giovedì 19 settembre 2019

2-0 al liverpool e partenza col botto per il napoli in champions league!

Di Diego Del Pozzo

La prima giornata della Champions League 2019-2020 (disputata tra martedì e mercoledì) ha detto alcune cose molto interessanti sulle quattro squadre italiane impegnate quest'anno nella massima competizione calcistica internazionale per club.
Il Napoli di Carlo Ancelotti - da qualche anno (dai tempi di Rafa Benitez), la più "europea" tra le compagini nostrane - prosegue sicuro nel suo percorso di crescita e batte in casa 2-0 i campioni d'Europa del Liverpool al termine di un match intenso e vibrante, oltre che di notevole livello qualitativo. La Juventus esce con un 2-2 dal difficile campo dell'Atletico Madrid (facendosi, però, rimontare due gol di vantaggio) e continua nella sua complessa trasformazione dovuta al cambio di guida tecnica da Allegri a Sarri. L'Inter di Antonio Conte delude profondamente facendosi bloccare a San Siro sul pari (1-1) dallo Slavia Praga, sulla carta certamente la squadra più debole del proprio girone (che include anche Barcellona e Borussia Dortmund!). L'Atalanta paga oltremodo lo scotto dell'esordio assoluto in Champions e si lascia travolgere (4-0) da una Dinamo Zagabria che, da un po' di anni a questa parte, non era mai andata oltre il ruolo di squadra-materasso nella fase a gironi del torneo.
Il match più bello e importante tra quelli delle italiane è stato certamente quello giocato dal Napoli contro il Liverpool, in un San Paolo finalmente rimesso a nuovo dopo gli interventi effettuati in occasione delle Universiadi di luglio. Partita seria, matura, intensa, sofferta, pienamente europea, quella disputata dagli azzurri contro i campioni d'Europa in carica, che anche al San Paolo hanno giocato con ritmi, fisicità, pressing sconosciuti in Italia, ma si sono trovati di fronte una squadra che quest'anno sembra davvero forte e ancora più convinta dei propri (tanti) mezzi; una squadra in grado di rispondere agli inglesi con la loro stessa moneta e che al 92esimo (in occasione del gol del definitivo 2-0) ancora pressava ai limiti dell'area avversaria.
Grande prova collettiva, insomma, quella offerta dagli uomini di Carlo Ancelotti, con un sontuoso Mario Rui (qui a sinistra nella foto) sorprendentemente migliore in campo faccia a faccia con lo spauracchio Salah (annullato!), con gli esordienti Meret e Di Lorenzo dotati della sicurezza e sfacciataggine di chi sembrava giocasse in Champions da anni, con Koulibaly di nuovo califfo della difesa, col solito inesauribile Allan, con un Mertens stracarico e all'argento vivo, Callejòn e Fabian Ruiz sempre professori di tecnica e tattica e col gigantesco e carismatico Fernando Llorente che, partendo dalla panchina, quest'anno potrebbe rivelarsi il tassello che mancava per completare il puzzle azzurro, oltre che dal punto di vista tecnico e atletico anche per quel che concerne la personalità e l'esperienza a livello di calcio di vertice (e Manolas, Lozano, Zielinski, Insigne e Milik saranno presto in piena forma, pronti a dare il contributo che ci si attende da calciatori del loro calibro).
La bella vittoria contro il forte Liverpool certifica, dunque, la bontà del lavoro tecnico e mentale di Ancelotti (che, a fine match, ha detto di volere "una squadra capace di fare tutto") e potrebbe essere il segnale dell'ulteriore salto di qualità del Napoli a livello europeo. Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino...
© RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 17 settembre 2019

calcio e cinema: parla asif kapadia, tra maradona e napoli-liverpool

Di Diego Del Pozzo

Ieri, in occasione dell'anteprima italiana a Napoli del suo atteso documentario Diego Maradona, il regista da Oscar (per Amy) Asif Kapadia s'è soffermato anche sull'attualità calcistica, in particolare sull'inizio della Champions League 2019-2020 e sul big match odierno in programma allo stadio San Paolo tra Napoli e Liverpool, la squadra per la quale batte il suo cuore di tifoso.
Il regista Asif Kapadia a Napoli durante l'anteprima italiana del suo film
Kapadia, dopo aver conosciuto molto bene Napoli e il Napoli durante gli anni di lavorazione del suo documentario su Maradona, che cosa pensa della città e della sua squadra di calcio?
"Della città mi sono letteralmente innamorato. E anche la squadra è diventata la mia preferita tra quelle italiane, tanto che sarei felicissimo se gli azzurri quest'anno riuscissero a conquistare la Serie A. Posso dire, anzi, di essere diventato tifoso del Napoli, tranne che quando gioca contro il mio Liverpool". 
Quindi, nel match d'esordio della Champions League di quest'anno non avrà dubbi sulla squadra per la quale tifare...
"No. Nonostante la simpatia per il Napoli, infatti, spero proprio che possa vincere il mio Liverpool. Lo scorso anno riuscii ad assistere alla partita d'andata sugli spalti del San Paolo e mi dispiace che quest'anno non potrò essere presente, perché dopo l'anteprima del film a Napoli devo rientrare immediatamente a Londra, per poi partire alla volta dell'Argentina, dove nei prossimi giorni è in programma l'anteprima del film a Buenos Aires e dove spero di poter contare anche sulla presenza in sala di Maradona". 
Il Liverpool è campione d'Europa in carica e quest'anno è subito ripartito alla grande. Quali sono, secondo lei, i punti di forza della squadra?
"Ce n'è uno, innanzitutto: Jurgen Klopp. Per me, lui è un allenatore straordinario, che ha cambiato il club e la squadra dall'interno, portando una ventata di novità e idee calcistiche fantastiche. Ritengo che quella con Klopp sia stata in assoluto la firma più azzeccata del Liverpool da una trentina d'anni a questa parte, sia per quanto riguarda i calciatori che gli allenatori". 
E di Ancelotti alla guida del Napoli che cosa pensa?
"Mi piace molto, è un grande allenatore con una storia importante e con alcune caratteristiche da vero vincente, prima tra tutte quella capacità unica di restare calmo e di trasmettere tranquillità all'ambiente nel quale lavora. Tra l'altro, nel mio film c'è anche un'inquadratura dell'Ancelotti calciatore, ai tempi della sua presenza nella nazionale italiana durante il Mondiale di Messico 1986". 
Oltre ad Ancelotti, nel suo documentario si vedono anche tanti altri campioni impegnati nella Serie A degli anni Ottanta, quando il campionato italiano era il più ricco e spettacolare del mondo. Rispetto ad allora, sembra passato un secolo, con la Premier League che oggi domina tra le leghe calcistiche europee e la Champions League diventata l'autentico emblema del calcio-show. Che cosa pensa del football contemporaneo?
"Gli anni Ottanta sono stati un periodo irripetibile per il calcio italiano e internazionale, perché alcune logiche del business non erano ancora state perfezionate, come invece avviene oggi. Per questo, poteva accadere che il più forte calciatore del mondo, Maradona, si trasferisse dal Barcellona in una squadra tutto sommato di secondo piano come il Napoli, o che società di provincia come Verona o Udinese riuscissero ad attrarre grandi campioni. Anche a livello europeo c'era più equilibrio e maggiori possibilità di risultati a sorpresa. Oggi, invece, i top players si trasferiscono soltanto da un top club all'altro: dal Paris Saint Germain al Real Madrid, dal Barcellona al Manchester City, dal Bayern Monaco alla Juventus, in un circolo estremamente ristretto ed elitario. E, tranne pochissime eccezioni, alla fine vincono sempre i più ricchi e potenti. E questo, onestamente, non mi piace poi così tanto". 
Lei ha spesso sottolineato le affinità tra le realtà sociali di Napoli e di Liverpool. Che cosa accomuna le due città, dunque, dal suo punto di vista?
"La gente di Napoli e di Liverpool è molto simile: sanguigna, schiettamente popolare, legatissima alle sue origini e alla sua città, pazza d'amore per il calcio e per la sua squadra. Anche per questo, forse, a Napoli mi sono subito sentito come a casa. Sono molto simili anche le brutture razziste che i tifosi partenopei e quelli dei Reds devono subire in quasi tutti gli stadi italiani e inglesi. Spero sinceramente che i napoletani non si irritino per la ricostruzione degli indimenticabili sette anni di Maradona nella loro città, perché la mia intenzione era di celebrarne la grandezza, pur senza occultarne le zone d'ombra e i lati oscuri. Se lo avessi fatto, non sarei stato un buon regista. Ma tutto ciò che ho raccontato nel mio documentario è ampiamente documentato attraverso interviste, immagini d'archivio e ricostruzioni di chi era presente all'epoca. Da parte mia, ho cercato di mettere in campo uno sguardo che fosse il più onesto possibile".
Dopo l'anteprima italiana di ieri sera, Diego Maradona di Asif Kapadia sarà nei cinema italiani come evento speciale il 23, 24 e 25 settembre, distribuito da Nexo Digital.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

mercoledì 4 settembre 2019

un nuovo libro sul calcio inglese, firmato da nicola roggero di sky

L'editore Rizzoli ha appena pubblicato questo imperdibile libro sul calcio inglese scritto da un innamorato sincero e raffinato conoscitore come Nicola Roggero, uno tra i più preparati giornalisti e telecronisti sportivi italiani e, naturalmente, una tra le voci nostrane del football d'Oltremanica su Sky.
Qui di seguito, propongo volentieri le note di presentazione del volume, direttamente dal sito ufficiale della casa editrice (
questo).
----------------------------------------------------------------------
Chiunque ami il calcio e vada ad assistere a una partita di Premier League in Inghilterra resta senza fiato. Perché lì il gioco più bello del mondo è ancor più bello: è il campionato più ricco, gli stadi sono i più spettacolari, le squadre sono al massimo livello. Ma non solo: perché quei luoghi ormai mitici – da Stamford Bridge a Wembley, da Old Trafford a Highbury – preservano una tradizione unica di vittorie e campioni, ma anche il segreto di un rapporto diretto con il pubblico che non esiste altrove.
Per tutti gli appassionati italiani che da anni seguono il football britannico in tv (in passato sulla televisione svizzera e Tele+, oggi su Sky), Nicola Roggero racconta per la prima volta tutta l’epopea di questo fenomeno, dal lontano 1888 quando il gentiluomo William McGregor diede origine al primo campionato inglese per arrivare alla finale della Champions League 2019 in cui, sbaragliate le altre rivali del resto d’Europa, si sono fronteggiate Liverpool e Tottenham.
È una cavalcata entusiasmante che passa dalle prodezze di Dixie Dean che negli anni Venti segnò 349 gol solo con la maglia dell’Everton alla tragedia del Manchester United nel ’58 (una Superga inglese), dal dominio pluridecennale in patria e in Europa del Liverpool alla parentesi oscura degli hooligans. Il tutto per approdare alla fase attuale con il passaggio dalla Football alla Premier League nel 1992, gli anni di fatica e gloria di Alex Ferguson, e la carrellata dei massimi interpreti (anche italiani) del football contemporaneo: Beckham, Shearer, Drogba e poi Vialli, Mourinho, Conte, Ancelotti, Pep Guardiola…
A dimostrazione che lo stile inglese è inimitabile. Perciò scoprirne le storie e i segreti è un modo per godere più appieno della magia del calcio.

lunedì 17 giugno 2019

sarri è un allenatore professionista, non un masaniello guevarista

Di Diego Del Pozzo
 
Durante l'epocale conferenza stampa odierna (sì, epocale; e non soltanto per il calcio italiano), Francesco Totti lo ha detto molto bene: "I presidenti passano, gli allenatori passano, i giocatori passano. Le leggende non passano". E poi ha reso il concetto ancora più chiaro: "La Roma viene prima di tutto" (qui l'intera conferenza stampa).
Le sue parole, opportunamente parafrasate, dovrebbero far fischiare le orecchie a quella parte di tifoseria e di opinione pubblica napoletane che per un anno sono state colte da isteria e cecità, anteponendo al tifo per la propria squadra il culto per la personalità di un ex allenatore che, pur avendo regalato un triennio meraviglioso e spettacolare alla guida degli azzurri (comunque senza vincere nulla), è stato trasformato in simbolo socio-politico di non si sa bene cosa, fino a esplodere fragorosamente, in questi giorni di presunti "tradimenti" (ohibò!), tra quelle stesse mani che per mesi lo avevano fatto diventare qualcosa che, in realtà, lui non era mai stato.
Alla fin fine, stiamo parlando di un allenatore, Maurizio Sarri, che sulla panchina azzurra è stato seduto per soli tre anni, seppur indimenticabili (non per ventidue, realmente rivoluzionari rispetto al passato, come Arsène Wenger all'Arsenal o per ventisette come Alex Ferguson al Manchester United). E che, sebbene abbia lasciato dietro di sé il ricordo di un gioco visto pochissime altre volte a livello di calcio italiano, dal punto di vista della proposta tecnico-tattica ha potuto certamente giovarsi della rivoluzione culturale (quella sì!) prodotta nel precedente biennio da Rafa Benitez (a onor del vero, sempre citato e ringraziato per questo da Sarri). A sua volta, peraltro, il valore del retaggio del tecnico toscano all'ombra del Vesuvio è stato suggellato dal nome "pesante" di colui che il Napoli ha scelto come suo sostituto, cioè Carlo Ancelotti, ovvero uno tra i cinque allenatori più importanti in attività. Questi sono i fatti. Tutto il resto, a mio avviso, è soltanto isteria e cecità.
Per capirci meglio: negli anni Sessanta, José Altafini ha giocato nel Napoli (e lo ha fatto alla grandissima!) per ben sette stagioni, prima di trasferirsi alla Juventus e diventare "Core 'ngrato"; e persino un monumento della juventinità come Dino Zoff è stato il portiere del Napoli per cinque lunghe stagioni, prima di essere venduto ai bianconeri quando aveva già una ventina di presenze da titolare in Nazionale ed era considerato uno tra i portieri più forti del mondo. Di Maradona, dal punto di vista dell'identificazione totale e profonda con Napoli e con la sua gente, ce n'è stato e ce ne sarà uno soltanto! E questo lo dico soprattutto a chi non ha potuto goderselo dal vivo, perché troppo piccolo o non ancora nato, ma anche a chi magari da ragazzino tifava per un'altra squadra e poi è stato folgorato in seguito dalla febbre azzurra. E anche per questo motivo, probabilmente, non riesce a mettere nella giusta prospettiva i tre anni sarriani.
Detto tutto ciò, dunque, mi piacerebbe sapere per quale motivo un allenatore ultrasessantenne come Sarri, che per decenni ha mangiato il fango delle serie minori e che è evidentemente animato da un'ambizione smisurata (e legittima, se fai quel mestiere), avrebbe dovuto rifiutare l'offerta della società più ricca, potente (anche fuori dal campo), influente, organizzata del panorama calcistico italiano, peraltro col surplus di godimento derivante dal fatto di averle fatto abiurare la linea tecnico-concettuale degli ultimi otto anni di trionfi per sposare, invece, la sua personale idea di calcio agli antipodi rispetto a quella linea tecnico-concettuale. Se quell'allenatore professionista ha cavalcato il personaggio del masaniello guevarista che qualcuno a Napoli ha voluto costruirgli addosso (o se, a un certo punto, ha iniziato davvero a credere di essere così, ma ne dubito), la colpa non è certamente sua ma di chi non ha capito in tempo a che gioco (si) stesse giocando (è il calcio-business del terzo millennio, baby!).
Quindi, senza dilungarmi oltre, per quanto mi riguarda Maurizio Sarri vada pure ad allenare la Juventus, magari riporti a Torino anche il suo amato Gonzalo Higuaìn (Cristiano Ronaldo non vede l'ora!), entri nel Palazzo del Potere dalla porta principale, dopo aver ispirato ai bambini storielle su implausibili rivoluzioni da fare con soli diciotto uomini (maddai!!!). Sappia, però, che dovrà fronteggiare un ambiente che, almeno al momento, lo odia di un odio profondo (basta farsi un giro veloce tra i siti web e le pagine social di fede juventina) e che la sua nuova società gli chiederà di vincere subito la Champions League e di farlo dando spettacolo, il tutto in un contesto tecnico-tattico, almeno al momento, lontanissimo dalle sue idee, dopo otto anni consecutivi di Conte & Allegri e di vittorie ottenute quasi sempre col cuore, la grinta, la rabbia e la determinazione (mi fermo qui...), ma con un gioco quasi sempre inguardabile e a tratti persino imbarazzante.
Da Napoli, mi piace riprendere e fare mie proprio le parole odierne di Francesco Totti, adattandole però agli azzurri: "
I presidenti passano, gli allenatori passano, i giocatori passano. Le leggende non passano. E il Napoli viene prima di tutto".
 © RIPRODUZIONE RISERVATA

mercoledì 29 maggio 2019

sarri alla juventus non sarebbe tradimento!

Di Diego Del Pozzo

Non capisco e non condivido l'isteria di coloro che in questi giorni urlano al tradimento per il possibile passaggio dell'attuale allenatore del Chelsea ed ex allenatore del Napoli, Maurizio Sarri, alla Juventus. Ma veramente state facendo? Ma quale tradimento!!! È un ottimo professionista che si trova di fronte a un possibile step di crescita lungo il suo percorso lavorativo. Stop!
Piuttosto, sarà divertentissimo assistere alle goffe capriole di quei tifosi juventini che, in questi anni, hanno costantemente irriso chi inseguiva il bel gioco prima di ogni altra cosa, parlando sprezzanti di "circo" e ancora poche settimane fa impegnandosi in esilaranti de profundis di quello stesso Pep Guardiola che nel frattempo vinceva (come mai nessun altro prima di lui) Premier League, F.A. Cup e League Cup nella stessa stagione calcistica.
Peraltro, dal punto di vista tecnico, l'arrivo di Sarri alla Juventus, con la conseguente e inevitabile rivoluzione concettuale dopo anni e anni di vittorie ottenute col non gioco (per non parlare d'altro), potrebbe persino rivelarsi un vantaggio per le avversarie italiane nella corsa alla vittoria in campionato, a partire da un Napoli che invece proseguirà lungo un progetto tecnico-tattico già avviato da un anno con Carlo Ancelotti.
Ps 1: Sarà particolarmente gustosa, sotto Sarri, anche la gestione del rientrante Higuaìn, soprattutto pensando all'affetto che Cristiano Ronaldo ha più volte manifestato nei suoi confronti.
Ps 2: E almeno, con Sarri, nella prossima Champions League la Juventus verrà eliminata ai quarti di finale giocando un bel calcio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 19 aprile 2019

un bilancio della prima stagione di ancelotti a napoli

Di Giuseppe Cascone

Dopo l'eliminazione ai quarti di finale di Europa League si è di fatto conclusa per il Napoli la stagione calcistica 2018-2019. Sarà dura assistere alle ultime sei giornate di Serie A, anche se resta qualche partita sulla carta affascinante, come quelle con Atalanta e Inter al San Paolo.
Adesso gli azzurri possono guardare al futuro e voltare pagina. Finalmente.
La stagione che volge al termine era difficile da affrontare, insidiosa, soprattutto perché seguiva la tempesta emotiva dello scudetto mancato nell'anno precedente. La vittoria a Torino contro la Juventus, esattamente un anno fa, al 90esimo minuto, poteva essere uno dei ricordi più belli di sempre per i tifosi del Napoli. Invece, oggi quel ricordo è per molti una fitta al cuore.
Il post-Sarri era complicato (e ancora non sapevamo che sarebbe stato anche un post-Hamsik...). Era complicato sul piano tattico, sul piano emotivo, sul piano del rapporto con la piazza. Il triennio sarriano aveva infatti acceso intense passioni e stava per concludersi con una vittoria miracolosa sfumata proprio sul più bello, lasciando un lungo strascico di delusione e amarezza.
Forse qualsiasi altro allenatore, dopo Sarri, sarebbe stato stritolato. Ancelotti, invece, con acume e saggezza, ha scelto una strada precisa: ha quasi subito raggiunto l'obiettivo della qualificazione in Champions League e ha fatto una bellissima figura in Europa, anche se le ultime tre partite lasciano un po' di amaro in bocca (va però ricordato che un quarto di finale con l'Arsenal di Emery sarebbe stato duro per qualsiasi squadra europea, anche per le big).
Ora il tecnico emiliano può finalmente avviare la costruzione del suo Napoli.
Quest'anno era una traversata nel deserto, si sapeva: tuttavia "traversando traversando", il Napoli è comunque arrivato secondo (chi parla di fallimento è francamente poco credibile).
L'unico appunto che si potrebbe fare al mister riguarda le sue dichiarazioni della prima parte di stagione, quando ha ripetuto più volte che l'obiettivo per il 2018-2019 era portare gli azzurri a essere competitivi fino alla fine in tutte le competizioni. Forse ci credeva davvero, forse aveva sopravvalutato la rosa o forse, più semplicemente, parlava in coerenza con la sua storia, che lo ha visto vincere quasi sempre (prima da top player, poi da top manager). Fatto sta che, in una piazza come Napoli, la creazione di queste aspettative è molto rischiosa. Probabilmente questo primo anno gli sarà servito anche a capire meglio il contesto.
Ora Ancelotti deve "scendere in campo", prendersi il Napoli, costruire la "sua" squadra.
La prossima sessione di mercato dirà molto sul futuro: servirà innalzare la qualità tecnica e il tasso di agonismo, mantenendo un occhio alla solidità del bilancio. Non sarà semplice, ma è possibile. Da stamattina comincia davvero l'era Ancelotti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

riassunto delle puntate precedenti

13 novembre 2017: Italia-Svezia 0-0 e azzurri fuori dai Mondiali per la prima volta dal 1958

22 aprile 2018: grazie a un magnifico gol di testa di Koulibaly, il Napoli allenato da Maurizio Sarri batte in casa sua una Juventus atleticamente a pezzi (zero tiri nello specchio della porta avversaria) e riapre la Serie A riportandosi a un solo punto di distacco dai bianconeri. L'impressione di tutti gli osservatori è che l'inerzia, a quattro giornate dalla conclusione del campionato italiano, sia tutta a favore dei partenopei.

28 aprile 2018: l'arbitro Daniele Orsato pone fine alla sua carriera ad alto livello con una disastrosa prestazione in un match decisivo per la Serie A 2017-2018 come Inter-Juventus, espellendo per errore il nerazzurro Vecino e graziando ripetutamente alcuni calciatori bianconeri (Alex Sandro, Barzagli e due volte Pjanic). Nel finale, una Juventus in evidenti difficoltà atletiche, con l'inerzia del match a favore dell'Inter, sfrutta la superiorità numerica e rimonta da 1-2 a 3-2 al 90esimo, portandosi e +4 sul Napoli secondo e sferrando una mazzata mortale al morale dei partenopei.

6 maggio 2018: un Napoli ancora col morale a pezzi, dopo gli eventi di Inter-Juventus della settimana precedente, pareggia 2-2 in casa col Torino e, anche senza la certezza matematica, alza bandiera bianca nei confronti della Juventus. Al termine del campionato, gli uomini di Sarri totalizzano ben 91 punti in classifica, nuovo record per la società, piazzandosi a quattro lunghezze dai neo-campioni d'Italia.

Stagione 2018-2019: dopo tre anni magnifici (seppur privi di trofei) sotto la guida tecnica di Maurizio Sarri, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis mette sotto contratto Carlo Ancelotti, per provare ad alzare l'asticella. La Juventus risponde con l'acquisto di Cristiano Ronaldo e con una campagna acquisti costosissima (Cancelo, Emre Can, Perin, tra gli altri) che rende persino superflua la disputa del campionato di Serie A, in pratica già assegnato fin da agosto 2018. La scommessa della dirigenza bianconera è quella di puntare alla conquista della Champions League, con una rosa tra le più attrezzate a livello europeo. La scommessa si rivela fallimentare ad aprile 2019, quando il giovane e sbarazzino Ajax domina la Juventus e la elimina già nei quarti di finale, costringendo un intero movimento calcistico - quello italiano - a porsi delle serissime domande sul reale livello della sua società più rappresentativa.

Febbraio 2019: a calciomercato già chiuso, il Napoli asseconda la volontà del suo capitano e leader Marek Hamsik (mai ripresosi dallo shock dello scudetto perso l'anno prima anche grazie all'arbitraggio di Orsato in Inter-Juventus) di tentare una nuova avventura sportiva (con tanto di contratto-monstre) e accetta di cederlo alla squadra cinese del Dalian Yifang, dopo dodici anni in maglia azzurra contrassegnati dai record di presenze e gol nella storia azzurra.
La stagione del Napoli, in pratica, si conclude in questo momento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

noterella esplicativa (dopo un lungo silenzio)

Dopo quasi due anni di silenzio, ho deciso di "riesumare" questo mio blog calcistico, nato qualche anno fa per gioco e per diletto e, a un certo punto, trasformatosi in una voce piuttosto seguita tra gli appassionati di calcio alla ricerca di qualche analisi un po' diversa da quelle presenti sui media mainstream.
Il minor tempo a disposizione e un utilizzo maggiore dei social network anche per le mie analisi calcistiche mi avevano fatto abbandonare questa testata, alla quale pure continuo a tenere molto. Adesso, invece, voglio riprendere a farla vivere, provando a pubblicare nuovi contenuti, non soltanto miei, anche senza garantire al lettore un ritmo troppo regolare. Vediamo che succede...
Benvenuti su
Calciopassioni, dunque, a coloro che non vi erano mai entrati prima! E buona lettura a tutti! (d.d.p.)

domenica 4 giugno 2017

champions league 2016-2017: bis del real su una juve inadeguata


Di Diego Del Pozzo

La finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid s’è risolta in una sorta di massacro sportivo a favore dei blancos di Spagna sui bianconeri sabaudi, in Italia quasi del tutto inatteso da chi ha seguito per tutta la stagione le trasmissioni calcistiche dei principali canali televisivi nazionali e letto con una certa attenzione la stampa quotidiana specializzata e le pagine sportive di quella generalista.
La narrazione mediatica (d’ora in poi con la “N” maiuscola) che in Italia ha dominato l’intera stagione calcistica 2016-2017, fino all’immediata vigilia del big match di Cardiff, ha raccontato con impressionante continuità, infatti, di una Juventus finalmente pronta per dare l’assalto al trono europeo, dopo che due anni prima era arrivata in finale in modo un po’ inatteso e, forse, senza essere nemmeno troppo attrezzata per la vittoria, per poi essere logicamente battuta dal Barcellona. Stavolta no! Stavolta, c'era una maturità differente e uno strapotere tecnico che - sempre secondo la Narrazione dominante - avrebbe potuto (dovuto?) produrre un risultato ben diverso.
D’altra parte, da quella stessa finale europea persa contro il Barcellona, i bianconeri avevano acquistato, nelle sessioni di calciomercato delle due stagioni successive, i seguenti giocatori: Neto, Alex Sandro, Rugani, Khedira, Lemina, Dybala, Mandzukic, Zaza (poi ceduto, ma decisivo per la conquista dello scudetto 2015-2016), Cuadrado, Benatia, Dani Alves, Pjanic, Higuaìn, Pjaca (taccio sull’esborso economico complessivo, ma è impressionante!). E, come calciatori “seri” e ancora utili alla causa, nel medesimo lasso temporale avevano ceduto i soli Vidal, Coman, Tevez (comunque piuttosto stagionato anagraficamente...), Morata e Pogba (entrambi poi vincitori quest’anno, per un'autentica beffa del destino, in Champions ed Europa League). Insomma, alla stagione calcistica 2016-2017 s’affacciava uno squadrone quasi imbattibile (questo diceva la Narrazione), senza pari in Italia (dove, d’altra parte, in estate aveva strappato a suon di milioni i due migliori giocatori alle due rivali più accreditate) e di livello tecnico e mentale (attenzione, mentale!) almeno pari a quello delle tradizionali big continentali (secondo il Mario Sconcerti di qualche giorno fa addirittura superiore!).
Tra i confini nazionali, la Narrazione convinceva tante squadre a non sbattersi più di tanto contro gli invincibili bianconeri, tanta era la differenza tra loro e tutti gli altri già prima del fischio d’inizio. Così, senza voler evocare nuovamente l’orribile neologismo dello “scansarsi” e sorvolando su alcuni puntuali “aiutini” arbitrali giunti in momenti-chiave della stagione, la squadra della Fiat e degli Agnelli riusciva comunque a conquistare come da pronostico entrambi i trofei italiani (Serie A e Coppa Italia), anche se meno “in carrozza” di quanto la Narrazione avrebbe potuto far supporre alla vigilia. E, soprattutto, senza giocare quasi mai in modo convincente, nonostante il presunto “modulo champagne” varato a un certo punto della stagione dal tecnico Allegri, dopo aver capito di essere rimasto, in pratica, privo di un vero e proprio centrocampo. Tutto ciò, comunque, per vincere in Italia è bastato, anche grazie alle “pre-condizioni” da me citate poche righe più su.
In Europa, invece, un girone di primo turno francamente ridicolo (Siviglia, Lione, Dinamo Zagabria) e un abbinamento di ottavi di finale da Europa League (Porto) traghettavano i dominatori del calcio italiano fino al confronto dei quarti di finale contro il declinante Barcellona dell’ultimo Luis Enrique, superato grazie a due maiuscole prestazioni difensive (soprattutto nel ritorno al Camp Nou) e a qualche imprecisione di troppo dei blaugrana nel match d’andata a Torino. La semifinale contro l’acerbo e sbarazzino Monaco, francamente, non poteva che essere un gustoso antipasto sulla via di un’inevitabile finale di Champions League, nella quale la Juventus guidata dal “Pipita” Higuaìn e dal “Nuovo Messi” Dybala si sarebbe confrontata ad armi pari con i campioni uscenti del Real Madrid (così sosteneva la Narrazione).
Ebbene, ciò che è andato in scena a Cardiff ieri sera è stato un brusco ritorno alla realtà per chi, alla vigilia, aveva scritto di un Cristiano Ronaldo che a Torino avrebbe potuto fare al massimo la riserva (sic!) o, nel corso dell’intera stagione, aveva magnificato lo strapotere tecnico e la piena maturità mentale di uno squadrone avviato lungo la via del Triplete. Semplicemente, invece, tra Juventus e Real Madrid non c’è stata mai partita. Mai. Nemmeno in quel primo tempo giocato quasi alla pari, ma con gli spagnoli evidentemente a marce ridotte per controllare e far sfogare gli avversari. Così, dopo l’intervallo, capita l’antifona, Sergio Ramos e Cristiano Ronaldo hanno suonato la carica. E il secondo tempo s’è trasformato in una sorta di esibizione, come raramente s’è visto in passato a livello di finale di Champions League. Il Buffon da pallone d’oro (lo diceva la Narrazione…) è apparso improvvisamente vecchio mentre Ilaria D’Amico (pezzo forte della Narrazione e compagna del portierone) piangeva in tribuna, i centrali difensivi parenti prossimi dei peggiori Chiriches & Maksimovic, il centrocampo assente, le due presunte stelle francamente imbarazzanti, tanto da costringere uno sconsolato Allegri a sostituire il “Nuovo Messi” col vecchio Lemina e ad arrendersi all’evidenza del consueto “Pipita” da finale (mai a segno in nessuna tra quelle davvero importanti disputate in carriera, sia con i club che in nazionale!). Di fronte a tanta disparità di valori, il 4-1 finale è apparso persino striminzito, con la chicca finale dell’esperto simulatore Cuadrado espulso in seguito a simulazione di Sergio Ramos su un suo falletto.
A proposito dell’esterno d’attacco colombiano, va rimarcata la scelta iniziale del tecnico bianconero Massimiliano Allegri che, dopo mesi trascorsi a sentirsi fare i complimenti per il coraggio mostrato nel varare il “modulo champagne”, ha preferito fare una decisa retromarcia proprio nel momento più importante della stagione, affrontando la finale di Champions con lo stopper Barzagli schierato terzino a destra e il terzino (seppur atipico) Dani Alves sullo stesso lato nella linea dei trequartisti (al posto di Cuadrado). Naturalmente, dal punto di vista psicologico, il segnale inviato ai propri uomini e agli avversari non è stato proprio tra i più positivi…
La cosa più divertente e bizzarra della finale di Cardiff, in definitiva, è che, grazie all’atavica inadeguatezza europea della Juventus, un tecnico non propriamente di prima fascia come Zinedine Zidane (buon gestore di campioni e poco più) è riuscito a entrare nella storia del calcio europeo come allenatore capace di guidare la propria squadra alla vittoria in due finali europee di massimo livello consecutive. D’altra parte, il fato gli ha riservato la fortuna di trovarsi di fronte una squadra che, va ricordato, nel corso della sua storia è riuscita a vincere soltanto due delle nove finali di Coppa dei Campioni / Champions League disputate: una nella tragica notte dell’Heysel nel modo che tutti ricordano e l’altra, in Italia, soltanto ai calci di rigore.
Ps: La “riserva juventina” Cristiano Ronaldo ha segnato dieci gol (10!) nei cinque match decisivi della Champions League 2016-2017 dai quarti di finale in poi e s’avvia deciso verso la conquista del suo quinto pallone d’oro in carriera. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA


giovedì 9 luglio 2015

copa america: prima volta per il cile su un'argentina di perdenti

Di Diego Del Pozzo

Qualche giorno di mare, senza essere connesso, mi ha impedito di pubblicare prima le mie brevi note sulla finale della Copa America 2015, che sabato scorso ha visto il Cile padrone di casa conquistare il prestigioso trofeo per la prima volta nella storia, ma soprattutto ha fatto segnare un'ulteriore - l'ennesima - pagina nera nella parabola di una generazione di calciatori argentini fortissimi, ma che rischiano seriamente di essere ricordati negli annali come "magnifici perdenti", a partire da Leo Messi, ancora una volta deludente in una finale con la maglia dell'Albiceleste e lontano parente di quello straripante che si può abitualmente ammirare nel Barcellona.
Higuaìn tira alle stelle il suo rigore e il Cile vince la Copa America
Finale spettacolare e intensissima nel primo tempo, quella tra Cile e Argentina, con pressing feroce da parte dei giocatori della Roja e con gli argentini a ribattere colpo su colpo (in senso tecnico, ma anche fisico). Il match, poi, diventa più controllato ma sempre combattuto nella sua seconda metà, quindi teso e bloccato nei tempi supplementari. Alla fine, il tabellone indica lo 0-0, ma ai calci di rigori i padroni di casa superano l'Albiceleste, addirittura con un largo 4-1, suggellato dalla trasformazione decisiva di Alexis Sanchez. Così, con grande fatica ma tutto sommato con merito, il Cile compie la missione attesa da un intero popolo e porta a casa la prima Copa America della sua storia, nel tripudio di uno stadio nazionale di Santiago davvero strapieno.
L'Albiceleste da parte sua, invece, perde l'ennesima occasione di vincere un trofeo importante, con una generazione di giocatori fortissimi, ma che - come ho scritto in apertura - rischiano seriamente di essere ricordati come perdenti. Emblema di tutto ciò può essere considerato un centravanti molto dotato come Gonzalo Higuaìn, ancora una volta nervosissimo sul dischetto del rigore. Tra i tiratori argentini che falliscono il proprio calcio da fermo, infatti, spicca proprio l'attaccante del Napoli, giunto al non invidiabile record stagionale di 5 errori su 8 rigori calciati. Il Pipita resta certamente un grande attaccante, ma a questo punto, in vista della nuova stagione, spero che il nuovo tecnico partenopeo Maurizio Sarri abbia il coraggio di affidare a qualcun altro i tiri dal dischetto. Magari, a un freddo specialista come Gabbiadini. E non mi pare che in una simile scelta vi possa essere nulla di male...
Ovviamente, in conclusione, chi tifa Napoli non può che fare i complimenti alla Roja del capocannoniere Edu Vargas (a pari merito col peruviano Guerrero), allenata con mano sicura e idee chiare da un tecnico bravo e preparato come Jorge Sampaoli. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA