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L'Era Benitez |
Il quinto posto finale in Serie A, con gli azzurri superati sul filo di lana anche dalla Fiorentina, va certamente considerato deludente rispetto a quelle che erano le aspettative della vigilia, gonfiate però a dismisura dall'improvvida uscita presidenziale di agosto 2014, quando in pieno ritiro un Aurelio De Laurentiis particolarmente su di giri urlò in pubblico, dal palco di un teatro strapieno di tifosi e giornalisti, di voler vincere subito lo scudetto, senza poi però dar seguito alle sue parole con un calciomercato estivo all'altezza. La botta decisiva, quindi, arrivò già a inizio stagione, con la dolorosa eliminazione nel preliminare di Champions League da parte dei baschi dell'Athletic Bilbao e la conseguente depressione di tutto l'ambiente. Ho già scritto altre volte su quel match e, dunque, ne faccio a meno in questa sede. Ma mi permetto di ricordare soltanto come, ad agosto 2014, il Napoli fosse tra le squadre internazionali con più calciatori reduci dalle fatiche dei Mondiali brasiliani, mentre i baschi fossero tra i pochi team europei senza alcun uomo presente in Brasile: l'ideale per preparare quel doppio confronto con grande cura per l'intera estate. E, in ogni caso, l'andata al San Paolo sarebbe potuta e forse dovuta terminare almeno 4-1, con un po' più di precisione in zona gol da parte degli attaccanti azzurri.
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Esultanza di gruppo dopo un gol |
Da allenatore intelligente, esperto e preparato, infatti, Rafa Benitez aveva costruito la squadra per massimizzare i propri punti di forza (l'attacco) e rendere meno dannosi i punti deboli (il centrocampo e la difesa). Altro inciso necessario: all'estero, Benitez è considerato un tecnico molto attento all'equilibrio tattico e alla fase difensiva. In Italia, non ha certo cambiato il suo approccio al calcio, trasformandosi in novello Zeman, ma avendo una squadra fortissima in attacco ha capito che sarebbe stato più redditizio, per ottenere risultati concreti non soltanto per dare spettacolo, provare a segnare un gol in più degli avversari piuttosto che subirne uno in meno. Purtroppo, però, non aveva fatto i conti con i numerosissimi errori dei suoi attaccanti in fase di conclusione (volendo tacere dei calci di rigore falliti: addirittura 5 su 8, con 4 dal solo Higuaìn!). In ogni caso, nell'intero campionato il Napoli ha segnato 70 gol (terzo attacco dopo Juventus con 72 e Lazio con 71) e ne ha subìti 54 (appena la dodicesima difesa). Il saldo attivo di +16, nei piani del tecnico spagnolo, avrebbe dovuto essere decisamente più positivo. I principali marcatori azzurri sono stati Higuaìn con 18 gol (e 4 rigori sbagliati + una rete regolare non assegnata per palese errore arbitrale), Gabbiadini con 15 (7 nella Sampdoria e 8 nel Napoli, senza tirare rigori), Callejòn con 11, Hamsik con 7, Mertens e Zapata con 6 a testa. Per quanto costruito (e sprecato), a mio avviso al Napoli mancano realisticamente almeno 7-8 gol di Higuaìn, 4-5 di Callejòn e un paio di Mertens. E già finalizzando meglio l'enorme mole di gioco prodotta, la stagione azzurra avrebbe potuto essere diversa.
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L'urlo di capitan Hamsik nella magica notte di Wolfsburg |
Dunque, ricapitoliamo: gioco offensivo che è scorso fluido, con tanti assist e tanti tiri pericolosi verso e nella porta avversaria, ma poca precisione da parte dei finalizzatori. Il problema è stato l'impostazione della fase offensiva o il livello e/o la concentrazione e/o la condizione degli uomini a disposizione?
Sotto la lente degli osservatori più superficiali, però, durante l'intera gestione di Rafa Benitez è sempre finita più la difesa che l'attacco. Ma anche qui i numeri raccontano una realtà un po' diversa. Sempre in base ai dati Opta e Panini Digital, infatti, il Napoli è risultato essere la seconda miglior squadra della Serie A per tiri concessi agli avversari, con 381. Davanti agli azzurri c'è stata soltanto la Lazio, con 366. Questo dato, però, è in netto contrasto con quello relativo al numero di gol subìti dai partenopei, ben 54, cioè due in più dell'Empoli e più del doppio rispetto alla Juventus. Dunque, i numeri parlano di pochi tiri in porta concessi agli avversari, ma di troppi gol subìti in proporzione. E anche qui diventa forte il sospetto che a incidere siano stati più gli errori individuali piuttosto che l'impostazione della fase difensiva. A rafforzare questa impressione c'è un altro dato molto interessante e significativo, rilevato da Panini Digital: tra i portieri che hanno giocato almeno 20 partite, infatti, Rafael è stato il peggiore in assoluto per numero di parate effettuate (appena 46 in 23 presenze), mentre se si scorre la graduatoria includendo anche i portieri che ne hanno disputate almeno 15 il peggiore è risultato Andujar, con 28 parate in 15 partite. Per comprendere meglio di che cosa sto parlando, faccio notare come in testa a questa classifica vi sia Sportiello (Atalanta) con 143 parate in 37 partite (Sepe, che dall'Empoli è appena tornato al Napoli, ne ha 92 in 31), mentre tra i top club - che di solito subiscono meno tiri in porta, rispetto alle squadre cosiddette provinciali - Handanovic (Inter) ne ha 98 in 37, Diego Lopez (Milan) 93 in 28, Neto (Fiorentina) 82 in 29, De Sanctis (Roma) 81 in 35, Marchetti (Lazio) 66 in 30, Buffon (Juventus) 63 in 33. Tra l'altro, venendo ai difensori, i tanto criticati centrali azzurri non è che se la siano cavata malissimo, almeno secondo i dati di Panini Digital: infatti, Raul Albiòl è stato secondo assoluto nelle palle recuperate, con 762 in 35 partite (dietro Rugani dell'Empoli, primo con 853 in 38), mentre Koulibaly ne ha riconquistate 552 in sole 27 gare.
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Il gol-capolavoro di Higuaìn contro la Roma |
So bene, naturalmente, che i numeri non spiegano tutto, anche se dicono tanto. E so bene di averli utilizzati in maniera anche un po' provocatoria, ma non strumentale. Però, la loro evidenza mi serve per mettere in rilievo quanto strumentali, invece, siano state, lungo l'intera stagione, le critiche nei confronti del sistema di gioco impostato da Rafa Benitez, che con una coppia di centrocampo appena sufficiente (quella che ha giocato di più è stata Gargano - David Lopez, non Mascherano - Fellaini) e col detestato (dalla critica prevenuta e/o superficiale) 4-2-3-1 è riuscito a far scorrere il gioco in maniera fluida, a produrre chiare occasioni da gol in quantità industriale, a schermare adeguatamente la difesa e a far sì che la sua squadra subisse poco da parte degli avversari. Di fronte a tutto ciò, magari, si può capire meglio perché l'allenatore spagnolo - che, ripeto, non è uno sprovveduto ed è uno che ha vinto ovunque sia andato - abbia continuato a insistere sulla sua idea di gioco: perché aveva dalla sua parte il supporto dei numeri e credeva che, prima o poi, i fattori imponderabili - che nel calcio esistono e hanno un peso, ma possono anche essere previsti e limitati - sarebbero girati a favore della sua squadra, cosa che invece, purtroppo, quest'anno non è accaduta quasi mai. Certo, avrebbe potuto aiutare avere a centrocampo Pogba, Pirlo, Marchisio e Vidal; oppure Nainngolan, De Rossi e Pjanic; o ancora Biglia e Parolo, o Borja Valero e Pizarro. Ma l'evidente differenza di qualità tra i centrocampisti del Napoli e quelli delle squadre che lo hanno preceduto in classifica dovrebbe accrescere i meriti dell'allenatore, non diminuirli (per me, anche le mediane di Inter, Milan, Sampdoria e Genoa erano superiori a quella azzurra, ma è un'opinione personale)...
Al Rafa Benitez 2014-2015, però, pur da "rafaelita" convinto, rimprovero alcune cose importanti. Innanzitutto, di essere stato troppo "aziendalista" e signore fino a un certo punto della stagione, per esempio accettando in estate la mancata conferma di Pepe Reina (la cui assenza tra i pali, col senno di poi, s'è rivelata decisiva, anche per le sue doti di leadership) e puntando troppo a lungo sull'acerbo e insicuro Rafael per provare a non bruciare un patrimonio societario. Poi, sempre per non compromettere del tutto i rapporti con De Laurentiis, di aver fatto buon viso a cattivo gioco di fronte a questioni importanti come i tanti centrocampisti di livello internazionale trattati ma mai arrivati (Mascherano, Fellaini, Kramer, Gonalons, Capoué, Sandro, Lucas Leiva, Song e altri ancora), l'assenza di una struttura societaria seria e le troppe promesse mai mantenute (potenziamento del settore giovanile e del centro tecnico prime tra tutte). Di aver gestito male, in una piazza immatura e umorale come Napoli, il suo addio alla società partenopea, credo in qualche modo disorientando anche la squadra. Quindi, nel momento clou della stagione, di aver deciso di affrontare i due match decisivi di Europa League e Serie A, in Ucraina col Dnipro e al San Paolo contro la Juventus, senza schierare dal primo minuto il capitano Marek Hamsik, anima e cuore della squadra, attaccato alla maglia più di un napoletano e, soprattutto, in forma smagliante nel finale di stagione. E non c'è ragione tattica che tenga: i match decisivi una grande squadra li gioca guidata in campo dal suo capitano! Quest'ultimo punto, in particolare, mi ha molto addolorato.
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Le lacrime di Insigne dopo il gol al rientro dal lungo infortunio |
Ciò che mi dispiace davvero, per coloro che hanno strumentalmente criticato la gestione tecnica beniteziana per tutto l'anno, è che sono riusciti ad avvelenarsi, invece di godersele, anche alcune tra le partite più belle dell'intera storia del Napoli: match-spettacolo probabilmente irripetibili a queste latitudini, come, per esempio, la roboante vittoria esterna a Wolfsburg nell'andata dei quarti di finale di Europa League (1-4!!!), ma anche i successi casalinghi larghi su Roma, Sampdoria, Fiorentina, Verona e persino la vittoriosa finale di Supercoppa contro la Juventus. Auguro a costoro, ma soprattutto a me stesso e a chi ama davvero il Napoli, di rivedere presto una squadra azzurra che vada a imporre il proprio gioco su qualsiasi campo e contro qualsiasi avversario, con un'occupazione costante della metà campo altrui e trame offensive che, a un certo punto dell'esperienza beniteziana, erano invidiate da tutta Europa.
Per concludere, come ho già scritto tempo fa in un'altra sede, paragonerei i due anni di Rafa Benitez sulla panchina del Napoli a ciò che rischia di essere l'Expo per l'Italia: una enorme occasione sprecata. Ma spero davvero che non sia così e che già Sarri possa iniziare a raccogliere i frutti di un lavoro che, lo si vedrà sul medio-lungo periodo, è andato più in profondità di quanto si possa immaginare in questo momento.
Gran bella analisi Diego, mi ci ritrovo in pieno. :-)
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