giovedì 26 novembre 2020

È morto Diego Armando Maradona: il calcio perde il suo D10S (il mio articolo scritto ieri per "Il Crivello")

Condivido anche qui l'articolo che ho scritto ieri per il quotidiano online Il Crivello sull'improvvisa morte di Diego Armando Maradona. (d.d.p.)

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Questo maledetto 2020 della pandemia da Covid-19 s’è portato via anche Diego Armando Maradona. Il più grande calciatore di tutti i tempi è morto, infatti, a soli 60 anni nella sua casa argentina di Tigre, nella provincia di Buenos Aires, dove stava trascorrendo la convalescenza dopo l’intervento chirurgico alla testa delle scorse settimane. La notizia arriva a metà pomeriggio come un fulmine a ciel sereno e, soprattutto in quella Napoli che lo aveva eletto a suo re, spacca i cuori degli appassionati di calcio e, naturalmente, dei tifosi azzurri. A stroncare l’ex fuoriclasse sarebbe stato un arresto cardiocircolatorio – ha scritto il quotidiano El Clarìn, che per primo al mondo ha battuto la notizia – con la corsa in ospedale rivelatasi, purtroppo, inutile per salvargli la vita.

Maradona aveva compiuto 60 anni il 30 ottobre ed era stato festeggiato in tutto il mondo, con messaggi di auguri arrivati da parte del gotha dello sport internazionale ma non solo dello sport (qui il bellissimo video di oltre mezz’ora con gli auguri dei big del calcio e dello sport). Quel giorno, avevo iniziato il mio articolo celebrativo per Il Crivello in modo un po’ provocatorio, scrivendo alcune righe che, conscio degli storici problemi di salute del Pibe de Oro, potevano certamente essere considerate molto “a rischio”: “Diego Armando Maradona oggi compie 60 anni. Chi lo avrebbe mai detto? Mi si perdoni l’incipit provocatorio, autorizzato però dall’irriducibile spirito autodistruttivo col quale il D10S del fútbol mondiale ha vissuto questi suoi primi sei decenni che valgono almeno tre-quattro vite normali, tanto piena, eccessiva, debordante, fantasmagorica – nel bene e nel male – è stata finora la sua esistenza“. Ecco, i 60 anni di Dieguito sono stati eccessivi, debordanti, fantasmagorici e, senza ombra di dubbio, valgono almeno tre-quattro vite normali. Personaggio bigger than life come pochi altri nella storia dello sport mondiale, Maradona ha incarnato in sé, in modo contraddittorio ed estremamente problematico, tanti uomini differenti: è stato, sul campo di calcio, un fuoriclasse straordinario, unico e irripetibile, capace di segnare in profondità la storia di questo sport e periodizzarlo tra un “prima” e un “dopo”; ma è stato anche – quant’è brutto e amaro questo verbo utilizzato al passato – un leader populista autoproclamato, un idolo globale ipermediatico, un simbolo vivente del riscatto dalla povertà, un’icòna su due gambe capace di far sorgere in suo onore un vero e proprio culto religioso (quella Iglesia maradoniana che, nel momento della sua massima diffusione, è arrivata a contare oltre 100.000 fedeli), un adorabile fuorilegge che s’è sempre schierato contro l’arroganza del potere fine a se stesso (chi ricorda le sue battaglie contro i vertici corrotti della Fifa e la fine che, poi, hanno fatto i vari Blatter e Platini?).

Santo ed eroe, dannato e ribelle, talento calcistico inimitabile (anche dal semi-clone Messi, sì), Diego Maradona è stato soprattutto, fino alla sua morte, un ragazzo fragile che ha continuato a portare dentro di sé il barrio poverissimo di Villa Fiorito che gli diede i natali nel 1960. Quella sua fragilità e quella sua incapacità di controllare fino in fondo la sua vita lo hanno portato a drogarsi – certamente limitandone le doti calcistiche, che altrimenti sarebbero state ancora più scintillanti – e gli hanno fatto commettere tanti errori, più o meno gravi, perché, parafrasando una celebre frase di un altro fuoriclasse indomabile come Zlatan Ibrahimovic, “puoi togliere il ragazzo dal barrio, ma non il barrio dal ragazzo“. Ma in tutti i suoi sbagli non c’è mai stato calcolo, perché Maradona – da autentico punk rocker quale in realtà è stato – ha sempre vissuto all’insegna del no future, gustandosi fino in fondo ogni attimo di un’esistenza all’ennesima potenza, che probabilmente avrebbe schiacciato quasi chiunque altro come ha finito per fare, fuori dal campo, anche con Diego. Il suo essere eccessivo ne ha caratterizzato anche la vita privata, nella quale è stato padre di cinque figli: Dalma e Gianinna, nate dal matrimonio con la storica compagna di vita, moglie e poi ex Claudia Villafañe; Diego junior, nato a Napoli dalla relazione con Cristiana Sinagra e poi riconosciuto nel 2007; Jana, avuta durante la relazione con Valeria Sabalaín; e Diego Fernando, nato dal rapporto con Veronica Ojeda.

Genio e sregolatezza, ma anche maledettismo epico, sono concetti che lui ha contribuito in molti modi a ridefinire, sfidando costantemente le leggi della fisica in campo (la storica punizione a due in area di rigore contro la Juventus, ancora oggi inspiegabile per come sia riuscita a finire in rete), segnando il gol del secolo (il secondo contro l’Inghilterra ai Mondiali del 1986) subito dopo aver insaccato in quello stesso match quell’ardito e clamoroso imbroglio (ma fu un atto politico) poi entrato negli annali come La mano de Diòs. Diego Armando Maradona è stato il più grande calciatore della storia del gioco nonostante se stesso. Ha saputo regalare a generazioni di appassionati e di amanti del bello gioie immense e gesti e momenti indimenticabili. Ha portato la nazionale argentina a vincere un campionato del mondo, in Messico nel 1986, con una squadra appena normale. E ne avrebbe vinto almeno un altro, in Italia quattro anni dopo, se non fosse stato letteralmente scippato da una Germania reduce dalla caduta del muro di Berlino e da una riunificazione che la Fifa aveva deciso dovesse essere celebrata anche sui campi di gioco in diretta televisiva globale. Come dite, le squalifiche per doping? Quelle le ha subìte più che davvero cercate.

Con le squadre di club, dopo gli esordi con l’Argentinos Juniors, ha vinto col Boca Juniors un campionato argentino, tre coppe con quel Barcellona che fu la prima tormentatissima tappa europea della carriera e il punto di non ritorno per quanto concerne l’iniziazione alla droga, fino all’apoteosi di Napoli, la città dalla quale fu accolto come un sovrano, nella quale effettivamente regnò per sette anni e dalla quale dovette poi fuggire di notte solo e abbandonato per liberarsi da un abbraccio che, nel corso di quell’esperienza intensissima, s’era trasformato in una morsa quasi letale. È la città che in queste ore lo celebra col lutto cittadino e con le luci dello stadio San Paolo, il suo tempio e palcoscenico (che gli potrebbe essere intitolato), accese a illuminare una notte rigata di lacrime. All’ombra del Vesuvio, Maradona è stato il leader e capitano di una squadra che fino a quel momento aveva la bacheca semivuota e che lui ha condotto a vittorie poi mai più replicate: due campionati italiani (1986-1987, 1989-1990), una Coppa Uefa (1988-1989), una Coppa Italia (1986-1987) e la Supercoppa italiana 1990. Avrebbe potuto certamente vincere molto di più, se soltanto avesse indossato la maglia di qualche club più potente, in Italia e nel resto d’Europa, ma lui quei colori azzurri come il cielo e come il mare aveva deciso di farli diventare come una seconda pelle e di trasformarli, da populista autentico quale era, in simbolo del riscatto di un Meridione storicamente umiliato e offeso nei confronti del ricco Nord industriale e “prepotente” delle varie Juventus, Milan e Inter.

Capace di risorgere ogni volta dalle proprie ceneri come la Fenice dei miti, dopo aver appeso le scarpette al chiodo s’è accompagnato negli anni con l’amico Fidel Castro (morto nel 2016 in questo stesso giorno) e con i principali capi di Stato del Sudamerica, s’è proposto persino alla guida dei movimenti anti-globalizzazione e a favore dei diseredati (lo ha raccontato molto bene il sodale Emir Kusturica nel suo film-omaggio), s’è trasformato ancora in vita in oggetto di studio in simposi universitari come il celebre Te Diegum nella sua Napoli, ma soprattutto in opera d’arte grazie agli sguardi di registi più o meno noti e importanti (dallo stesso Kusturica a Marco Risi, da Javier Vázquez a un documentarista da Oscar come Asif Kapadia, fino al superfan Paolo Sorrentino), di cantanti come Manu Chao, di poeti, letterati, fumettisti (anche italiani, come il Paolo Castaldi del poetico Diego Armando Maradona). La nazionale argentina tanto amata è riuscito anche ad allenarla, tra il 2008 e il 2010, ma in panchina non è mai riuscito nemmeno lontanamente ad avvicinarsi alla magia che sprigionava quando era lui a calcare i campi da gioco. Un cruccio probabilmente gli è rimasto dentro fino alla fine: quello di non aver mai potuto allenare il Napoli, né di aver mai ricevuto un ruolo dirigenziale anche puramente onorifico. Dal punto di vista professionale, la sua parabola terrestre s’è comunque conclusa alla guida tecnica di una squadra, seppur non di primissimo livello come l’attuale Gimnasia y Esgrima La Plata, nella primera division argentina. Ora, però, è l’ora del silenzio e delle lacrime. Gracias, campeòn, ci hai fatto sognare e ci hai reso certamente più felici.

  

© RIPRODUZIONE RISERVATA - IL CRIVELLO

1 commento:

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