lunedì 28 febbraio 2011

salman rushdie ultras del tottenham...

Di Fabio Cavalera
(Corriere della Sera - 15 febbraio 2011)

Merito, o colpa, di un portiere dell'hotel Cumberland a Marble Arch, se Salman Rushdie, oltre ai fanatici islamici che lo vorrebbero morto per i suoi Versi Satanici, si deve guardare le spalle dai lazzi dei Gunners, i supporter rivali dell'Arsenal che si contendono con gli Hotspurs del Tottenham il cuore del nord londinese. Vecchia ruggine. Salman Rushdie è dentro fino al collo in questa battaglia di tifo e passione, Arsenal contro Tottenham, i rossi contro i bianchi.
Capitò per caso, nel 1961, che appena arrivato col papà da Bombay, sua città natale, il tredicenne Salman fu portato a vedere l'amichevole Arsenal-Real Madrid, il Real dell'immenso Di Stefano. Ma fu così noiosa (almeno sul versante Arsenal, nonostante il 3-3 finale), sua confessione, che rientrato in albergo, al Cumberland, timidamente chiese: "Non c'è una squadra più divertente dell'Arsenal?". E al front desk dell'hotel gli risposero: "Prova col Tottenham". Il Tottenham era reduce da un'ottima doppietta, la double, campionato più Coppa di Lega. Il ragazzino prese il consiglio sul serio e da lì cominciò l'avventura, anima e corpo, con gli Hotspurs, gli "speroni caldi" di Londra. Naturale che i Gunners, "i noiosi" dell'Arsenal, non gli abbiano mai perdonato la sua linguaccia.
Sì, scrittore da curva, lo è davvero. Per colpa della condanna a morte inflittagli da Khomeini, da un po' di anni sugli spalti del White Hart Lane, lo stadio del Tottenham, Salman Rushdie non può andarci: gli hanno imposto di starsene chiuso in casa nel fine settimana, se tiene alla pelle. Però da mezzo secolo, proprio dal 1961, non c'è sabato e non c'è domenica che i suoi umori marcino di pari passo con le avventure e le disavventure degli Spurs. Lo ha ammesso in un saggio, dal titolo
Il gioco del Popolo, pubblicato nel 1999 dal New Yorker. "Se la squadra vince sento il week-end più gradevole, più promettente. Se perde si addensano nuvole nere". Le emozioni, i contorcimenti, i mal di testa. Salman Rushdie è vittima illustre dell'ipnosi domenicale. Ha seguito e amato gli idoli del Tottenham: Osvaldo "Ossie" Ardiles, Gazza Gascoigne, Klinsmann, oggi Bale. Ha esultato (poco, perché il Tottenham è rimasto a secco per parecchio tempo), ha sofferto (per le traversie finanziarie del club) ma non ha mai tradito. "Il calcio è un amore monogamo, fino a che morte non ti separi". Essere tifosi ha un sapore particolare, significa "aspettare un miracolo, sopportare decenni di disillusioni".
Sarà "patetico", sarà "una droga", lo sa, lo scrive, ma che ci vuoi fare? Il Tottenham è il Tottenham. "Come on, you Spurs, come on, you Spurs". Non lo intona, l'ossessivo ritornello, al White Hart Lane. Ma lo canticchia da solo o con gli amici in privato. E magari al coro di casa si unisce una illustre collega, la madre di Harry Potter, JK Rowling, pure lei accanita supporter dei bianchi del nord londinese. Scrittori da curva. E guai a incrociarli con Nick Hornby (l'autore di
Febbre a 90°) che spasima sugli spalti, con tanto di abbonamento, per l'odiato nemico Arsenal. Piuttosto un caffè letterario con l'argentino Osvaldo Soriano, l'uruguaiano Edoardo Galeano o lo spagnolo Javier Marias. Tifosi di calcio, con sangue caldo come quello degli Spurs. Della Rowling e del maghetto. Di Salman Rushdie, che vede buio nella sua testa se il Tottenham fatica e capitola. Lui, figlio di musulmani, che ama la squadra più seguita dalla comunità ebraica londinese. Eretico.

venerdì 25 febbraio 2011

lunedì 21 febbraio 2011

ecco i motivi dell'euroflop delle italiane in champions league

Di Paolo Condò
(La Gazzetta dello Sport - 18 febbraio 2011)

C'è un momento preciso nel quale la differenza tra il calcio italiano e quello europeo emerge chiarissima: succede nell'estate del 2005, quando l'Arsenal vende alla Juventus per una paccata di milioni Patrick Vieira. Il centrocampista francese - giocatore ottimo, a Highbury era una bandiera - ha 29 anni ma un fisico fiaccato dalle battaglie combattute sui campi inglesi: nelle stagioni successive, passate fra Juve e Inter, salterà molte partite. Quello che ci interessa rilevare, però, è il motivo per cui l'Arsenal si priva del suo leader di centrocampo. Non lo fa per i soldi che pure incassa, ma per liberare spazio in squadra al diciottenne Cesc Fabregas, talento cristallino la cui ulteriore crescita, dopo due stagioni di apprendistato, inevitabilmente passa per il posto da titolare. Nel marzo successivo, quando affronta la Juve nei quarti di Champions, la regia di Fabregas risolve il confronto a favore degli inglesi. In senso lato, abbiamo dato loro la corda con la quale impiccarci.
Il magnifico Arsenal di mercoledì è nato così, attraverso il reclutamento di talenti verdi - si chiama scouting, in passato i londinesi hanno anche ecceduto "rubando" ragazzi ad altri club - ai quali Wenger ha dato un gran gioco da praticare e soprattutto lo spazio per farlo. Affidandosi senza paura ai giovani, la società nel frattempo ha capitalizzato dalle cessioni di Vieira, Henry, Adebayor, Cole e tanti altri il denaro per costruire uno stadio nuovo. In Italia sarebbe stato impossibile perché non si cura più il vivaio come fa il Barcellona e perché le grandi non hanno uno scouting all'altezza come l'Arsenal. Ma la cosa grave è che la storia delle nostre società racconta un passato virtuoso. Nel grande Milan di vent'anni fa venivano dal vivaio Baresi, Maldini, Costacurta, Galli e Albertini, mentre una politica dei giovani talenti appartenne prima alla Juve degli anni '70 e poi alla Samp degli anni '80. Se guardate all'età in cui i vari Fabregas, Walcott e Van Persie sono arrivati all'Arsenal, balza all'occhio il coraggio col quale Wenger li ha lanciati in prima squadra; a costo di non vincere nulla per un po', ma con la prospettiva ormai realizzata di competere col Barça.
Un'obiezione frequente a questo discorso è che i giovani all'estero sono pronti prima. Okay, ma non è un caso. Semplicemente, nelle nostre giovanili lo sviluppo del giocatore lascia il passo troppo presto allo sviluppo della squadra, ovvero lo studio della tattica prevale sulla cura della tecnica. Estasiato dai fondamentali dei suoi nazionali, Alberto Zaccheroni ci ha raccontato che sino ai 20 anni in Giappone i ragazzi pensano solo a migliorare i piedi; in Italia il 4-4-2 viene fatto entrare a forza nelle teste già a 14, trascurando lo stop, il dribbling e il resto di capacità nel quale un tempo eravamo i maestri al pari dei brasiliani. Le squadre anziane non corrono - questa è un'ovvietà - e spezzettano il gioco per risparmiare le energie; poi vanno in Europa, trovano rivali come Arsenal e Barcellona (Rizzoli ha concesso 2' di recupero complessivi, tanto si era giocato), ma anche Tottenham, e al quarto d'ora sono già in asfissia. E' un prezzo che paghiamo alla nostra proverbiale furbizia: più in campionato ci si rotola per terra agonizzanti, meno nelle coppe si regge il passo di chi corre per 90' .
Infine - ma è un'esca per riparlarne - un aneddoto raccontato da Valter Di Salvo, ex preparatore atletico di Lazio, Manchester e Real: "Ricordo la prima partita sulla panchina dello United. A dieci minuti dalla fine la squadra vinceva 1-0, Ferguson ordinava ai terzini di continuare a sostenere l'attacco, e dentro di me dicevo "Ma perché non ci copriamo, è quasi fatta...". Tempo dopo raccontai a Sir Alex della mia tremarella, e lui mi convinse che non aveva senso. "Cercando altri gol può capitare una volta di subire il pareggio, ma è un prezzo che va pagato. Non esiste una via diversa dal calcio d'attacco per dare una mentalità vincente ai ragazzi"...". E siamo al bivio culturale: in Europa si pensa che per vincere occorra segnare un gol in più, in Italia (con eccezioni tipo l'Udinese o certi momenti dell'Inter di Leonardo) subirne uno in meno. Ma se va bene così, perché gli stadi degli altri sono pieni e i nostri vuoti?

giovedì 17 febbraio 2011

champions league: un grande arsenal resta vivo col barcellona

Di Paolo Condò
(La Gazzetta dello Sport - 17 febbraio 2011)

Una notte in purissimo stile Arsenal, ovvero qualità più coraggio più adrenalina, porta avanti gli inglesi a metà dell'eliminatoria che racconta il calcio al momento più bello del pianeta. La contesa resta apertissima, e in fondo il 2-1 subito nell'ultimo quarto d'ora lascia comunque un filo di preferenza globale al Barcellona. Però lo straordinario match dell'Emirates informa che l'Arsenal è ormai vicinissimo ai mostri catalani, per talento individuale e sua organizzazione in un collettivo.
Il Barça ha sofferto l'inizio, ha poi liberato sul campo il suo stile meraviglioso, ma una volta in vantaggio è stato tradito dalla sua stella, perché Messi ha avuto almeno due occasioni solari per chiudere la gara, e le ha sbagliate. Le serate negative di Leo sono così rare da sorprendere tutti, Guardiola in primis visto che il cambio di Villa è un errore chiaro che pesa tanto sul risultato finale. Ma l'evidenza di alcuni languori catalani non deve in alcun modo ridimensionare l'eccellenza dell' Arsenal, che come e più dei rivali ha saputo chinare la testa durante le intemperie per rialzarla al primo sentore che il temporale si allontanava. Fosse mai descrivibile in un quadro, il solo pensiero di cosa potrà essere il ritorno del Camp Nou andrebbe esposto in un museo di arte moderna.
Dieci minuti iniziali di possesso palla dell'Arsenal danno subito l'idea che da un anno all'altro molte cose siano cambiate. Wenger l'aveva detto ("Siamo cresciuti"), e in effetti negli occhi degli inglesi, guidati davanti dalla classe del solito Fabregas e sostenuti in mezzo al campo dall'inesauribile movimento di Wilshere, non si scorge il rispetto/timore che l'anno scorso aveva concesso al Barcellona trenta minuti di fuoco. L'Arsenal attacca gli spazi alle spalle dei terzini catalani scatenando Walcott a destra e Nasri - recuperato in extremis - a sinistra: fin da subito il tratto distintivo della partita è il talento presente in ogni zona del campo, e in formato extralarge. Walcott, per esempio, ha il passo felpato e stilisticamente magnifico della pantera, e quando libera la progressione da duecentista la sua azione sega in due il Barça come la ragazza dell'illusionista; la sua indole, però, è da passatore più che da tiratore, e la cosa gli toglie una dimensione importante. Arrivato in area, infatti, come prima opzione cerca sempre la mediazione di Fabregas, e come seconda il passaggio diretto a Van Persie. In ogni caso, Walcott è come previsto il grimaldello tattico cui Wenger si affida per tenere bassa la difesa catalana. E Guardiola, che non permette a nessuno di fare il gradasso con la sua squadra, replica spingendo Maxwell - nelle fasi in cui la palla è blaugrana - quasi sulla linea degli attaccanti. Come a dire a Walcott, preoccupati un pò di noi.
La partita si gioca a lungo nella tonnara dei 30 metri centrali del campo, e l'abilità tecnica dei protagonisti disegna triangoli in una ressa da metropolitana di Tokio. Spinto via via sulla difensiva dall'avanzata dei rivali, l'Arsenal gioca un rischioso due contro due a centro area; il problema è che quando hai a che fare con Messi e Villa, è come trovarsi nella gabbia con due tigri, prima o poi sei fatto. Messi sbaglia, Villa centra la sua chance, Messi segna in posizione probabilmente regolare ma Stefani non ha il replay e purtroppo sventola. E' l'unico errore di una terna che Rizzoli guida con bella autorità. Il cambio sbagliato da Guardiola regala campo a Wenger, che nel frattempo ha aggiunto Arshavin alla compagnia togliendo il rude Song. La regia di Xavi e le chiusure di Busquets non bastano più a tenere calmo il Barca, che patisce improvvisamente la mancanza di Puyol. Succede così che Van Persie, dopo tanti errori, infili Valdes sul suo palo, e che proprio Arshavin concluda in rete un formidabile contropiede di Nasri, regalando all'Arsenal tre settimane di sogni e al Barcellona un analogo tempo di incubi.

mercoledì 16 febbraio 2011

giovedì 10 febbraio 2011

sabato 5 febbraio 2011