immediato fa sì che la partita si apra immediatamente, con Casillas che al 7' è già chiamato al primo intervento da "san Iker" sul rasoterra di Messi. Ma il Real Madrid, che può chiudersi e ripartire, non sta a guardare e con Ronaldo ha due chance di raddoppiare: fiacco il primo tiro, orribile il destro con cui spreca un sublime assist di Benzema. Poco prima della mezz'ora iniziano le sportellate: la classe leggera e sgusciante di Messi e Di Maria propizia le ammonizioni di Xabi Alonso e Sanchez, mentre qualche minuto più tardi è il Pallone d'oro a beccarsi un giallo per proteste e a rischiare il clamoroso rosso per un intervento pericoloso prima dell'intervallo. La "panolada" del Bernabeu non convince un arbitro di personalità come Fernandez Borbalan. In mezzo, però, la Pulga trova modo di far qualcosa che cambia la storia del match, vale a dire l'assist filtrante che ispira l'1-1 di Sanchez, con l'ex Udinese che elude il rientro del duo portoghese Coentrao-Pepe e trova l'angolino basso col destro in diagonale.
Dagli spogliatoi esce di nuovo meglio il Real Madrid, Ronaldo fa ammonire Piqué e calcia un paio di punizioni, la seconda delle quali scalda le mani a Valdes. Poi, però, il flipper che si era messo in moto sul vantaggio madridista si aziona nuovamente, premiando stavolta i catalani: Xavi calcia di destro al volo, il pallone incoccia Marcelo e finisce in porta dopo aver ingannato Casillas. Il Barça la sfortuna se l'era andata a cercare con la follia di Valdes, il Real invece è solo jellato, ma la sostanza non cambia. La botta dell'1-2 è forte per i blancos, Mourinho prova a scuoterli inserendo Kakà per lo spento Ozil, ma i cambi successivi dello Special One saranno dettati dalla disperazione, visto che Khedira deve rilevare un Diarra a rischio rosso e Higuain fa il suo ingresso nel match al posto di Di Maria quando il Real Madrid è già sotto di due gol. Sì, perché il Barça punisce un altro incredibile errore di Ronaldo (colpo di testa fuori da pochi passi) con la rete dell'1-3. E la dimostrazione di che razza di squadra sia questa viene dal fatto che a confezionare il gol siano i due blaugrana fin lì più opachi, con Alves a pennellare il cross e Fabregas a tuffarsi per la zuccata imparabile.
Resta quasi mezz'ora di tempo al Real Madrid per tentare la rimonta, ma non c'è più la forza mentale per farlo. Benzema e Kakà avrebbero la chance di riaprire il match, ma per ogni occasione madridista ce ne sono tre catalane, con Iniesta che porta a scuola tutti i presenti sul campo e anche chi lo fischia al momento della sostituzione al 90'. Quando l'arbitro decide che può bastare, la conclusione del 216° Clasico (85ª vittoria del Barça contro le 86 della Casa Blanca e 45 pareggi) coincide con la riapertura ufficiale della Liga, semmai qualcuno l'avesse considerata chiusa. Il popolo del Bernabeu esce deluso, tributando comunque un coro a Mourinho. Ma il portoghese ha altro per la testa: dovrà evitare che le cose prendano la piega della scorsa stagione, quando la prima sfida di campionato col Barça segnò i mesi successivi, fino al trionfo totale blaugrana. L'unica sua consolazione è che almeno, stavolta, la sconfitta non costa il sorpasso in vetta. Chissà se basterà? Intanto stringe la mano a Tito Vilanova a fine match, un gesto che gli fa onore, dopo i colpi proibiti tra lui e il vice di Guardiola nella Supercoppa spagnola. Annotazione finale: Ferguson a maggio scelse di sfidare il Barça senza chiudersi troppo e il Manchester Utd perse la finale di Champions League per 3-1. Notate qualche similitudine con la scelta di Mourinho di stasera e con l'esito della stessa?

giovedì 8 dicembre 2011

champions: nel "gruppo della morte" si qualifica il napoli!

Di Mario Zaccaria
(Ansa - 7 dicembre 2011)

Tutti in coro ''Oj vita, oj vita mia''. Cantano i quattromila tifosi del Napoli allo stadio El Madrigal. Gli azzurri sono negli ottavi di finale di Champions League. Per una squadra "rinata" da pochi anni dopo il fallimento è un traguardo prestigioso, grazie al quale la squadra, l'allenatore, il presidente entrano nella storia della società che non aveva mai realizzato un'impresa simile. Serviva una vittoria al Madrigal di Vila-Real e il Napoli la realizza. Senza grandi affanni, senza troppe sofferenze. D'altronde - e lo si era ben capito in occasione dei cinque precedenti incontri del girone - in questo momento la differenza tra le due squadre è netta. Il Villarreal è in crisi profonda e non è un caso che concluda con zero punti in classifica la sua stagione europea.
L'impresa del Napoli è davvero eccezionale (qui, nella foto, l'esultanza dei calciatori azzurri dopo il primo gol di Inler). A Vila-Real mai nessuna squadra italiana era riuscita a portar via l'intero bottino. La squadra di Mazzarri, però, scende in campo con una sola idea in testa: la vittoria. Troppo diversa la determinazione tra le due squadre in campo, troppo grandi le motivazioni del Napoli, troppo pressanti, nella mente e nel cuore dei giocatori del Sottomarino giallo, i problemi di classifica nella Liga per trovare la concentrazione giusta e la forza mentale di giocarsela fino in fondo. "Perché, per chi", si saranno inconsciamente chiesti i padroni di casa? Spazzati via, fugati in una notte magica per il Napoli e per Napoli anche i dubbi e le preoccupazioni del presidente De Laurentiis su un ipotetico premio a vincere che il proprietario del Manchester City avrebbe potuto mettere in campo per alterare artificiosamente gli equilibri del girone e favorire la sua squadra a danno dei partenopei.
All'inizio, per la verità, il Napoli è contratto e timoroso. Nel primo tempo, anzi, gioca la sua peggior partita nel torneo di Champions. Si vede lontano un miglio che gli uomini di Mazzarri sentono la responsabilità di un momento così importante. Sembra quasi che ai partenopei tremino le gambe, che siano più concentrati a difendere la propria porta, piuttosto che proiettarsi in avanti alla ricerca del gol decisivo. Il gioco è equilibrato e le azioni si svolgono ora da una parte ora dall'altra. In campo non c'è cattiveria, anche se l'arbitro norvegese Moen dispensa diverse ammonizioni tra gli spagnoli. Il centrocampo del Villarreal è quasi sempre in inferiorità numerica perché Hamsik scala molto spesso dietro la linea d'attacco per dare una consistente mano in mezzo al terreno di gioco. Ma nonostante ciò, è sull'impostazione delle manovre offensive che gli azzurri appaiono in difficoltà. Quando parte l'azione, chi deve farsi trovare a centro dell'area per la finalizzazione è sempre troppo lento e arriva in ritardo.
Nelle primissime fasi di gioco il Napoli si procura una limpida occasione con Zuniga che conclude debolmente tra le braccia di Diego Lopez. Per tutto il resto del primo tempo, sotto le due porte, nulla da segnalare. La ripresa si apre con una limpida opportunità per De Guzman che si impappina solo davanti a De Sanctis e non riesce a concludere. Poi per forza d'inerzia è il Napoli a guadagnare campo, a mantenere con più continuità in mano il pallino del gioco e a cominciare ad affacciarsi minacciosamente in area di rigore. Dopo un paio di occasioni fallite, Inler trova dalla distanza la via della porta. La replica è affidata a Marek Hamsik e la partita può dirsi conclusa. Rimane solo spazio per la gioia dei tifosi partenopei che hanno invaso il piccolo stadio spagnolo. Ed è solo l'inizio dei festeggiamenti, destinati a durare a lungo, per il raggiungimento di un traguardo che a inizio di stagione sembrava solo un miraggio.

lunedì 5 dicembre 2011

addio a socrates: l'omaggio di uno scrittore calciofilo

Di Marco Ciriello
(Il Mattino - 5 dicembre 2011)

Era uno strano tipo di calciatore. Aveva la faccia da Cristo allegro del sud, i ricci, la barba nera e folta, era alto (1,93 con un 37 di piede), predicava Gramsci, giocava a calcio in modo elegante e sorrideva triste: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira (57 anni). Morto ieri a San Paolo, per una infezione intestinale che si era andata ad aggiungere a un quadro clinico disastrato, conseguenza dell'abuso di alcol. Era uno splendido perdente, capitano di un Brasile meraviglioso (con Junior, Serginho, Zico, Eder, Falcao, Cerezo) che non riuscì a vincere i due mondiali che doveva avere in tasca (1982-1986).
"Sócrates Souza, pediatra", diceva la targhetta di lato all’entrata di casa sua. Sì, perché lui era anche dottore, anzi lo era prima di essere calciatore, poi cantante, pittore, commentatore sportivo per giornali e tv. Ma la passione era la medicina non era mai venuta meno: "Il calcio si esaurisce presto - diceva -, la medicina resta e serve di più". Era il riassunto di un'epoca e di un pallone che non c'è più. Socrates non correva, pensava. Non crossava, la dava di tacco. Se dribblava era per tirare in porta e segnare, non per superare l'avversario. Si muoveva a testa alta, con uno stile da aristocratico. Mai stato veloce, agile sì. Aveva lunghe gambe e un tocco leggero. Era una gazzella marxista, un po' intellettuale e molto cazzaro. Non aveva la disperazione di Garrincha anche se poi li ha fregati entrambi l'alcol, ma gli è mancata la determinazione che calciatori molto meno bravi di lui hanno avuto, vincendo il mondiale.
Il suo gol all'Urss, a Spagna ’82, è indimenticabile: un dribbling, una finta che apre la difesa e tiro da fuori area che si infila nell'angolo alto. Braccia alzate dentro maglia gialla e verde. Anche quello che fece a Zoff non era male, gliela mise tra lui e il palo, con una potenza e una velocità che tradirono per un attimo il suo animo: ai mondiali succede (segnò molto per un centrocampista: 76 gol in 157 partite ufficiali con le squadre di club, 22 reti in 60 partite con la maglia del Brasile). C’era in lui e nel suo gioco una sorta di ricorso alla semplicità, all’utilità della squadra, che poi erano anche i principi della democrazia corinthiana, un esperimento che Socrates si inventò durante gli anni della dittatura brasiliana. Applicare il socialismo in campo e nella vita della squadra, in attesa di estenderlo al Paese, usare le maglie e i corpi dei giocatori per inviare messaggi di democrazia. "I calciatori sono artisti e quindi hanno molto potere nelle loro teste", diceva fiducioso, poi ha cambiato idea vedendo il nuovo calcio.
Per lui, il pallone era la continuazione non solo dei giochi ma anche dei libri di infanzia e giovinezza. Ammirava i filosofi greci - "Una degna professione" - e raccontava a tutti che stava finalmente scrivendo un romanzo, sui mondiali in Brasile del 2014 con l’Argentina che vinceva. Chissà se era una storia come la canzone Notte speciale per un disco rimasto inedito, che parlava di un uomo che aspetta la donna che ama e per non fare figuracce si mette a pulire la casa prima dell’appuntamento, "soprattutto la cucina, mi piacciono le metafore". Però in Italia disse chiaro e tondo che un anno, alla Fiorentina, poteva bastare, se ne tornò in Brasile. Il campionato italiano richiedeva sacrifici che non poteva accettare. Ribadendo il suo diritto di fumare, bere e giocare un calcio diverso. La sua vita è stata una corrida lenta, allegra e senza cadute, peccato sia arrivato in fretta alla fine.

mercoledì 23 novembre 2011

champions: un grande napoli batte il city e lo scavalca nel girone

Di Mario Zaccaria
(Ansa - 23 novembre 2011)

A volte i miracoli si realizzano. Anche nel calcio. Il Napoli batte 2-1 il Manchester City e lo scavalca in classifica. Ora la qualificazione agli ottavi di finale della Champions League non è più soltanto un sogno. Certo, occorrerà vincere l'ultima partita a Villarreal, per essere matematicamente certi, ma a questo Napoli dei miracoli nulla appare impossibile. Oggi serviva la partita perfetta ed il Napoli l'ha giocata. La vittoria degli azzurri non ha nulla di casuale. E' meritatissima ed anzi, viste le occasioni create, il risultato finale avrebbe potuto e dovuto essere ancora più rotondo. Il Manchester City conferma quello che si era visto nella partita d'andata, quando solo una punizione di Kolarov aveva nascosto le magagne: la squadra di Mancini soffre il Napoli, non riesce ad inquadrarlo, va in soggezione di fronte all'organizzazione del gioco ed alla velocità degli azzurri.
E dire che gli inglesi hanno un potenziale che è oggettivamente di tutt'altro spessore rispetto agli avversari. D'altro canto basta dare uno sguardo alle due panchine per rendersi conto del divario. Mancini vi fa accomodare ad inizio partita gente con Aguero e Nasri, per citare solo i due più noti, ognuno dei quali, da solo, sarebbe in grado di cambiare in meglio i connotati di qualsiasi squadra al mondo. Ma questa sera il Napoli è troppo forte e sicuro di sé. Sospinta dal pubblico, la squadra di casa aggredisce l'avvesario in ogni parte del campo, non gli dà tregua, non lo fa respirare. Il Napoli è aggressivo a centrocampo ma anche veloce e risoluto in attacco. Lavezzi è in una di quelle sue serate in cui è quasi impossibile mantenerlo. Si piazza sul fronte sinistro dell'attacco partenopeo e le sue incursioni mettono sempre in grande difficoltà la retroguardia inglese. Il Manchester City ha il predominio del gioco a centrocampo dove Touré detta i tempi dell'azione, ma la manovra della squadra di Mancini è spesso troppo lenta, compassata e questo consente ai difensori napoletani di predisporre con calma e precisione le marcature.
Le possibilità della squadra di casa di far partire i suoi micidiali contropiedi si accrescono ovviamente dopo il gol del vantaggio di Cavani perché inevitabilmente il City, per recuperare il risultato, è costretto a venire fuori, a spingere maggiormente con Zabaleta e Kolarov sulle fasce e, dunque, ad offrire ai velocisti azzurri maggiori margini di manovra. Gli inglesi sembrano impacciati e forse anche un po' presuntuosi. Raggiungono il pareggio solo grazie ad un gravissimo errore di Aronica che, invece di spazzare il pallone in tribuna dal centro dell'area piccola, lo serve a Silva sulla cui conclusione, deviata da De Sanctis, Balotelli insacca comodamente a porta vuota. Ma è all'inizio della ripresa che il Napoli dà il meglio di se stesso. Subito prima e subito dopo il gol del raddoppio di Cavani (nella foto, la sua esultanza), la squadra di Mazzarri dà veramente spettacolo ed a tratti sembra incontenibile.
Con il trascorrere dei minuti il Manchester City sposta in avanti il baricentro del gioco ed il Napoli crea clamorose occasioni per chiudere la partita, prima con Lavezzi, che si fa respingere la conclusione da Hart, poi con Hamsik, che colpisce il palo ed infine con Maggio che, solo davanti al portiere, si fa anticipare. Gli ultimi minuti sono di sofferenza acuta. Entra anche, tardivamente, il Kun Aguero e si teme che il genero di Maradona dia il dolore più grande ai tifosi del Napoli. La gente dagli spalti fa partire un boato ad ogni azione degli inglesi che si consuma con un nulla di fatto. Poi c'è il trionfo. Ora ci si concentra sulla trasferta in Spagna che potrebbe davvero sancire la più grande sorpresa dei gironi eliminatori di Champions: come nella storia di Davide e Golia, il piccolo Napoli elimina la grande corazzata Manchester City che sta dominando la Premier League.

lunedì 21 novembre 2011

napoli-lazio 0-0: l'analisi tattica del pareggio tra mazzarri e reja

Di Adriano Bacconi
(Il Mattino - 21 novembre 2011)

Mazzarri, per la prima volta dall'inizio dell'anno, decide di non snobbare il campionato prima di un incontro di Champions, conscio dell'importanza di battere un'avversaria diretta e accorciare la classifica, per cui formazione tipo (ad eccezione di Dzemaili al posto del convalescente Gargano) e atteggiamento iniziale aggressivo. Reja, invece, vuole solo limitare i danni, mancandogli i leader della difesa (Dias) e dell'attacco (Klose) e avendo un primo posto da preservare più che da implementare. Per cui il fatto che il Napoli abbia finalizzato molto di più (12 tiri contro 4) e sia arrivato spesso al cross (27 contro 18) è logica conseguenza delle scelte dei due allenatori più che una nota di merito per i padroni di casa.
L'inizio gara era stato promettente per gli uomini di Mazzarri che per 20' manovrano con velocità. Emergono però presto due evidenti difficoltà. La prima: la spinta "automatica" di Maggio e Dossena induce i centrocampisti a cercare a occhi chiusi il cambio di gioco in fascia rinunciando a priori alla giocata "dentro" sugli attaccanti. Cavani, che spesso fa il movimento a rientrare per poi buttarsi oltre la linea difensiva, è sempre ignorato. La seconda: Inler si posiziona basso, braccato da Hernanes, con Hamsik e Dzemaili interni alti, troppo alti. In quella posizione si vanno spesso a schiacciare sugli attaccanti, chiudendosi gli angoli di gioco e facilitando la densità centrale dalla Lazio.
Le difficoltà dell'ex parmense sono anche psicologiche ormai e l'errore di misura al 22' (assist in area a Cavani servito sui piedi invece che sulla corsa) lo testimoniano. Rimane il lancio lungo a scavalcare il traffico ma anche ad eliminare dal gioco i giocatori più qualitativi del Napoli (Hamsik in particolare).
Problematiche che hanno riflessi negativi per i padroni di casa sul diagramma del match. Il Napoli dovrebbe abbassare il baricentro, rifiatare e cercare qualche ripartenza. Invece continua a stare alto accentuando, se possibile, pressing e confusione. Per cui alla fine le opportunità del contropiede ce le hanno gli ospiti, che però non sfruttano alcuni break interessanti come quello al 41’ quando Radu intercetta un passaggio orizzontale del maldestro Dzemaili e accelera centralmente. Buon per il Napoli che Cissé è un fantasma e Sculli gira sempre troppo a largo. Solo un minuto prima un ottimo raddoppio di Inler su Hernanes aveva però aperto un'altra fase della partita. Il nazionale svizzero alza la testa e vede il taglio profondo di Cavani, il lancio verso il bomber spacca improvvisamenta in due la squadra avversaria e apre spazi fino ad allora mai visti. Si avventa Hamsik sulla corta respinta aerea di Radu, Maggio arriva a sostegno ma il passaggio decisivo è ancora fuori misura. I padroni di casa ritrovano velocità. Inler trasforma i recuperi difensivi in opportunità per ripartire e al 44' si vede il primo passaggio filtrante degno di questo nome. Sarà Stankevicius ad anticipare Cavani in angolo.
Nella ripresa Mazzarri decentra Lavezzi. Con le sovrapposizioni di Dossena si crea immediatamente il 2 contro 1 nella zona di Konko e arrivano le prime palle gol vere. Il Napoli pensa di aver trovato la chiave giusta per scardinare il bunker di Reja e in effetti il gol arriverebbe anche, ma un fuorigioco inesistente fischiato a Maggio tiene il punteggio in parità. Reja ripresosi dalla shock, cambia inserendo Matuzalem al posto del sempre più abulico Hernanes. La Lazio ritrova equilibrio e fiducia. Gargano entra per Dzemaili ma i benefici non sono immediati. Mazzarri non ci sta e cambia ancora. Butta dentro Pandev e arretra Maggio. Una mossa già vista. Il sistema di gioco diventa il 4-3-3. Reja si spaventa e toglie Sculli per Gonzalez. Passa a 4-5-0, visto che Cissé è inesistente. Lascia di fatto campo libero ai padroni di casa che ringraziano e partono in forcing. Dall'85' al 94' il Napoli produce il suo massimo sforzo e anche qualche clamorosa palla-gol. Le mischie, gli errori sotto porta di Lavezzi, le acrobazie di Marchetti lasciano l'amaro in bocca ai tifosi partenopei. Ma per vincere partite di questo genere serve una continuità di gioco che, forse, il Napoli oggi non ha.

sabato 12 novembre 2011

bella notizia! in arrivo un libro italiano sulla storia dell'arsenal!

Di Diego Del Pozzo

S'intitola London Calling ed è il nuovo libro di due super-esperti di calcio britannico come Luca Manes e Max Troiani; lo pubblica Bradipolibri (una garanzia!) ed è dedicato, come recita il sottotitolo, a La storia dell'Arsenal e di un secolo e mezzo di football all'ombra del Big Ben.
Insomma, chi ama il grande calcio inglese del passato e del presente e, ovviamente, chi tifa Arsenal non può assolutamente perderlo. Tanto più che il volume in questione si apre con una prefazione di Massimo Marianella, appassionata voce ufficiale del football "Made in England" su Sky Sport ma soprattutto tifoso doc dei Gunners.
London Calling - che è anche un blog dedicato, dove i due autori terranno aggiornati gli appassionati - sarà in libreria nelle prossime settimane. Per ora, ecco qui sotto la spettacolare copertina.

venerdì 4 novembre 2011

inghilterra: quel gol di billy sharp che ha commosso una nazione

Di Diego Del Pozzo

Nei match dello scorso turno infrasettimanale della Championship inglese è stato segnato un gol, peraltro tecnicamente pregevolissimo, molto diverso da tutti quanti gli altri. Lo ha realizzato Billy Sharp, il capitano dei Doncaster Rovers - team che chiude la classifica di quella che è la seconda divisione del calcio inglese -, nell'incontro casalingo perso contro il Middlesbrough. E la sua storia è riuscita a commuovere un'intera nazione.
Ma vediamo meglio ciò che è accaduto martedì sul terreno di gioco del Keepmoat Stadium, a partire proprio dal bellissimo gesto tecnico di Sharp, che ha colpito al volo di sinistro la palla dal vertice esterno dell'area avversaria e ha battuto con un perfetto diagonale il portiere del 'Boro. Subito dopo, però, il giocatore del Doncaster ha alzato la maglia per mostrare una scritta (qui, nella foto): "That's for You Son", cioè "Questo è per te figlio mio". Purtroppo, però, s'è trattato di una dedica molto, molto amara, perché Louie Jacob Sharp, il suo bambino di due anni, è venuto a mancare pochi giorni prima del match.
In ossequio al tremendo dolore di Billy Sharp, si era già osservato, naturalmente, un minuto di silenzio prima dell'inizio della gara. "Billy è venuto da me - ha poi raccontato in conferenza stampa il manager dei Rovers, Dean Saunders - e mi ha detto che voleva giocare comunque e segnare per il figlio: e non avrebbe potuto realizzare un gol migliore, è incredibile; come se fosse stato tutto già scritto".

mercoledì 2 novembre 2011

champions: bayern-napoli secondo massimo de luca

Di Massimo De Luca
(Circo Massimo - 2 novembre 2011)

Il martedì europeo di Napoli e Inter ha seguito un copione un po' sorprendente. Alla fine tutto è andato, sostanzialmente, come previsto ma, in mezzo, c'è stato spazio per emozioni e brividi che non erano tutti in preventivo. Al tirar delle somme, l'Inter è quasi qualificata (e non poteva non andar così, con un girone tanto morbido, nonostante l'inaudito scivolone inaugurale in èra-Gasperini), mentre il Napoli deve giocarsi il futuro faccia a faccia con Mancini e il suo travolgente Manchester City.
Il Napoli ha rischiato il crollo, e questo non era nelle previsioni, pur sapendo che il Bayern è di altro livello. E proprio quando gli scricchiolii si moltiplicavano, accompagnati dai 3 gol in 40' dell'implacabile Mario Gomez, la squadra si è riaccesa, tornando, a tratti, il Cavaliere elettrico dei momenti buoni, e spingendo la rimonta fino a sfiorare l'incredibile pareggio al penultimo respiro (l'ultimo è stato quello di De Sanctis che, avventuratosi anch'egli in attacco, s'è dovuto far di corsa tutto il campo per togliere di porta il pallone del 4-2).
L'esultanza dei tedeschi al fischio finale esprime meglio di qualsiasi parola la paura che devono aver provato. Padroni del campo e del punteggio, avevano cominciato a fare melina e torello fin dalla mezzora del primo tempo. Averli seriamente spaventati con un'ottima ripresa, in parte giocata in inferiorità numerica, è gran titolo di merito per il Napoli. Mazzarri ha diritto di pensare che un avvìo di gara meno timoroso avrebbe potuto produrre un altro risultato, ma contemporaneamente ha il dovere di riflettere sull'evidente stanchezza di Cavani, ormai appannatosi in maniera preoccupante, come della scarsa incisività di Hamsik. La Juve in arrivo non pare disposta a perdonare molto più del Bayern [...].